CARLO MAGNO

Uomo pienamente del suo tempo e forgiatore di destini, Carlo Magno crebbe dalle nebbie del Medioevo, dalla sua condizione di principe barbaro, per ascendere infine al trono del risorto impero romano. Saldò due epoche storiche, divise dalla caduta di Roma e dalla rivoluzione cristiana, e fuse nazionalità diverse in un dominio ideale chiamato Europa. Uomini di grande dottrina come Alcuino di York ed Eginardo, storico e suo biografo, gli vennero in aiuto perché egli potesse trasformare il suo sogno di potere e pace sovrannazionale in una realtà. Carlo fondò scuole, difese ed accrebbe biblioteche: aprì la strada all'istruzione perché vi accedessero i membri di tutte le classi, ricchi e poveri, uomini e donne; raccomandò l'adozione di un nuovo sistema di scrittura ( la minuscola carolina) che consentì di copiare più velocemente, moltiplicando in tal modo il numero di libri in circolazione. Luce e ombra di un mondo lontano, Carlo massacrò Sassoni, Arabi e Baschi; Carlo costrinse popoli alla conversione forzata al Cristianesimo. Questo fu Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi, Imperatore del Sacro Romano Impero. Egli si batté per costruire un impero politico e riuscì nel suo sforzo utopistico per la sua geniale intuizione della necessità di stabilire solide fondamenta alla sua costruzione, ed egli vinse la sua sfida impossibile.  O almeno, questo è quanto più o meno emerge dalla lettura di testi dell’epoca, discussi, interpretati, spesso confutati da studiosi di tutto il mondo.
Vedendo lo sceneggiato televisivo Carlo Magno (Charlemagne, le prince à cheval), una miniserie in cinque puntate diretta da Clive Donner nel 1993, l’impressione che si riceve è purtroppo molto diversa. Negli anni Settanta e Ottanta gli sceneggiati ( Eneide, Odissea, Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo, Promessi Sposi, Il Diavolo al Pontelungo, Verdi…) erano tentativi di elevare il gusto comune, magari pretendevano in modo troppo esplicito di istruire, ed erano forse complessi per una certa fetta di pubblico. La produzione di Carlomagno sembrerebbe aver rinunciato a questi obiettivi pur di adeguare la Storia ai gusti di un pubblico generalista abituato alle soap-opera e alle serie TV a base di vita vissuta e drammi familiari.
Lo sceneggiato percorre circa trent'anni della vita del sovrano dei Franchi, dalla turbolenta giovinezza, agli impegni di sovrano, fino alla consapevolezza di dover accettare il difficile ruolo di unificatore dell'Europa cristiana.
La scelta di mostrare solo una parte della sua vita può essere moderna, in quanto in teoria consentirebbe di concentrarsi su quanto il personaggio ha compiuto di eccezionale, lasciando da parte il superfluo. Il regista invece ci presenta un personaggio eccezionale, un Imperatore, però afflitto da tutti i problemi che possono accomunarlo a una persona comune, dai rapporti sentimentali tormentati a quelli che possono sorgere sul posto di lavoro. Proprio quando l'Unione Europea non era più un sogno audace ma era divenuta una realtà, questa biografia rivela un panorama storico animato da personaggi che hanno ben poco di straordinario. Accanto ad alcuni episodi capaci di mettere in evidenza quanto ha fatto per rendere grande l'Europa, ci viene mostrato Carlo Magno alle prese con la madre, le mogli, gli amici, le difficoltà dell’essere re. Al di là dell’ambientazione esteriore, Carlo affronta la sua vita come potrebbe fare un manager o un qualsiasi altro professionista di oggi. Cambiano i mezzi, non gli ideali di vita o le motivazioni personali: cavalli invece di automobili, tuniche ricamate invece di completi firmati, e via dicendo. Uomini e donne si comportano come potrebbero comportarsi oggi, e rischiano di risultare decontestualizzati. Ad esempio il padre di Carlo parla del suo figlio scapestrato dicendo “comportarsi da quindicenne”, cioè da bambino, quando a quel tempo, a quindici anni si era uomini con famiglia, lavoro avviato e talvolta figli. Lo stesso senso di anacronismo c’è nelle lamentele pseudo femministe delle donne che non si sentivano libere di scegliere mariti e vita. A quei tempi, soprattutto nelle classi dell’alta nobiltà, nessuno sceglieva il partner, né maschi né femmine. Matrimoni e carriere venivano decise a tavolino, e se c’erano problemi, erano comuni a tutti, indipendentemente dal sesso.
La natura di Carlo Magno emerge in tutta la sua forza dirompente: lo vediamo sottrarsi poco alla volta alla tirannica madre, che disponeva per lui matrimoni, divorzi e alleanze, fino a raggiungere la maturità. Il personaggio è sviluppato soprattutto per quello che riguarda la sua vita quotidiana, almeno nelle prime puntate. Se può essere interessante poter osservare da vicino usi e costumi dell’epoca, lo è proprio per quanto c’è di caratteristico: utensili diversi, abitudini diverse, abiti tipici, credenze e superstizioni, una mentalità d’altri tempi. Quanto accade al protagonista invece finisce per banalizzarlo. Se è passato alla storia, questo è avvenuto per quello che ha realizzato in politica e sul campo di battaglia, piuttosto che a letto; che quegli aspetti siano i più interessanti della sua figura, è difficile da credere.
Carlo Magno finisce per assomigliare un po’ troppo a Fred Flintstone il cavernicolo con la cravatta e la cabriolet spinta con i piedi, e senza l’umorismo consapevole del personaggio del cartoon.
Più spesso si presentano situazioni limite, cioè eventi che di solito non avvenivano ma che qualche volta sarebbero potuti accadere. Tra essi la monacazione forzata per le nobili che non si sposavano, venivano ripudiate o erano vedove. Spesso finivano in convento, però trascorrevano una vita diversa da quella riservata alle suore, con maggiori comodità e spesso senza prendere i voti, con un’esistenza analoga a quella di un feudatario.
Alcuni episodi lasciano poi nello sconcerto, come l’assalto al Duca d’ Aquitania, e la lotta contro il chierico pagano. Sono momenti imbarazzanti perché sfruttano stereotipi quasi fantasy, col manipolo di eroi che fa giustizia. In questo caso però non si racconta un fantasy, una vicenda fuori dal tempo. Una cosa è vedere i cavalieri della Tavola Rotonda in armatura del ‘500 in Excalibur, un’altra è osservare errori in quella che dovrebbe essere una rievocazione fedele, dalla quale lo spettatore potrebbe anche imparare qualcosa senza doversi fare una testa così sui libri di scuola.
La ricostruzione storica è quella che ci si può attendere da una fiction nazional popolare. Nel cinema di ambientazione storica errori e anacronismi sono frequenti, perché lo scopo del cinema è intrattenere con belle storie, al limite stuzzicare la curiosità degli spettatori che poi si informeranno leggendo libri, visitando musei, guardando documentari. Nelle fiction le belle storie sono quelle che coinvolgono emotivamente lo spettatore, e per far appassionare a una storia medievale occorre rendere il Medioevo riconoscibile agli spettatori, che di quella epoca possiedono già una propria idea spesso basata su un discutibile immaginario cinematografico.
Il problema non è solo veder sguainare spade degne di una bancarella per turisti, avere abiti e acconciature rivisitate per rendere piacevoli i personaggi allineandoli all’estetica anni Novanta, o anche veder indossare armature abbastanza fantasiose. La necessità di andare incontro a stereotipi rassicuranti, il voler piacere ad ogni costo a un pubblico che vuol godersi uno spettacolo semplice, rischia di trasformare la miniserie in una sorta di rievocazione pseudo storica, come se ne possono vedere nei borghi.  
Ad una ricostruzione storica piuttosto approssimata si accompagna un dialogo troppo semplice. Essere chiari è un pregio, e pure saper parlare di argomenti così lontani nel tempo in modo da essere capiti da tanta gente è una scelta valida. La chiarezza però scivola nell’appiattimento dei personaggi e nella puerilità. Il fraseggiare dei protagonisti e la scelta degli episodi della loro vita rende poca giustizia a un Grande della Storia. L’introspezione è misurata, contenuta entro un cliché prevedibile; il dialogo sciatto riesce a annullare il senso eroico o tragico della figura dell’Imperatore. Il lessico è ordinario, e le battute poco si differenziano come tono, da quelle che possono scambiarsi persone di oggi in situazioni di relax. Il povero Carlo non varia il suo modo di parlare a seconda dei personaggi che incontra, e lo si potrebbe scusare, in fondo non era un letterato, ma anche gli altri personaggi risentono dello stesso problema, e la recitazione è altrettanto piatta e ordinaria.
Qualcosa si salva, come la battaglia di Roncisvalle, rappresaglia dovuta alla distruzione di alcune cittadine basche. E’ una scaramuccia, proprio come dovette essere e la spada Durlindana si spezza come qualsiasi altra spada, con buona pace di poeti e menestrelli. Ma allora, citare un episodio famoso della Chanson de Roland, elevando il poema epico a testimonianza storica, per poi privarlo di ogni poesia, fa solo tristezza. Manca il senso di una storia omogenea, coerente, ed accurata da tutti i punti di vista, dialogo e politica inclusi; né queste lacune sono colmate dal senso di epica popolare legata ad una tradizione antica, come si potrebbe ritrovare nel teatro dei Pupi siciliani o nel Cantar Maggio dell’Appennino Tosco Emiliano.
La semplicità sconfina nella banalità ed evidenzia i limiti di un prodotto televisivo più simile a una fiction che ai vecchi film di cappa e spada, e lontano anni luce dalle produzioni impegnate.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

La recensione è stata edita su questo sito nel 2025. Vuoi adottarla? Contattami su Facebook, sono Florian Capaldi !

LEGGO ALTRA TELEVISIONE

HOME

Crea il tuo sito web con Webador