L'ISOLA SUL TETTO DEL MONDO

 

L’influenza delle opere di Jules Verne sull’immaginario delle opere di avventura è stata profonda, tanto da generare una schiera di emuli, più o meno fortunati. Tra essi Ian Cameron (alias Donald Gordon Payne), autore de Il cimitero dei capodogli; il romanzo sarebbe probabilmente del tutto dimenticato se non fosse stato portato al cinema da Robert Stevenson, regista che ha lavorato a lungo per la Disney, con il titolo L’isola sul tetto del mondo.
La trama è abbastanza consueta, considerando che il film è uscito nel 1974; ormai il genere dell’esplorazione di mondi perduti, pur piacendo ancora, aveva detto molto e se aveva altro da dire la società non era ancora pronta ad ascoltare messaggi diversi.
Il ricco inglese sir Anthony Ross (Donald Sinden) vive nel dolore da quando il figlio Donald è scomparso durante un viaggio di esplorazione in Groenlandia. Organizza quindi una spedizione di ricerca, portandosi dietro il professor Ivarsson (David Hartman) , esperto in geologia e in culture primitive. Per raggiungere quelle terre lontane utilizzano uno speciale dirigibile, l'Hyperion, progettato e guidato dal capitano Brieux (Jacques Marin). Giunti tra gli Inuit rintracciano Oomiak (Mako), la guida che sarebbe stata l’ultima persona a vedere vivo Donald (David Gwillim). Insieme viaggiano verso l’ignoto, scoprendo un’isola dal clima ospitale, riscaldata dal calore dei vulcani. E’ popolata dai discendenti di una spedizione vichinga e il giovane vive lì, si è legato alla bella Freya (Agneta Eckemyr). L’arrivo degli esploratori non è passato inosservato, ci sono profezie che presagiscono sventure se mai estranei arrivassero su un mostro dal cielo, e rivelassero al mondo l’esistenza di quel reame. Tornare a casa diventa un’impresa…
Che casa sia sempre il posto più bello, e che casa debba corrispondere a un preciso luogo e debba far sempre rima con famiglia, è un presupposto dell’intrattenimento targato Disney, o almeno lo era fino a qualche anno fa. Oggi la famiglia è un po’ più allargata, è ohana come ci racconta Lilo, però è sempre il tema centrale e c’è poco spazio per eroi che invece, vissuti gli eventi straordinari, preferissero una vita avventurosa. Tutto il film ruota attorno al senso della famiglia, ma per fortuna stavolta è un pre-supposto gestito con intelligenza, tanto che in fondo c’è una sorta di lieto fine pensato sia per quanti la pensano in modo tradizionalista, sia per quanti desiderano un destino diverso.
Il Sir protagonista è decisamente antipatico, si dimostra arrogante, disinteressato a qualsiasi ricerca storica o antropologica, pensa di aver sempre ragione perché può permetterselo con i soldi. Fa battute di velato cattivo gusto sulla procace compagna del figlio, che vorrebbe aver cresciuto superficiale e sciupafemmine, e non è proprio un padre modello. Si comporta con atteggiamenti da bravo colonialista e gli occhi gli si illuminano solo quando prima ritrova il figlio e più tardi vede il posto dove vanno a morire i cetacei, lasciando avorio di narvalo, ossa di balena e preziosa ambra grigia. Tratta l’indigeno come un servo da poter minacciare a piacimento, disprezzando di cuore la sua cultura e desiderando solo di riportare il figlio a casa come se fosse una sua proprietà. Di conseguenza Ross è sì un protagonista, ma non è così positivo quanto potrebbe e vorrebbe apparire. Per fortuna c’è il coprotagonista, lo studioso, e lui la pensa diversamente, forse. La sua scelta di restare tra i vichinghi è motivata dal dover essere trattenuto come ostaggio per far ripartire gli altri, ma non è del tutto sgradita in quanto appaga la sua fame di avventura e di conoscenza. Non si fa chiarezza su quale delle due componenti sia prevalente e lo spettatore è libero di farsi una sua idea, come avviene anche per il concetto di Patria. In questo senso i Vichinghi, che potrebbero sembrare crudeli, sono solo persone che temono l’inserimento di nuovi membri nella loro comunità, e da come è andata a finire per i Nativi Americani, o per l’Inuit trattato con sufficienza da Moss, forse non hanno nemmeno tutti i torti.
I valori tradizionali quindi convivono col dover accettare che qualcuno non è d’accordo e la ragione e il torto dipendono in fondo dalle convinzioni dello spettatore. Stavolta non c’è una soluzione univoca, come ben dimostra l’epilogo. Questo è l’unico aspetto innovativo della pellicola, oltre ad avere come ‘nemici’ avversari con una motivazione umanissima, la difesa della propria civiltà, e una Natura difficile da sottomettere anche per chi può disporre dei migliori ritrovati offerti dalla tecnica.
Gli altri personaggi, benché siano interpretati con garbo, sono macchiette con poca personalità, funzionali allo svolgimento dell’avventura come il pilota del dirigibile che serve per far arrivare e ripartire gli esploratori, il sacerdote vichingo che condanna a morte il gruppo, la guida inuit che passa fugace davanti alla macchina da presa, e anche la bella Freya, che appaga l’occhio e salva i nostri condannandosi così all’esilio dalla sua terra nativa.
C’è qualche momento comico, con un umorismo vecchio stile, basato su stereotipi etnici come avveniva nei fumetti di Asterix: l’Inglese borioso quanto e più di Phileas Fogg che pensa di comprare tutto e tutti col danaro; il Francese inventivo, allegramente fanfarone e gourmet, col barboncino e la bottiglia di vino alla mano; i vichinghi superstiziosi e inospitali; l’Inuit ingenuo e coraggioso.
Il viaggio dà emozioni grazie alle suggestive scenografie realizzate con fondali dipinti e animate con trucchi artigianali che si susseguono davanti agli occhi degli spettatori. Per apprezzare a pieno la messa in scena, bisognerebbe però guardarla con lo sguardo ingenuo delle platee di allora, senza fare paragoni con quanto oggi può offrire anche il più modesto dei b-movies. Se si rinuncia a fare lo sforzo di contestualizzare la visione, e se si lascia da parte la rivisitazione dei grandi temi della Disney, tutta la vicenda sembra un collage di situazioni viste in tanti altri film simili. Le scenografie state realizzate con grande decoro, e almeno ad una visione disimpegnata, soddisfano l’occhio, tuttavia in successive visioni sembrano invecchiate male, perché sono artifici che già a suo tempo erano economici e superati.
La ricostruzione del villaggio vichingo sorprende per correttezza storica, non spuntano spadoni né elmi cornuti o drakkar con teste di drago gigantesche, ma il tempio è fatto doverosamente di legno e ha statue degli dei relativamente accurate, quanto si vede della casa ha mobili di legno con decori intagliati tipici, le navi lunghe sono chiatte adatte anche al trasporto delle merci e i costumi sono un buon compromesso tra fedeltà storica e senso dello spettacolo.   
Il fiume di lava ed il combattimento contro le balene invece risultano irrimediabilmente goffi, lontani dalla sensibilità attuale, e visibilmente invecchiati male. Il cimitero dei cetacei è poi un semplice sfondo dipinto con delle ossa che sbucano dalla neve…
Il film è figlio di un periodo di crisi creativa ed economica in casa Disney, coevo di qualche successo e di tante commedie per famiglie di dubbia qualità, prodotte a basso costo e indirizzate a uno spettatore bambino. Quindi risente di scelte che cercano disperatamente di trovare il i compromesso tra il vecchio che non piaceva più alla platea, e le novità che stentavano ad affermarsi. Dire però che sia una pellicola brutta, sarebbe fare un torto alla professionalità di quanti la hanno realizzata, sia attori che maestranze. Può deludere se ci si ricorda che Stevenson ha prodotto capolavori assoluti, suoi sono l’intramontabile Mary Poppins, il delizioso Darby O'Gill e il re dei folletti, i primi due capitoli delle avventure di Un Maggiolino tutto matto, gli spassosi Il fantasma del pirata Barbanera e Pomi d'ottone e manici di scopa, e tanti altri successi che hanno accontentato sia il botteghino sia i critici. L’Isola sul tetto del mondo ha il sapore malinconico del declino e dell’indecisione. Ma la Disney negli anni Settanta era a corto di idee e di creatività, i soggetti venivano scelti e proposti ai registi in modo da rischiare il meno possibile, col risultato di avere rientri sicuri però molto più ridotti, per pellicole realizzate con mezzi più esigui. Questo film, più che essere (solo) modesto, è una pellicola che tenta il revival del genere dei Mondi Perduti, quando ormai quel tipo di storie era stato declinato in molte varianti, e relegato alla serie B. In fondo sono un’ora e mezzo di consapevole evasione.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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