AL CENTRO DELLA TERRA : CONTINENTE SCONOSCIUTO

Edgar Rice Burroughs è rimasto famoso per aver inventato Tarzan e Allan Quatermain, tuttavia ha scritto molti romanzi fantastici, sospesi tra fantascienza e heroic fantasy. Il ciclo di Pellucidar si basa sull’esplorazione dell’interno della terra, che s’ipotizza essere cava e popolata da varie specie senzienti e bellicose, oltre che da esseri umani restati alla cultura dell’età della pietra.
Centro della Terra: continente sconosciuto è un film diretto da Kevin Connor nel 1976, ispirato al primo romanzo del ciclo, Al centro della Terra. Narra del tumultuoso collaudo di un gigantesco veicolo dotato di trivella. E’ stato inventato in piena età vittoriana dal Professor Abner Perry, uno scienziato britannico. Lo studioso decide di condurre nel viaggio inaugurale il finanziatore americano David Innes. I due partono salutati da banda musicale e folla di curiosi e perforano una montagna del Galles. Il viaggio però non va come avevano previsto, a causa di un guasto provocato dall’umidità di un lago sotterraneo la macchina sfugge al controllo. I due viaggiatori si ritrovano in un mondo sotterraneo illuminato costantemente dal calore della terra, un reame di favola governato dagli spietati uomini uccello Mahar. Questi sono dotati di poteri telepatici, hanno sottoposti dalle fattezze di scimmia e vivono schiavizzando gli esseri umani. Vengono catturati e condotti in città, scoprendo come gli esseri umani siano facili vittime, in quanto la loro tecnologia è quella dei primitivi. David si innamora di Gea, una bella principessa schiava, e cerca una via di fuga, ma viene trovato e obbligato a combattere un dinosauro…sopravvissuto alla lotta, insieme al professore organizza la rivolta degli esseri umani…
Si tratta di una pellicola a basso costo, creata sull’onda di grandi successi del passato e nemmeno troppo fedele al testo, nata in un periodo in cui il sottogenere dell’esplorazione dei mondi perduti ormai aveva fatto il suo tempo e veniva accusato di essere un futile escapismo. Cosciente dei limiti dovuti ai pochi soldi e all’atteggiamento della critica poco incline a valorizzare il cinema di genere, oppure con ingenuità disarmante, la sceneggiatura ha calcato la mano su tutti gli aspetti più pulp, sulla comicità volontaria e consapevole, e su scenografie decisamente kitsch e su messaggi innovativi per l’epoca disseminati in un insieme chiassoso e quasi psichedelico.
I colori aggrediscono lo sguardo, con una fotografia satura di tinte accese, quasi fosse un fumetto pulp di una volta. L’avventura inizia decisa a intrattenere fin dal primo fotogramma, senza perdere tanto tempo per presentare i protagonisti. Vediamo la partenza della Iron Mole – questo l nome ufficiale della grande trivella, detta familiarmente ‘Talpa’ - accompagnata da fotografi, banda musicale, folla di ragazze che ammirano David, gente che incuriosita osserva l’evento. Quanto avviene in seguito è raccontato con brio fracassone e senza mai rallentare il ritmo per dilungarsi in episodi secondari. E’ come una corsa sulle montagne russe in un parco a tema steampunk, e per circa novanta minuti intrattiene in modo facile e immediato, oppure irrita perché a parte gli attori principali, tutto il resto è modesto o molto lontano dai canoni estetici del cinema d’autore.
Il mondo sotterraneo è ritratto con gusto psichedelico, tra scenografie di cartapesta che non fanno niente per sembrare verosimili e cavernicoli coperti di pellicce ecologiche. I mostri sono degni di un Carnevale di Viareggio, si muovono poco per sembrare creature vive e hanno la rigidità delle celebri costruzioni in cartapesta che stupiscono più per la grossa mole che per la raffinatezza dell’esecuzione. Quando in effetti sono maschere indossate da comparse, mantengono un’estetica da pop art. Sembra di essere in un quadro di Andy Wharol o in un manifesto pubblicitario di Elio Fiorucci. Le giungle hanno piante e rocce di polistirolo pitturato, il cielo è rosa come se tutto avvenisse all’interno di un bar lounge. Gli effetti speciali sono ridicoli, antiquati e vistosamente caserecci, proprio come se quanto vede lo spettatore altro non fosse che un’attrazione da parco a tema. L’insieme è così brutto da conquistarsi una propria estetica, diversa dai canoni di quanto la critica impegnata ritiene bello.
C’è lo schiavismo, le donne vengono offerte come preda a un uccello gigantesco, il tradimento è dietro l’angolo, non tutti i personaggi buoni sopravvivono, eppure si ride. Nessuno pare prendere sul serio quanto accade, nonostante questa ennesima declinazione del viaggio nel sottosuolo abbia elementi di originalità che la differenziano da altre pellicole ispirate alla letteratura fantastica d’esplorazione, e nonostante il romanzo alla base del soggetto sia privo di elementi parodistici così espliciti. Le gag abbondano, grazie alle trovate del Professore che spesso sta con la testa tra le nuvole o viene attratto da scoperte naturalistiche nel bel mezzo del pericolo.
Il carattere dei due esploratori emerge nel corso degli eventi, e anche se non c’è una vera maturazione dovuta alle esperienze straordinarie che vivono, pure i due sono indimenticabili. David (Doug McClure) è il classico protagonista, un vero maschio Alpha: è ricco e giovane, atletico e piacente; finanzia i progetti più assurdi e paga pur di vivere in prima persona le avventure di cui poi si gloria. Il Professore (Peter Cushing) è spassoso, stralunato, apparentemente fragile, eppure capace di organizzare la rivolta insegnando ai primitivi l’uso dell’arco. Peter Cushing, finiti gli anni d’oro degli horror della Hammer e deciso a sottrarre la sua immagine al mondo dell’horror, si rivela bravissimo e divertito nel prestare l’aspetto austero a gag sconclusionate. Bello è anche l’insegnamento che il personaggio affida agli spettatori… non è la forza bruta a essere vincente, così come non basta un bel cervello per risolvere qualsiasi situazione problematica. Servono sia le doti fisiche che quelle interiori, meglio se convivono nella stessa persona, altrimenti la collaborazione è la vera arma vincente. Sembrerebbe un’affermazione ovvia, eppure al cinema la lezione non sarà sempre applicata, anche dopo il fenomeno mediatico di Indiana Jones che è intelligente e soprattutto molto fortunato, e poi anche agile e forte.
Paradossalmente, il bel fusto pieno di quattrini verrà rifiutato come sposo dalla bella Gea (Caroline Munro), perché lui vuol tornare in superficie con la donna da esibire come ‘premio partita’ e lei ha la saggezza di capire che è inadatta al destino che la attenderebbe nel nuovo mondo. Quella di David e di Abner è la parabola di un uomo che si crede un dio e invece deve volare basso, e di un uomo vecchio, esile e malaticcio che diventa un eroe. Il Professore si trasforma da macchietta comica in un protagonista con la P maiuscola, che trova il coraggio di essere la mente della rivolta e non esita a usare un arco tenuto insieme dalla catenella degli occhiali contro un avversario che è assai più forte di lui, e gridando ‘Al diavolo la cavalleria’ scocca frecce che salvano la pelle al meno brillante allievo.
Il finale è risolto in poche sequenze, non sapremo mai come verrà accolta l’impresa, cosa avrà imparato David; magari dopo il due di picche ricevuto davanti alle tribù riunite avrà capito che un bell’aspetto e un corpo aitante e un portafoglio pieno di dollari non sostituiscono i sentimenti e la forza che ne deriva. Un’ eventuale maturazione è affidata all’immaginazione dello spettatore, lasciata oltre i l rassicurante The End, e questa è una scelta intelligente. Instilla dubbi nello spettatore che può domandarsi cosa elevi una persona al ruolo di eroe, se la virilità sia semplice chimica scatenata dall’appeal sessuale o dai muscoli o dai soldi. Non ci sono lezioncine impartite, se non il rifiuto della bellssima cavernicola.  Quanto ha importanza alla fine è il viaggio, le sfide affrontate, il cambiamento che il Professore ha vissuto a pieno e lui no. L’escapismo è quindi solo apparente e ci sono questioni più consistenti portate di contrabbando in un contesto apparentemente trash.
Mentre altri B-movies di avventura in terre fantastiche cadono nel ridicolo involontario senza scusanti, Centro della Terra: continente sconosciuto suscita emozioni. Scalda il cuore soprattutto agli spettatori diversamente giovani che si ricordano di averlo visto magari da bambini al ‘pidocchino’, il cinema male in arnese dove proiettavano seconde visioni, sgranocchiando semi di zucca e pop corn. Evoca risate e tenerezza, emozioni sincere che troppo spesso il cinema di genere attuale trascura, perso come è nella ricerca degli effetti speciali più barocchi. Ma quelli sono e restano solo belle figurine, mentre la bruttezza in questo caso ha un’anima.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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