LA TIGRE E' ANCORA VIVA -SANDOKAN ALLA RISCOSSA
Quando Sandokan apparve sui teleschermi italiani nella miniserie del 1976, diretta da Sergio Sollima, fu un vero successo. C’erano state altre trasposizioni del celebre personaggio creato da Emilio Salgari, però si trattava di film realizzati a partire dagli anni Quaranta e quindi in bianco e nero, o di b-movies nati negli anni Sessanta sulla scia dei peplum mitologici. Si trattava si pellicole dimenticate e spesso dimenticabili, ormai troppo distanti dai gusti di una platea esigente e osteggiate dalla critica che era poco propensa ad apprezzare produzioni ‘popolari’. Così il pirata era rimasto chiuso nella soffitta dei ricordi, fino a quando venne riproposto con altro media, non più il cinema ma la televisione. Nel 1974 venne trasmesso lo sceneggiato diretto da Ugo Gregoretti, con Proietti protagonista e fu una prova generale di quanto il personaggio potesse ancora far presa sulla gente a distanza di quasi cento anni dalla nascita. Quella, almeno a vedere dai pochi frammenti sopravvissuti, doveva essere una versione casareccia, quasi parodistica, eppure fece capire le potenzialità della Tigre della Malesia. Occorreva dargli un respiro internazionale, ambientazioni esotiche, attori noti e volti piacenti… e nacque così il Sandokan fino ad oggi più amato, quello diretto da Sergio Sollima, con il volto di Kabir Bedi e con le accattivanti musiche degli Oliver Onions. Scoppiò la Sandokan – mania, con figurine, quaderni, materiale scolastico, magliette a tema, gadgetteria analoga a quella che oggi accompagna le serie e i film di successo.
A seguito della moda, venne subito realizzato un film, La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! ispirato alla Riconquista di Mompracem e che arrivò al cinema l’anno dopo.
Si tratta di un sequel diretto ancora una volta da Sollima, con lo stesso cast e per quanto possibile con lo stesso comparto tecnico. Ritorna Kabir Bedi, Philippe Leroy come Yanez, c’è Adolfo Celi a impersonare Brooke, la sigla ha le immagini delle carte delle colonie malesi, i nomi degli attori e delle maestranze hanno il solito font e anche la colonna sonora è degli Oliver Onions… eppure qualcosa nel meccanismo dell’intrattenimento si è spezzato.
A fare la differenza, sono tanti dettagli spesso condizionati dai mezzi più limitati, e l’uscita in un momento poco felice, in contemporanea con Guerre Stellari, in un’annata già ricca di pellicole di grande richiamo come La febbre del sabato sera, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Le avventure di Bianca e Bernie, I duellanti, le colline hanno gli occhi, Suspiria e molti altri...
La vicenda non è particolarmente originale: Jamilah (Teresa Ann Savoy), ragazza malese mezzosangue adottata dal tigrotto Giro Batol, cerca l’aiuto di Sandokan (Kabir Bedi), ma il pirata si è ritirato a vivere come un eremita nella giungla dopo la morte dell’amata Marianna e la presa di Mompracem da parte degli Inglesi capitanati da Brooke (Adolfo Celi). Tutta la narrazione ruota sul poter riportare l’eroe in azione, riconquistare l’isola e salvare la ragazza dalle attenzioni del viscido sultano Abdullah (Néstor Garay), e dai pericoli dei Thug assoldati dai Britannici. Il lieto fine viene raggiunto con l’aiuto di Yanez (Philippe Leroy), di Kammamuri (Sal Borgese) e di Tremal-Naik (Ganesh Kumar), e dei Dayaki.
Anche in questo caso quanto vediamo sullo schermo segue i romanzi con parecchia libertà, in pratica Sergio Sollima e Alberto Silvestri, soggettisti e sceneggiatori, hanno fuso insieme parti di varie opere del Ciclo Malese di Salgari e hanno riscritto il pirata e i suoi tigrotti sfruttando i personaggi più riusciti della saga e adattandoli pesantemente al gusto degli anni Settanta.
La miniserie aveva portato nelle case immagini da sogno, con isole dalle acque cristalline, palazzi coloniali, giungle, navi in mezzo al mare, animali esotici e panorami di Paesi che la maggior parte degli Italiani poteva solo immaginare. Stavolta le riprese sono avvenute in un minor numero di location, e in scenari più semplici, spesso nemmeno particolarmente suggestivi. Il paesaggio prima coprotagonista diventa uno sfondo, sa di già visto ed il senso di meraviglia stenta a decollare davanti alle capanne e alle strade fangose delle campagne d’oriente.
Le incursioni nel documentare le usanze dei popoli del Sud Est asiatico sono rare, a parte l’incontro con i Dayaki e i Thug, mentre lo sceneggiato si dilungava in balli, canti, teatro delle ombre, duelli con armi esotiche e arti marziali adatte alle armi usate.
I movimenti di macchina seguono i ritmi piani tipici delle produzioni del periodo, e così anche i combattimenti sembrano quelli che ci si può attendere da un film realizzato venti anni prima, nella Cinecittà animata da scenografie di gesso e da improbabili gladiatori con l’orologio al polso. Le comparse cadono a terra ma nelle sequenze successive scompaiono dal terreno, i colpi di pugnale e di parang sono visibilmente simulati, lenti e penalizzati da inquadrature molto tradizionali. L’inverosimiglianza dei combattimenti all’arma bianca potrebbe far storcere il naso solo a qualche appassionato di arti marziali, ma è un campanello di allarme che risuona insieme a quello delle ambientazioni spartane. Tanta goffaggine è una probabile conseguenza dell’avere a disposizione volenterose comparse poco esperte nell’uso di lame piuttosto che stuntmen professionisti, e anche di averne un numero limitato, tanto da dover fa rialzare i caduti per simulare un nuovo attacco.
Anche i costumi e le musiche sono per buona parte riciclati dalla miniserie, e alcuni eventi potenzialmente spettacolari vengono relegati ai soli dialoghi, come la rivolta dei Sepoys, i soldati indiani che nel 1857 si ribellarono alla Compagnia delle Indie.
E’ evidente come la produzione abbia dovuto fare miracoli con mezzi limitati, e il risultato è altalenante anche perché la sceneggiatura è stata pesantemente condizionata dal dover risparmiare su comparse, costumi e location.
Alcuni attori sono bravissimi, sebbene abbiano copioni ristretti dai tempi più serrati rispetto a quelli dello sceneggiato. Adolfo Celi e Philippe Leroy brillano anche se appaiono per un numero di sequenze ridotto. Massimo Foschi è sprecato come Teotokris semplicemente perché l’avventuriero greco è scritto male, anche per ragioni di minutaggio. Il percorso che lo ha portato da esule greco stanco di lottare per la libertà del suo Paese a traditore pronto a schierarsi con chi gli appare più potente si riduce a qualche battuta pronunciata nel palazzo del sultano Abdullah, e a molti sguardi che cercano di sintetizzare i moti interiori. L’attore in questo senso è favoloso perché racconta con la sua gestualità un tradimento che avrebbe necessitato di spiegazioni e di una certa gradualità. Che Kabir Bedi fosse più bello che bravo, era ovvio fin dal primo episodio dello sceneggiato; in questo sequel appare meno impacciato e il suo carisma in parte risolleva la vicenda. Non c’è più Yanez a rubargli continuamente la scena, Lord Brooke pure ha una presenza limitata nei centocinquantasei minuti di proiezione e Bedi fa il possibile per farsi amare, dimostrando di aver fatto tesoro dell’esperienza. Le presenze femminili invece sono davvero deludenti, la sposa di Yanez esaurisce il suo compito nel volgere di pochi attimi, e Jamilah è imbarazzante, anche in confronto con la Marianna di Carole André, che pure brillava più per bellezza che per bravura in scena. La protagonista funziona poco come recitazione: il personaggio può anche essere moderno, è diversa dalle solite donzelle da salvare e dovrebbe rappresentare un modello di orgoglio e dignità, però la Savoy si aggira in scena legnosa e artefatta, e neppure un buon doppiaggio la salva. Quando è accanto al sultano, interpretato dallo spassoso Néstor Garay, la differenza tra un abile caratterista e una bella ragazza finita nel cinema è ovvia.
Al botteghino il film non andò male, però i fan erano scontenti: si attendevano un’opera che proseguisse le gesta del loro eroe andando in un crescendo, con maggiore spettacolarità di ambienti, costumi. Volevano che si distanziasse dallo stile di uno sceneggiato per la televisione per abbracciare modelli narrativi tipici del cinema internazionale… e invece avevano davanti un sequel dello sceneggiato, troppo breve per essere miniserie, troppo televisivo per essere competitivo al cinema. Così, tra il disappunto della fanbase e la freddezza dei critici, nessuno ebbe il coraggio di pensare a un seguito, che rimediasse gli errori. Le avventure di Sandokan proseguirono nel 1996 con la miniserie Il ritorno di Sandokan di Enzo G. Castellari, e con il mai distribuito Figlio di Sandokan: opere giunte da un tempo che non era più il loro, in anticipo sul revival, ignorate da una platea che ormai voleva eroi dalla porta accanto, medici, poliziotti, preti…
Nonostante le pecche, il film La tigre e ancora viva: Sandokan alla riscossa! non è poi così inguardabile. Anzi, si fa rivedere volentieri, soprattutto se si è vissuto in prima persona il fenomeno di Sandokan o se si cerca un film d’avventura esotica adatto a essere guardato nelle feste, senza troppe pretese di verosimiglianza e adatto anche ai ragazzi.
I difetti sono controbilanciati da pregi, da scelte di narrative attuali che però un tempo furono poco apprezzate e oggi si notano solamente se si riesce a superare l’impatto estetico con un prodotto vintage che dimostra tuti i suoi anni e si esprime in modo diverso da come siamo abituati.
E’ un film di avventura d’altri tempi, un intrattenimento genuino animato da idee ancora oggi molto attuali: una forte condanna del colonialismo e dei pregiudizi etnici, e celebre valori intramontabili come la fedeltà agli ideali, agli amici, alla giustizia. Il tutto servito allo spettatore senza troppa retorica, fatto non così scontato al giorno d’oggi, con film e serie in cui tutto e troppo deve essere esplicitato.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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