HO VISTO UN RE
Nel 1976 il giornalista Nino Longobardi pubblicò un libro autobiografico, Il figlio del podestà. Le pagine ripercorrono episodi dell’infanzia dell’autore, i suoi ricordi di bambino ai tempi della dittatura fascista. Nel 2025 quel testo è diventato un film, Ho visto un re, diretto da Giorgia Farina. La regista insieme a Valter Lupo e a Franco Bernini ha sceneggiato questo sognante amarcord, che si apre mostrando Emilio (Marco Fiore), un bambino ricco di immaginazione alle prese con la lettura di un romanzo di Salgari. A Marcello ( Edoardo Pesce), padre di Emilio, Sandokan e tigrotti però piacciono poco. L’uomo è un fascista convinto, è Podestà a Roccasecca, un paesino del Frusinate e vede nel pirata della Malesia un ribelle, uno straniero, un nemico dell’ordine costituito. Vorrebbe fare del figliolo un fascista perfetto, lo sognerebbe abile con le armi e sprezzante verso qualsiasi cosa o persona si distacchi dall’ideale mussoliniano. Emilio però si dimostra impacciato e disinteressato alle adunate e alle esercitazioni dei Balilla, e delude continuamente le aspettative paterne. Un giorno la vita del borgo ciociaro viene sconvolta dall’arrivo di un misterioso prigioniero. Siamo nel 1936, in piena campagna coloniale d’Etiopia, e il Ras Abraham Imirrù (Gabriel Gougsa) viene deportato nella residenza del Podestà, che lo rinchiude nella voliera dei pavoni. Mentre la gente guarda al ‘negro’ con sospetto, con odio o con malcelata ammirazione in quanto è anche un bell’uomo dai modi raffinati, Emilio prova immediata simpatia. Il Ras è un principe vestito dei suoi abiti esotici, è scuro di carnagione e con lo sguardo fiero e intelligente, assomiglia proprio al suo beniamino Sandokan. L’amicizia che il piccolo stringerà con Abraham sconvolgerà la comunità, innescando occasioni in cui i vari personaggi vedranno cadere pregiudizi o si ritroveranno a guardare il mondo con disillusione.
E’ più o meno lo stesso effetto che viene suscitato nello spettatore, poiché questo non è – o non è del tutto – un film storicamente accurato, che narra fatti accertati. E’ noto che alcuni capi etiopi vennero deportati in Italia, tuttavia la vicenda narrata nel film è di invenzione e non ci sono notizie di un Abraham Imirrù o di altri Etiopi detenuti in Ciociaria. La ricostruzione dell’epoca è visivamente accattivante, con una fotografia dai colori caldi che immortala ambienti raffinati, così come potevano trovarsi nelle ville del periodo. Viene rappresentata la società dell’epoca, con l’infatuazione per il Futurismo e la sua oratoria piena di parole prese dal mondo della tecnologia e la realtà contadina. E’ un mondo con luci e ombre, con le sue ipocrisie, l’intolleranza, i lussi e le miserie. Il quadro che ne emerge si distacca profondamente dalle consuete messe in scena realistiche, in quanto ogni evento è deformato dall’esperienza del narratore, che preferisce i toni della farsa, del grottesco, del realismo magico. L’intenzione non è quella di insegnare cosa fu il Fascismo, quanto raccontarci una fiaba surreale sul potere della fantasia. In questa prospettiva si può accettare che la mentalità attribuita ai personaggi scivoli su attualizzazioni accettabili soltanto in una fiaba. Il Ras si dimostra bello, colto, un vero Principe, ha un alto senso di rispetto per le donne e un forte senso di dignità personale; la maestra fascista scopre il suo lato femminista insieme alla consapevolezza che il suo amore caduto in guerra non era proprio un eroe. Sembra impossibile, ma poco importa, in questo caso siamo più vicini a La vita è bella o a Jojo Rabbit che al Pianista o a Kapò. La pellicola sfrutta l’ambientazione per far riflettere sul potere eversivo della fantasia, capace di far immaginare una realtà altra e anche di modificare il presente, in quanto quello che si immagina influenza le scelte personali e i comportamenti che ne derivano. In questo senso il fascismo è un contorno, un fondale su cui si muovono i personaggi adulti, e ha poca importanza se sono poco verosimili. I sogni crollano, eppure sono l’arma che può combattere la tirannia, come dimostrano le sequenze finali con i bambini che invece di andare all’adunata preferiscono giocare ai pirati. E ovviamente, si parla di fascismo ma poteva essere qualsiasi altro totalitarismo e il messaggio restava immutato.
Si potrebbe considerare Ho visto un re una di quelle pellicole che raccontano un difficile momento della nostra storia in modo un po’ edulcorato, senza insistere su dettagli troppo forti e con un messaggio antirazzista esplicito, quindi adatte alla proiezione nelle scuole. Invece il film ha debuttato fuori concorso alla 42ª edizione del Torino Film Festival piuttosto che al Giffoni Film Festival. Non ha avuto proiezioni per studenti o perlomeno non ha avuto un tamtam mediatico rivolto a presidi e insegnanti, come sarebbe stato logico attendersi dopo la fortunata diffusione de Il ragazzo dai pantaloni rosa. La scelta è motivata, sebbene restringa il target dei potenziali spettatori: nonostante tutto non è una pellicola per giovanissimi ma resta una produzione anomala nel panorama del cinema nazionale. Il fatto che apparentemente il protagonista sia un bambino e ci sia un lieto fine gradito ai più piccoli potrebbe ingannare. Come happy ending è poi dolceamaro, in quanto soltanto i desideri del ragazzino e quelli del Ras si concretizzeranno nella direzione da loro desiderata. Le loro sono aspirazioni legittime, la cui realizzazione almeno direttamente non nuoce a nessuno: essere libero per tornare a difendere la patria, poter essere un bambino invece di un soldatino. Sono le aspettative degli adulti a venire sconfitte, o trasformate: i loro i sogni si realizzano in modo deformato, come se un genio della lampada burlone li avesse esauditi interpretandoli a modo suo. Per lo spettatore maturo il film si presta a una lettura stratificata, con l’astrazione del potere dell’utopia, con un percorso nell’arte del ventennio, con la satira. E’ quanto distanzia la vicenda dall’essere una favoletta scialba, buona sì e no come film per le feste da guardare tutti insieme con un occhio allo schermo e l’altro posato sulle pietanze e sui parenti.
Se Ho visto un Re fosse davvero un film rivolto esplicitamente ai piccoli, a farla da padrone sarebbe stato Emilio e i suoi compagni di scuola, e probabilmente avrebbe avuto una chiave di lettura univoca, semplice e diretta. Invece inizialmente il protagonista è proprio lui, Emilio, e un cartone animato popola i suoi sogni ad occhi aperti. L’animazione si limita all’incipit, e non si ripresenta più nel corso della pellicola, e è un peccato poiché sarebbe stato interessante vedere come il bambino viveva le varie situazioni con i suoi occhi di Tigrotto. E’ stata realizzata in 3d, e francamente, poteva funzionare anche se fosse stata creata con tecniche meno costose, perché in questo caso lo scopo è catapultare lo spettatore in una dimensione di realismo magico. Il film dal punto di vista formale però appare curato fino al virtuosismo, e quindi anche il cartone animato deve caratterizzarsi per l’estetica raffinata, che ammicca al Futurismo e anche al surrealismo di Rosseau e alle giungle sognate da Ligabue.
Non basta avere tra i personaggi principali un bambino, o inserire qualche animazione, o concludere con un epilogo abbastanza positivo, per avere un film per famiglie o addirittura per bambini. Con il procedere degli eventi il ruolo del ragazzino si ridimensiona, e si scopre un film molto più corale, con personaggi esagerati e caricaturali, recitati con enfasi ma ben costruiti nell’economia di un racconto sospeso tra cruda realtà e fantasia al potere. C’è la disillusione della madre, che si credeva un’artista e invece si trova a concedersi a un gerarca nella vana speranza di venire introdotta a Roma tra artisti celebrati. C’è il dramma del fratello, gay e cosmopolita, che fa da padre a Emilio insegnandogli a ballare sulle note di dischi jazz proibiti, e finisce umiliato davanti a tutto il paese, costretto alla fuga. L’aspirante maestra pure verrà disattesa, perché per i fascisti una donna ha da fare la moglie e la madre. La fede nel Duce la delude doppiamente: oltre alla delusione professionale scoprirà che l’uomo che amava e avrebbe sposato non è morto eroicamente ma era uno dei tanti che in Etiopia ha ucciso e fatto violenze ai civili. Troverà il suo riscatto, ma non proprio il futuro che sognava e che s’era impegnata a costruirsi. C’è poi il contorno della gente del paese, sospesa tra un’esistenza umile e i sogni di gloria promessi dal Duce, tra la placida vita quotidiana e le cerimonie di regime, afflitta da pregiudizi nati dall’ignoranza, incrinati dalle prime disillusioni. Superata la situazione iniziale e stabilita l’amicizia tra il ragazzino e il Ras, sono gli adulti ad essere protagonisti e il bambino, pur restando una presenza necessaria ad innescare i fatti, passa in secondo piano.
Questa scelta è in parte ambigua perché fa immaginare, anche grazie a trailer che sfruttano soprattutto la prima mezz’ora di proiezione, un film per famiglie, di quelli vecchio stampo, come se ne vedono sempre meno nel nostro Paese. Ci sono poi situazioni meno adatte a un piccolissimo, sebbene sempre molto edulcorate rispetto alle vere crudezze di quella sciagurata epoca storica. Si va dalla gogna con violenze annesse per lo zio ‘frocio’, alla madre che s’accompagna a un gerarca pur di sfondare, alle allusioni sessuali delle lavandaie verso le grazie del Ras.
A conti fatti non sorprende come la distribuzione di questa pellicola abbia evitato di coinvolgere i vari Istituti Comprensivi. Resta sempre troppo lontano alla verosimiglianza delle platee abituate a ricostruzioni storiche accurate o che passino per tali, troppo distante dagli scialbi e innocui film per bambini. Ho visto un re è un film d’essai, nel senso più completo del termine, e riesce ad intrattenere con garbo.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita da questo sito. Se volete adottarla contattate su Facebook Florian Capaldi
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