20000 LEGHE SOTTO LA TERRA

 

Guarda: la Morte si è innalzata un trono

in una città strana e solitaria

laggù, nell’Occidente tenebroso,

dove buoni e cattivi, ottimi e pessimi

sono andati al loro eterno riposo.

I templi ed i palazzi, lì, e le torri

(corrose dal tempo, ma non tremano!)

non somigliano a niente che sia nostro.

E tutt’intorno acque malinconiche

giacciono rassegnate sotto il cielo

dimenticate perfino dai venti.

 

Così inizia la poesia di Edgar Allan Poe La città nel mare. Il poeta descrive la decadenza malinconica di rovine sommerse erette da civiltà ormai dimenticate. Il film di fantascienza diretto nel 1965 da Jacques Tourneur, 20.000 leghe sotto la terra (War-Gods of the Deep), si apre con questi versi. L’omaggio a Poe si limita a questo incipit e a vari richiami metacinematografici che si palesano nel corso della vicenda.
Il villain è interpretato da un magnifico Vincent Price, icona dell’horror ispirato a Poe, celebre per La maschera della morte rossa (The Masque of the Red Death), La tomba di Ligeia (The Tomb of Ligeia), An Evening of Edgar Allan Poe, La rossa maschera del terrore (The Oblong Box)… Il libro contenente le poesie di Poe compare nella biblioteca della città sommersa, e le parole dello scrittore vengono ripetute per accompagnare una carrellata sul panorama sottomarino.
Non c’è altro ereditato dal padre dell’horror, comprensibilmente: la poesia fissa in parole una cartolina dall’abisso, tace gli eventi che hanno portato quella civiltà alla distruzione.
Gli sceneggiatori hanno dovuto lavorare sul testo e presto si sono trovati a doversene distaccare, poiché Poe ha creato un testo lirico e di grande atmosfera, più descrittivo che narrativo. Hanno così creato una vicenda che deve molto a Jules Verne e a H.P. Lovecraft, e qualcosa a Poe.
Per avere una storia di avventura hanno dovuto prendere spunti affascinanti e rivisitarli. Hanno inventato che in una magione in Cornovaglia c’è un collegamento al mare, o meglio, ad una città che giace sul fondo, forse la perduta Lyonesse. In questa terra la gente non invecchia ed ò immortale rispetto allo scorrere del tempo, a patto che non raggiunga la superficie. Il portento è infatti generato dalla qualità dell’aria pompata da macchine realizzate dagli antichi abitatori degli abissi, e qualora i sudditi fuggissero dalle profondità, i raggi ultravioletti li ucciderebbero. Non che la città sia il posto più sicuro dove risiedere. Su questo reame domina da tempo immemore l’inflessibile Sir Hugh (Vincent Price), che vive insieme a pochi sudditi vessati oltre ogni dire, e a una razza di uomini pesce, simili agli Abitatori del Profondo de La Maschera di Innsmouth. Il tiranno rimpiange la perduta Beatrice e quando ha notizia di una donna simile al perduto amore, Jill (Susan Hart) manda le creature acquatiche a rapirla. I problemi di cuore sono però l’ultima delle preoccupazioni di Sir Hugh: un vulcano sommerso sta per eruttare. Appresa la notizia del rapimento l’ingegnere minerario Ben (Tab Hunter) e l’eccentrico pittore Harold Tufnell-Jones (David Tomlinson) vanno a liberarla…
La prima parte del film gode di atmosfere ricche di mistero, ispirate alle inquietudini di Poe e all’orrore lovecraftiano. Vengono appena stemperate dalle stramberie del pittore che viaggia con una gallina da compagnia. Vincent Price è una garanzia, l’unico attore del cast che brilla nonostante le scenografie di cartapesta e gesso. Quando entra in scena surclassa il resto degli attori facendo dimenticare di assistere a un decoroso film di serie B. Se potete, approfittate della versione in lingua originale, così da apprezzarne a pieno il fascino istrionico, apprezzarne la voce impostata con un controllo estremo della sua espressività roboante e cogliere sfumature che il doppiaggio ha sminuito, per quanto ben fatto.
Troppo presto però la vicenda cede alle facili suggestioni di Verne. Certamente l’esempio dello scrittore francese rende meglio al cinema rispetto a quanto non possano fare Poe o Lovecraft, in quanto questi due autori vivono del fascino evocativo delle descrizioni piuttosto che proporre trame solide e avvincenti per quanto accade ai personaggi. La seconda parte della proiezione è tutta d’azione, tutta incentrata sulla liberazione di Jill e sulla fuga.
Ci sono lunghe riprese subacquee, inizialmente sono suggestive perché gli esseri umani indossano tute da palombaro con caschi sormontati da pesci, e si vedono alcuni uomini pesce. L’estetica steampunk tocca il suo vertice, la tensione dovrebbe salire alle stelle, e invece lo spettatore può annoiarsi. I personaggi in scena sono tutto sommato pochi e non hanno un arco narrativo che li porti a cambiare, sono come sono e l’avventura li lascia uguali a come li abbiamo conosciuti, con l’eccezione del villain che alla fine pare accettare la fine della sua vita e de suoi sogni di gloria. A questa staticità si va ad aggiungere il fatto che avere un casco in testa significa non poter parlare, avere un’espressività ridotta ai minimi termini in quanto vediamo solo occhi e parte del viso. Spesso ci sono controfigure riprese di spalle, le acque che dovrebbero essere profonde mostrano i fasci di luce emessi da fari piazzati sopra alla piscina o acquario che funge da set. Menomale che dovrebbero essere a 20 mila leghe sotto la terra… L’assenza di altra fauna oltre ai mostruosi inseguitori e agli esseri umani evidenzia l’artificio. E per quanto si possa razionalizzare quanto si vede, ricordare che è un film del 1965 a basso costo, accettare i trucchi dozzinali, la sospensione dell’incredulità necessaria per emozionarsi davanti alle peripezie di Bob, Harold e Jill viene messa a dura prova. Prima che i nostri eroi riaffiorino trascorrono quasi dieci interminabili minuti, e gli spettatori ancora svegli possono godersi il finale esplosivo.
C’è da dire che probabilmente molte trovate che oggi sembrano ridicole o invecchiate male nel 1965 potevano funzionare, e il pastiche tra la poesia, le opere di Verne e gli influssi lovecraftiani era innovativo, e forse lo sarebbe ancora oggi, se avesse un remake adeguato.
Gli effetti speciali sono quelli che ci si può aspettare da un film a basso costo realizzato in un’epoca in cui ogni artificio era affidato a modellini, a sfondi dipinti, alle scenografie di cartapesta, e su tutto alla creatività di quanti si prodigavano per far credere all’impossibile con mezzi limitati.
Quanto si accetta male, anche contestualizzando l’opera, è semmai la presenza di un coprotagonista che funge da spalla comica. Tomlins sarebbe anche un bravo attore, e più avanti nella sua carriera avrà modo di dar prova della sua bravura, tuttavia nei panni dell’eccentrico gentiluomo scozzese dedito ai pennelli e alla sua gallina più che far ridere fa pensare a un personaggio da film d’avventura per famiglie. Ma 20000 leghe sotto la terra non è una pellicola pensata per i piccoli, nemmeno per i ragazzini di allora che vedevano quanto veniva distribuito senza tutte le accortezze che oggi possono far scattare facilmente la censura.
Sir Hugh tortura e fa uccidere quanti lo contraddicono, e poi lascia trapelare la sua sensualità repressa da decenni di solitudine, è megalomane. Le atmosfere sono decadenti e cupe e le gag con la gallina suonano stonate in quell’insieme adulto. Il mix tra avventura, commedia e dramma gotico, echi di Atlantide e delle mutazioni dei ‘branchiati’ risulta disomogeneo, come se in quella ricetta ci fosse un ingrediente estraneo e che rovina il sapore del piatto. Allo spettatore il compito di scoprire quale esso sia, probabilmente le gag comiche. Il titolo italiano è poi una furbata onesta, che cerca di ribadire l’eredità di Verne e di legare il destino della pellicola ai successi di Il padrone del mondo e l’Isola misteriosa, 20000 leghe sotto i mari e tante altre trasposizioni che erano state apprezzate al botteghino.
A distanza di sessant’anni il film dimostra come le idee originali premiano, ma solo se vengono sostenute da mezzi adeguati. La voglia di narrare storie mescolando generi o creandone di nuovi attingendo da varie suggestioni può essere la chiave per uscire dal circolo vizioso di reboot ideologizzati o remake che poco aggiungono all’originale se non effetti speciali più sofisticati. In fondo 20000 leghe sotto la terra oggi sarebbe steampunk.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi o Cuccussette Loris su Facebook

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