IL LEGAME
Il legame è quanto ci connette con persone e cose, con la società in cui si vive l’oggi e con il percorso compiuto dai nostri antenati. Nella stregoneria italiana tradizionale è anche un vincolo ottenuto tramite incantesimo, può riunire amanti che si sono allontanati, legare sottoposti di cui ci si vuol servire, obbligare alla vicinanza parenti che si detestano. Entrambe le accezioni sono alla base dell’horror Il Legame, diretto da Domenico de Feudis nel 2020 e purtroppo distribuito solamente sulla piattaforma di Netflix. E’ un vero peccato in quanto è una pellicola che rivitalizza il genere, ibridando modelli ben consolidati dal cinema di genere internazionale con una vocazione etnologica ben marcata, e molto originale.
La pellicola si dichiara ispirata dal saggio Sud e magia di Ernesto de Martino, e i titoli di apertura riportano proprio la definizione che lo studioso ha dato della fascinazione, una "condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l'autonomia della persona".
La struttura narrativa è ben collaudata, se si vuole anche poco originale: c’è un antefatto con una donna obbligata a subire un bizzarro rito, poi si torna al presente con una famigliola in viaggio. Il gruppo è composto da Francesco, un padre musicista (Riccardo Scamarcio) la madre Emma ( Mía Maestro) e la figlia Sofia (Giulia Patrignani). Si recano in Puglia per comunicare le future nozze alla madre di Francesco, Teresa (Mariella Lo Sardo). La donna vive in una villa nobiliare rurale, una magione liberty un po’ tetra circondata da distese di olivi secolari. L’impatto con la realtà contadina, con le tradizioni locali e il loro codice è duro per Emma, che è una donna moderna, abituata a lavorare all’estero come consulente edile, probabilmente atea o agnostica e scettica verso i riti sospesi tra religione e superstizione. Teresa vive con la governante e offre il suo aiuto alla gente, è una strega e risana i corpi e le anime, aiuta le piante a crescere rigogliose e custodisce segreti inconfessabili. Quando Sofia viene punta da una tarantola, il turbolento passato di Francesco riemerge: da ragazzo ha messa incinta una ragazza e pur di farle perdere il bambino è ricorso a una fattura che è andata a segno ma ha lasciato la povera ragazza posseduta da un’entità misteriosa. Oggi la stessa entità ha legato a sé la bambina…
Il film vive soprattutto di atmosfere cupe e ancestrali, costruite con la giusta lentezza e ben inserite in un intreccio tradizionale. La scelta di usare situazioni e snodi narrativi ben consolidati, è in questo caso motivata. Uscendo dai canoni del genere, il risultato sarebbe potuto apparire di certo più originale, con il rischio concreto di distrarre lo spettatore con continui colpi di scena e sminuire gli aspetti antropologici. Se la possessione riserva poche sorprese, soprattutto per gli spettatori appassionati di cinema di genere, la novità scaturisce tutta dai risvolti etnografici. Di horror a chilometri zero, con mostri e situazioni derivate dal nostro folclore, ce ne sono sempre di più, però raramente indugiano abbastanza sugli aspetti culturali delle superstizioni. C’è la strega, c’è il verme drago nelle Alpi o un qualsiasi altro babau tipico delle leggende e delle fole, tuttavia sono ‘solo’ avversari dotati di poteri terribili, non troppo dissimili tra loro se non per l’estetica. Troppo spesso le sceneggiature vanno al sodo, allo spavento facile creato con sequenze gore o con jumpscare, piuttosto che perder tempo per mostrare l’ambiente socio culturale che ha generato le creature sovrannaturali.
Stavolta è diverso, la sceneggiatura scritta da Domenico de Feudis, Davide Orsini, Daniele Cosci con la consulenza di Gianluca Bernardini mette un primo piano l’esigenza di creare il giusto substrato culturale. Il minutaggio impiegato per raccontarci un mondo arcaico che pure coesiste con il nostro fa la differenza.
C’è qualche jumpscare fatto bene, uno necessario per l’epilogo e altri (pochi per fortuna) utili per descrivere la solitudine anche emotiva vissuta dai protagonisti persi negli ambienti claustrofobici della magione rimasta a come poteva essere negli anni Sessanta. E’ Villa Soave, appartenuta alla famiglia Colucci De Stasi e si trova nella Selva di Fasano. La fotografia di Luca Santagostino valorizza gli ambienti, le stanze arredate ancora con pezzi d’epoca o ingombre di scatoloni con oggetti messi da parte. Gli oliveti e i dirupi delle zone di Alberobello, Fasano e Monopoli sono immortalati in tutta la loro solenne e maestosa bellezza. Il film è stato finanziato anche con il contributo del Mibact e dell’Apulia Film Fund della Regione Puglia, poiché anche se oggi la villa è stata venduta e si spera restaurata con gusto e senso dell’amore per il passato, i paesaggi sono stupendi e lo spettatore è invogliato a visitarli. Non siamo fortunatamente al film che promuove il turismo, come usava negli anni Cinquanta, con la gente che conosceva l’Italia poiché vedeva le località far da sfondo alle scene di pellicole ingenue e rassicuranti. Quanto si vede solletica il palato di un viaggiatore curioso e sensibile, che vuole trovarsi in un luogo fuori dal tempo e vuole esplorarlo a passo lento, assaporandolo in tutte le sue sfumature.
Giustamente nel film non c’è grande tecnologia o computer, nemmeno nell’ambulatorio del medico del vicino paese, non ci sono cellulari a portata di mano. Solo la marca dell’automobile può fornire una datazione approssimativa agli eventi: è una Volvo giardinetta come se ne vedevano a partire dagli anni Ottanta. Come in ogni fiaba, l’indeterminatezza delle datazioni è un pregio, trasporta lo spettatore in un mondo che è stato e che ancora è perché appunto, le fiabe si svolgono in un altro tempo che non è quello della nostra contemporaneità.
La scelta di non usare la grafica digitale per descrivere le orribili trasformazioni della bambina fascinata o la presenza della possessione è coerente con il tipo di narrazione. Poche cose sarebbero sembrate stonate quanto effetti speciali moderni, che presuppongono un montaggio trafelato e un’estetica da videogame, iper realistica e asettica, in netto contrasto con la rivalutazione del territorio e del passato.
Il montaggio di Giancarlo Fontana, pur con qualche necessaria concessione al linguaggio dell’horror attuale, doverosamente si prende i suoi tempi.
La grande forza della pellicola è l’atmosfera ricreata tramite sequenze ben distribuite nell’intero arco narrativo: il bicchiere di vino simile a sangue bevuto nel brindisi all’arrivo della famiglia, il morso della tarantola, l’atteggiamento poco sorpreso del medico che visita Sofia, i riti di Teresa, la bambina che vomita il filo, il sangue che esce e rientra…
E’ pregevole anche il velo di ambiguità che grava su Teresa e sopra tutti i personaggi, interpretati più che decorosamente da un cast che funziona, Scamarcio incluso.
Inizialmente Teresa sembra una donna stramba, una suocera pronta a mettere zizzania tra il figlio e Emma. Si sospetta che sia lei la donna del rito mostrato in apertura, o che sia una strega crudele, rispettata dalla gente del posto poiché temuta. La sua unica colpa è aver coperto il figlio quando questi, non riuscendo a convincere Ada a abortire, ha provato a lanciare una fattura di morte sul feto, provocando la follia della compagna. Anche in quel momento, pur con l’omertà di una madre, ha cercato di contrastare il male fin dal suo primo manifestarsi. Messa alla prova dal ritorno dell’entità che possiede Ada, si comporta con la rettitudine di intenti che è parte del giuramento di iniziazione delle streghe nel Sud Italia e nell’Appennino, di solito celebrato nella notte di Natale con un rito suggestivo in cui l’anziana strega sceglie una discepola o tra i parenti prossimi o tra chi scopre dotata. Ovvero, la strega oltre che curare la terra e risanare gli olivi, riconosce il Male e prova a contrastarlo con coraggio.
Le donne sono personaggi forti in questa storia, anche Ada che torna posseduta da una non precisata entità e vuole portarsi via Sofia per compensare la perdita della bambina che avrebbe partorito.
Gli uomini fanno una misera figura o sono presenze di contorno. Francesco è un irresponsabile, ha taciuto il suo passato alla futura moglie sperando che fosse un segreto ben sepolto nel passato e lì destinato a rimanere. Comprensibilmente ha agito a quel modo per non essere lasciato sia per l’immatura crudeltà del gesto, sia per l’incompatibilità delle antiche superstizioni con la mentalità di una donna di oggi. Emma stessa crederà solo alla fine, quando le leggende si dimostreranno vere e ci sarà una riconciliazione con la suocera.
L’epilogo cede solo in parte al gusto degli horror più commerciali, però mantiene una sua dignità, con un possibile spunto per un sequel e con una pregevole sorpresa nei titoli di coda, che scorrono sovrapponendosi a foto etnografiche relative a cerimonie e riti. Che siano vere immagini di un passato non ancora sopito, o fake creati ad arte, confermano la buona impressione che dà questa pellicola. C’è da augurarsi che l’horror folclorico si diffonda mantenendo una qualità alta come in questa produzione.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi su Facebook
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