LA STORIA INFINITA 2

La storia infinita 2 arrivò al cinema nel 1990, a distanza di sei anni dal film che aveva fatto conoscere al grande pubblico il romanzo di Michael Ende. Nonostante le tante (troppe) infedeltà all’opera dello scrittore tedesco, la pellicola di Wolfgang Petersen aveva incantato grandi e piccini, diventando un blockbuster immediato e un piccolo cult per quanti erano ragazzi nel 1984. Il successo invogliò i produttori, e quindi si ebbe il primo dei due sequel. Dopotutto il film capostipite aveva raccontato solo la prima parte del romanzo, aveva lasciato Bastian a cavallo del Fortunadrago pronto a rifarsi dei bullismi subiti, con Fantasia rinata e l’Imperatrice Bambina dotata di un nuovo nome. Di avventure rimaste fuori dai titoli di coda ce ne stavano molte, e quindi il regista George Trumbull Miller aveva materiale in abbondanza per proseguire le avventure di Bastiano, con la sceneggiatrice Karin Howard. O meglio: avrebbe avuto materiale…
Bastian torna a Fantasia richiamato dai personaggi del libro, stavolta l’Imperatrice Bambina è minacciata dalla terribile strega Xayde che terrorizza Fantasia con orde di robot e ha un piano per poter distruggere il piccolo sognatore. Aiutata da un Troll Tre Facce e da un uomo uccello chiamato Rapidino, ha una macchina che trasforma i desideri del ragazzo in sfere di cristallo e ad ogni richiesta fa svanire un ricordo dalla memoria. Manda quindi Rapidino a far da ‘guida turistica’ a Bastian, in modo da obbligarlo in qualche modo a usare il potere dell’amuleto esprimendo desideri…
Se già il primo film era stata un’operazione assai discutibile poiché travisava il messaggio dello scrittore, qui si va oltre.
Cambiano gli attori, Troviamo Jonathan Brandis come Bastian, Kenny Morrison come Atreyu, Alexandra Johnes come Imperatrice, al posto dei volti ‘storici’ Barret Oliver, Noah Hathaway e Tami Stronach. La scelta è comprensibile, probabilmente erano troppo cresciuti per riprendere i rispettivi ruoli, però i recasting sono sempre rischiosi e in questo caso l’esito è disastroso. Cambia anche il padre di Bastian, e in pratica l’unico volto familiare è quello del libraio Karl Konrad Koreander, un bravo Thomas Hill che comunque sta in scena meno di cinque minuti.  
Resta immutato l’equivoco su Bastian. Nel libro il ragazzo è inetto, fisicamente poco prestante, bruttino o peggio insignificante di aspetto. A scuola va male perché non sa impegnarsi a lungo e non si uniforma al modello di studente ideale. E’ oppresso dal dolore della perdita della madre, viene bullizzato per la sua goffaggine e la sua diversità. Anche se soffre, può fare molto poco per cambiare la situazione, perché gli mancano le doti per emergere e riscattarsi. Vive con un padre altrettanto incapace di gestire la situazione, un uomo privo di ambizione e inchiodato alla concretezza di una vita ordinaria. Il Bastian del sequel è un bel ragazzino, magro, biondo, con occhi azzurri, e va bene a scuola, salvo aver paura di tuffarsi e quindi venire escluso dalla squadra agonistica dei tuffi. Il padre è un piacente vedovo benestante che prova a rifarsi una vita. Il cambiamento non è solo un fatto estetico, ma investe le possibilità di autorealizzazione di quelle persone. Per il Bastian del libro Fantasia è il solo mezzo per appagare i suoi sogni proibiti, sebbene in modo temporaneo e virtuale, mentre il ragazzo del film può impegnarsi di più o realizzarsi in altri modi, e il padre può trovare una nuova compagna.
Bastian a Fantasia è artefice del suo percorso, dalla gloria al malinconico addio al regno incantato. Grazie al potere dell’Auryn, realizza i suoi desideri; alcuni sono autentici bisogni, altri sono capricci sciocchi o rivalse inutili. Ogni desiderio espresso porta via un ricordo, non perché ci sia una macchina fatta a clessidra ideata da una strega, quanto per la natura stessa dei desideri. Anche quelli più legittimi, una volta esauditi portano via il ricordo della situazione indesiderata. Nel sequel invece tutto è affidato alla macchinazione di Xayde e all’ingenuità di Bastiano, che alla fine salva Atreyu con il penultimo desiderio rimasto invece di esser salvato. Purtroppo almeno inizialmente Bastian sembra molto accorto nell’esprimere desideri, e se il Rapidino traditore fa di tutto per fargli usare l’Auryn, lui esita. Si pone domande e cede al potere dell’amuleto solo quando è in una situazione disperata, minacciato dagli automi o in pericolo di vita.
Anche questa variazione potrebbe sembrare innocua, ma non lo è, perché va a erodere la filosofia che sta alle spalle del romanzo: il valore della consapevolezza personale, il saper distinguere bisogni reali da voglie futili, l’uso responsabile della fantasia creatrice che deve poi portare i suoi frutti anche nella realtà. Ende era contrario all'escapismo futile, per lui la fantasia era un’arma per modificare la realtà.
Bastian vive un’avventura, ovviamente, simile purtroppo a quella vista nel cupissimo Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz). C’è Xayde (Clarissa Burt) senza volto, mentre Ozma sceglie di giorno in giorno quale testa sfoggiare; entrambe comandano un esercito di automi. Quelli di Xayde sono vuoti all’interno, richiamandosi al Nulla. Il problema è che il Nulla di Ende non è il Male, ma è il Non Essere filosofico. I personaggi di Fantasia sono al di sopra delle categorie di Bene e Male: sono l’Essere contrapposto al Non Essere del Nulla, e poco importa se sono buoni come Atreyu o gli gnomi all’Oracolo, indifferenti come la Morla o Yrgamul Le Molte, o perfidi come il lupo o la gente di Malagenia. La contrapposizione è tra capacità di astrarre e immaginare e la concretezza più ottusa. Privata di questo dualismo, la battaglia di Bastian e Atreyu diventa più o meno quella vista in tanti altri film fantasy destinati ai giovanissimi.
Mentre il romanzo è una fiaba iniziatica con forti riferimenti esoterici, qui siamo a una spensierata avventura dal prevedibile epilogo destinata ai più giovani e priva di molteplici livelli di lettura. Al massimo si può cercare di indovinare da quali altri film provengano svariati elementi, o quante situazioni del libro siano rimaste escluse da questo seguito, perché per lo spettatore adulto c’è ben poco.
Se il primo capitolo può esser un cult imperfetto e sopravvalutato ma ricordato con affetto, questo primo sequel appare sotto tono anche esteticamente. Alcuni panorami creati con sfondi vengono riproposti, come la Torre d’Avorio o certi deserti; la cascata che Bastian vede sul trampolino dei tuffi o nel finale sono vergognoso footage di qualche documentario di viaggi alle cascate dell'Iguazú. La città d’argento di Amarganta sembra Piazza San Marco durante il Carnevale di Venezia. Aver abbinato Venezia e Amarganta è una buona scelta, poiché la città fatta di merletti d’argento galleggia su un lago di acido e ha un delicatissimo equilibrio ambientale. La ricostruzione in studio è però molto artificiosa, e anche le creature che la popolano sono simili a maschere del celebre carnevale. Avanzano danzando tra veli e costumi elaborati, e manca la varietà di razze e specie che dovrebbe caratterizzare una città meta di viaggio. Di creature non umane se ne vedono poche, a parte i robot, il Mordiroccia con il suo bambino di pietra, Rapidino e il Troll Tre Facce. C’è anche Falkor, il Fortunadrago rimesso insieme alla meno peggio dopo anni passati in qualche polveroso deposito costumi. Il drago creato da Bastian viene liquidato nel giro di poche sequenze, e comunque sta male in scena. Sia questo mostro che l’amabile Drago della Fortuna volano dritti come proiettili, rigidi e senza i bei movimenti serpeggianti che avevano fatto la fortuna del primo film.
Tutti gli effetti speciali sono.. poco speciali. Si potrà dire che la qualità di un film non è data dai trucchi, e generalmente è vero, però Fantasia vive di sense of wonder, di una precisa estetica che è più di un appagamento della vista. Chi immagina Fantasia deve poter riempirsi gli occhi con esseri fatati, con paesaggi onirici, e soprattutto, qualsiasi sequel dovrebbe evitare di riproporre effetti speciali già visti, ma fatti peggio. Se per esempio il Fortunadrago usato nel sequel si fosse visto nel capostipite e viceversa, nessuno si lamenterebbe, perché vedrebbe un’evoluzione della scenotecnica, ma il contrario è poco accettabile, sa subito di povertà, di film realizzato con mezzi insufficienti.
Gli attori del primo film non erano dei piccoli istrioni capaci di stregare il pubblico per come interpretavano i loro ruoli, tanto che passata la moda del momento hanno avuto vite ordinarie lontane dai riflettori. In questo sequel gli attori bambini sono ugualmente impacciati, e in più manca una confezione che distolga dalle effettive prestazioni con effetti speciali sorprendenti e un montaggio vivace. Manca l’effetto sorpresa, perché sappiamo più o meno cosa aspettarci da Fantasia, e i trucchi realizzati in economia evidenziano la goffaggine recitativa. Il povero Brandis è morto suicida, gli altri sono tornati nell’anonimato, senza che questo film, pure con tutti i difetti, facesse loro da trampolino di lancio.
Anche l’iconica colonna sonora rielabora appena il tema cantato da Limahl, e in pratica c’è un solo brano nuovo creato da Moroder: è molto bello ma non ha l’orecchiabilità della celebre hit danzereccia.
Se La storia infinita 2 non avesse sfruttato la fama del primo film, e avesse narrato la stessa vicenda senza nominare personaggi e situazioni del libro di Ende ricorrendo a qualche giro di parole e uso furbo della sceneggiatura, sarebbe stato un fantasy minore destinato ai giovanissimi, leggero e privo di pretese. Invece c’è il richiamo a un capolavoro della letteratura fantastica, un testo che è un classico e che porta con sé determinate aspettative. La critica si scatenò a suo tempo su questo sequel, il pubblico faceva confronti e non era felice, eppure qualcuno ebbe l’idea ci creare un terzo sequel…

 

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura. 

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