I NAVIGATORI DELLO SPAZIO
"I navigatori dello spazio", "Navigators of the Space" o "Navigator: the return"… quando una pellicola viene rinominata con titoli diversi, e pure il regista è accreditato talvolta come Camillo Teti, talvolta come A. Maker, la puzza di bruciato si dovrebbe sentire da miglia di distanza. Nel caso di I navigatori dello spazio, i timori sono in gran parte giustificati, soprattutto se si ha confidenza col cinema di fantascienza. La pellicola di Teti è arrivata nelle sale nell’Agosto del 1993 e rielabora temi e atmosfere già viste nel più celebre Navigator (1986) di Randal Kleiser, riproposte con poca inventiva e con effetti speciali artigianali, modesti ai tempi della prima proiezione e ormai datatissimi. Senza osare soluzioni adulte e originali, il regista si rivolge agli spettatori più giovani con stereotipi e modelli narrativi propri delle vecchie produzioni destinate all’infanzia. Bambino è il protagonista Bob, interpretato dallo sconosciuto e impacciato Jesse Dann, alla sua prima e ultima esperienza cinematografica. Bob è un ragazzino chiaramente perdente, poco brillante a scuola, negato per il baseball e con alle spalle una famiglia da Mulino Bianco meno idilliaca di quanto non si supporrebbe. Il babbo infatti nasconde alla mamma i numerosi debiti contratti, si diletta di corse di idroscivolanti e partecipa alla vita della piccola comunità come se fosse il protagonista di videogioco da cellulare, di quelli con case e fattorie da ristrutturare a suon di guadagni ottenuti da giochi e tornei. Il piccolo viene abdotto da un’astronave aliena che per un guasto finisce per passare sui cieli delle paludi della Florida proprio al termine di una di queste competizioni. L’UFO è guidato da Jay Seven, un cyborg dall’aspetto simile al robot di Corto Circuito. L’alieno si serve del ragazzino per aiutarlo a pilotare il velivolo e ricaricarlo d’energia per poi ripartire diretto verso il suo lontano pianeta. Tra l’incidente iniziale e il prevedibile commiato si susseguono gag e situazioni a misura di giovanissimo. Un preadolescente difficilmente si farebbe incantare dagli occhioni languidi del cyborg o riderebbe di battute quali "Mi sento venir meno i fusibili". L’adulto si annoia, sia per l’avvio decisamente sotto tono con i battibecchi del protagonista con il più dotato coetaneo, sia perché mancano personaggi in cui potersi identificare. I pochi personaggi ‘grandi’ sono tutti, in varia maniera, definiti in modo sommario e decisamente negativi. Il padre nasconde i gravi problemi economici, la mamma subisce il suo ruolo da perfetta massaia incapace di far chiarezza sull’ambiguità del marito e usa il cibo come mezzo per ottenere obbedienza dal figlio, il rivale è un villain da romanzetto per la gioventù di cento anni fa, scritto senza sfaccettature o motivazioni che lo rendano interessante. Gli altri sono poco più che comparse con una manciata di righe di copione. Purtroppo la recitazione è quella che è e il doppiaggio non aiuta a rimediare le pecche interpretative.
La critica alla società americana – perché quello che vediamo non è uno spaccato degli States ma è come un Italiano vede la provincia rurale americana - viene sminuita dal tono infantile e dalla mediocrità della confezione. La sceneggiatura elimina qualsiasi particolare possa risultare ambiguo, violento o disturbante e la scelta può essere perfetta per un film per ragazzi di vecchio stile, davvero indirizzato a intrattenere la fascia di età dai cinque ai dieci anni, e forse dieci sono anche troppi. Oggi certi spettacoli, almeno nel nostro Paese, restano fuori dalle sale e sono confinati a canali tematici o al mercato home video degli autogrill. Il grosso dei film ‘per famiglie’ è in realtà catalogato come 12+, perché può trattare, anche se in forma non troppo esplicita, temi impegnati, oppure gli eventi prevedono una minima dose di violenza. Se poi ci sono effetti speciali costosi, il tentativo di includere spettatori di generazioni diverse è abbastanza esplicito.
Lo spettatore resta perplesso davanti a I navigatori dello spazio, può essere consapevole di avere davanti un B-movie in quanto mancano nomi famosi nel cast (Jesse Dann, Jeana Belle, Michael Badgewell, Ottaviano Dell'Acqua, Gregory Badgewell…) e il regista è pressoché sconosciuto, magari si attende qualche perla trash ingiustamente dimenticata. Il poster con l’alieno in bella mostra è ambiguo, manca di elementi tali da dichiarare onestamente il target anagrafico della platea, poiché la fantascienza ha partorito anche creature temibili dall’aspetto ridicolo. Basti pensare ai Dalek del telefilm Doctor Who, sorta di bidoni dell’immondizia animati dalla voglia di conquistare l’universo e sterminare qualsiasi altra specie al grido metallico ‘Ex-ter-mi-nate!’. Fanno ridere fino a quando non li si identifica come metafore dell’intolleranza portata alle sue vette più estreme, e allora divengono entità crudelissime, nonostante l’aspetto di pattumiere o elettrodomestici aspiratutto. E i bambini del villaggio dei Dannati, o quelli di Zaffiro e Acciaio non sono proprio la scolaresca che un insegnante porterebbe volentieri in gita. Tanta fantascienza è stata coinvolgente nonostante avesse mostri e alieni di gommapiuma... Poi il film inizia, la fotografia appare modesta come in un telefilm, le scenografie sono altrettanto poco suggestive, i dialoghi sono sciatti e bambineschi nel peggior senso che il termine può assumere. L’equivoco dura sì e no una manciata di minuti. Ci se ne accorge presto, a visione iniziata, quando ormai l’unica scelta possibile è quella di abbandonare Bob al suo destino e cambiare canale, o dolersi dell’acquisto infelice del DVD.
Jay Seven è un incrocio tra il tenero robot di Corto Circuito e l’altrettanto indifeso E.T.. E’ stato realizzato artigianalmente da Francesco e Gaetano Paolocci, e appare simile agli animatronic che popolano le attrazioni dei parchi di divertimento. In un contesto di svago disimpegnato, dove nessuno pretende di vedere qualcosa di vagamente verosimile e tutti accettano la finzione più kitsch possibile senza batter ciglio, Jay Seven farebbe la sua figura. Fuori dal parco di divertimenti, e spenta la decima candelina sulla torta di compleanno, l’alieno cyborg risulta davvero indigesto, nonostante entri in scena con un modesto jumpscare e i guasti lo rendano in qualche occasione aggressivo. Il protagonista dà il colpo di grazia a una situazione già compromessa dal basso budget, poiché è proprio un perfetto esempio di perdente in cerca di improbabili rivincite. L’attore è più grazioso che capace, e convince poco quando dichiara che vuol essere un bambino come tutti. Non può essere creduto, ci hanno fatto vedere come le sconfitte subite lo abbiano lasciato deluso, in più di un’occasione mostra la sua frustrazione dovuta al mancare di doti da leader o da campione sportivo. E’ difficile accettare la sua modestia che appare stonata e ipocrita dati i precedenti, così come il suo ritorno alla vita normale, riveduta e corretta da un’ennesima manovra dell’amico alieno. O perlomeno, un adolescente e un adulto si accorgono delle incongruenze; magari uno spettatore più giovane gioisce della rivincita di questo ennesimo brutto anatroccolo e accetta con gioia il lieto fine, uscendo dal cinema rassicurato e felice.
Le poche trovate valide perdono forza in una trama che è asservita totalmente alle esigenze di un piccolo spettatore. Le battute del cyborg sono agghiaccianti, e così le situazioni che affronta con il suo aiutante Bob, come quando scambia un luna park o uno spettacolo di fuochi artificiali per un raduno di astronavi. La nota ambientalista appare fuori contesto in una storia che dovrebbe trasmettere ben altre emozioni, sense of wonder su tutte.
L’idea più pregevole è quella di far tornare il bambino nella sua realtà ma tre anni dopo quelli che lui credeva essere stati solo tre giorni. Anche in questo caso, l’esigenza del lieto fine prende il sopravvento e si abbandonano possibili sviluppi meno rassicuranti, come un ritorno in un presente parallelo in cui quasi tutto è come lo ricordavamo, a suggerire un cambio di dimensione e l’esistenza di un multiverso; o una partenza del ragazzino verso mondi lontani dopo aver appurato che non c’è più posto per lui nella nostra realtà. Si assiste invece a un’improbabile rivincita, con il padre sopravvissuto grazie all’intervento del bambino, con le sorti della partita di baseball ribaltate, con il villain improvvisamente divenuto accondiscendente. Se il salvataggio e il tiro della pallina sono mostrati allo spettatore, le motivazioni della trasformazione del creditore restano immotivate, ed è un’ennesima caduta della sceneggiatura firmata dallo stesso Teti insieme a Olga Pehar e Gian Paolo Brugnoli.
Anche la presenza del Nativo Americano che pare conoscere le entità aliene viene sprecata, invece di ammiccare a Lovecraft con le leggende degli Antichi sepolti sotto tumuli nel selvaggio West, o anche a Stephen King con i suoi misteri del Cimitero Vivente.
Si tratta però di scelte coerenti, perché il film, se viene considerato come uno spettacolo per piccolissimi, può anche risultare simpatico. Può essere colpa dello spettatore adulto di oggi, inadatto allo spettacolo, troppo smaliziato, troppo viziato dai prodigi della grafica digitale, troppo esigente per la recitazione e per la scrittura dei personaggi, incapace di incantarsi con storie lineari. Spiace anche ammettere che questo film è una produzione italoamericana, quasi a confermare che il nostro non è un Paese da fantascienza.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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