L'INCREDIBILE VIAGGIO NEL CONTINENTE PERDUTO
Il romanzo d’avventura Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, dato alle stampe nel 1864, ha continuato ad affascinare lettori di ogni età e ancora oggi piace. Dato il gradimento tributatogli in tutto il mondo il cinema ce lo ha proposto in tante versioni, ciascuna delle quali ha adattato la vicenda alle trasformazioni della società e dei gusti degli spettatori, si è soffermata sui vari aspetti e si è impressa nell’immaginario collettivo in modi diversi, affascinando generazioni diverse.
L’incredibile viaggio nel continente perduto è l’ennesima riproposizione del testo, datata 1977. E’stata realizzata in Spagna dal regista allora esordiente Juan Piquer Simon, con un cast internazionale: Kenneth More, Pep Munné, Yvonne Sents, Frank Braña, Jack Taylor, Ana Arco, Emiliano Redondo…
In una libreria antiquaria di Amburgo, nel 1898, il professor Lindenbrook acquista alcuni libri che un anziano male in arnese sta inutilmente cercando di vendere al negoziante. Tra questi trova un libro-diario inedito, scritto da Arne Saknussem, nel quale si narra fino nei più minuti particolari di un suo incredibile viaggio che, partendo da una grotta scoperta nel cratere del vulcano islandese Snaeffeis, lo aveva condotto al centro della Terra! Lindenbrook prende sul serio il diario e decide di ripetere il viaggio di Saknussem. Insieme a Axel, alla nipote e a una guida, si inoltrano nelle viscere della Terra...
La sceneggiatura segue con discutibile fedeltà il romanzo, ne eredita personaggi e alcune situazioni; attinge sia dal testo, sia dalle precedenti trasposizioni. Per dare un’impronta di originalità, il soggetto assai noto è stato rinnovato introducendo importanti variazioni che danno una sterzata verso la fantascienza.
Il personaggio femminile è una presenza che, assente dalle pagine, è stata introdotta nel precedente Viaggio al centro della Terra del 1959. Ritorna anche in questo film, stavolta è Glauben (Ivonne Sentis), la nipote del Professor Otto Lindenbrock (Kenneth More); è graziosa, strilla a pieni polmoni e in qualche situazione si rivela utile. Tentenna tra l’essere una damigella in pericolo che ammira gli occhi di Olsen e si dimostra la più impacciata del gruppo davanti a ostacoli fisici, e l’essere una donna moderna che deride il culto per la guerra del fidanzato e preferisce andare a studiare le rocce.
Alex (Pep Munne) è il suo fidanzato, un militare prussiano anacronisticamente fiero dell’appartenere all’esercito. La guida Hans è quasi uno strumento di scena che permette con la sua abilità di sopravvivere; in pratica di lui si sa soltanto che accetta l’incarico e vota a favore del proseguimento del cammino soltanto perché vuol fare il pastore e viene pagato in pecore. Il Professore è forse meno eccentrico di quanto non ci si aspetti, però funziona, anche perché insieme a Olsen (Jack Taylor), sono i due personaggi più riusciti. Incarna gli stereotipi degli esploratori accademici della letteratura di esplorazione ottocentesca e lo fa con misura, senza divenire una caricatura di sé stesso.
Olsen rappresenta la vera novità: invece di essere un avversario per i nostri eroi, è un misterioso scienziato, un alleato che custodisce una tecnologia più avanzata e può viaggiare nello spazio e nel tempo grazie al suo sapere e a una misteriosa scatola. Il personaggio si contende la scena con il Professore, poiché gli altri esploratori sono poco caratterizzati.
Ci sono più o meno gli stessi episodi del libro, la discesa nel cratere, Axel che si perde nelle caverne e nelle gallerie, il mare sotterraneo, l’esplorazione delle foreste con le piante preistoriche e i dinosauri, la risalita attraverso lo Stromboli, tutti rivissuti alla luce della presenza affascinante e magnetica di Olsen. In più c’è il gorilla gigantesco che fa sfoggio di sé nel poster, aggiunta che omaggia King Kong ma aggiunge poco alla trama.
C’è un finale che in teoria potrebbe aprire la via di un sequel, di sapore diverso da questo capitolo, tuttavia in quegli anni i film godevano di un sequel in casi eccezionali, quando l’accoglienza da parte del pubblico era particolarmente calorosa.
Non è un caso se in alcuni Paesi il film è stato intitolato Where time begans, in quanto il viaggio nel tempo è uno degli elementi della trama.
L’idea di svecchiare il soggetto e ibridarlo con altri stereotipi del passato e della letteratura fantastica vittoriana è divertente e simpatica, e potrebbe essere vincente se solo fosse sostenuta da effetti speciali all’altezza delle premesse. La vicenda impone di ricreare set con grotte, foreste di funghi, piante esotiche, animali oggi estinti. Sono tutti elementi che fanno parte integrante della storia; si narra di un viaggio straordinario e gran parte dell’attenzione della platea è dirottata proprio sui posti che visitano e che si susseguono nelle varie tappe. Un film sui ‘mondi perduti’ non può essere privo di mostri che reclamano i loro primi piani e paesaggi esotici. Purtroppo il film ha alle spalle pochi mezzi e la povertà si vede tutta, nonostante la bravura del regista non basta un po’ di nebbia per mascherare compensato e polistirolo né si può raccontare un’esplorazione di un mondo fantastico ricorrendo a inquadrature e montaggi alla Hitchcock, tra il vedo e il non ti vedo. Il necessario sense of wonder se ne va quando si vedono le scenografie di cartapesta e i mostri di gommapiuma animati in stop motion come usava negli anni Sessanta. Deve essere stata dura per gli attori recitare con convinzione davanti a umili comparse coperte da pelouche degni del Carnevale d Viareggio o di una festa di parrocchia. Anche i telefilm coevi di Doctor Who avevano mostri fatti di plastica da imballaggio, però il telespettatore aveva pretese limitate, era consapevole di assistere ad uno spettacolo televisivo seriale e non a un ‘filmone’, e comunque le sceneggiature mettevano in primo piano il carattere dei protagonisti, definiti nel corso di lunghe stagioni, e l’abilità recitativa degli attori. Nell’Incredibile viaggio nel continente perduto manca questo tempo necessario per elaborare il carattere dei personaggi e farli amare. La pellicola dura novanta minuti e la sceneggiatura è costretta a puntare all’essenziale per rendere l’avventura comprensibile a tutti. E’ costretta a tagliare quanto è estraneo all’intreccio, deve focalizzarsi sulle poche importanti variazioni sul tema, mostrare al meglio i paesaggi e le creature e poi marciare dritta verso l’epilogo. Per questa ragione il film funziona meglio nelle parti iniziali e nell’innovativa conclusione, momenti in cui i personaggi si presentano e le scenografie vittoriane per quanto modeste sono uno sfondo a cui dar poca importanza. Quando gli esploratori entrano nelle caverne, il pathos cala proprio perché l’estetica è quella che è, e la caratterizzazione essenziale offre pochi altri motivi di interesse, ad eccezione della comparsa del misterioso Olsen.
I dialoghi sono sempre finalizzati a far avanzare la trama e perdono mordente dovendo per forza di cose semplificare i personaggi e spiegare la vicenda. La tensione si risolleva con il ritorno in superficie e l’ingegnoso epilogo.
Un film brutto? Se lo si guarda con lo sguardo del critico che pretende di quantificare il valore artistico di un’opera basandosi esclusivamente su criteri stabiliti da un’elite di pari conoscitori della Settima Arte, infischiandosene di cosa può pensare la platea, è un film superfluo, kitsch proprio perché modesto e non indispensabile. A distanza di quasi mezzo secolo dall’uscita, il giudizio può in parte cambiare. Quanti ricordano con affetto i vecchi film con mostri possono godersi immagini traboccanti nostalgia vintage. La bellezza di questa pellicola, per quanti la sanno cogliere, è fatta di citazioni e di un’estetica retrò che richiama King Kong, la Macchina del Tempo, Doyle e il suo Mondo Perduto, l'universo espanso di Jules Verne, i film di fantascienza degli anni Sessanta… e quanti non sanno cogliere il profumo del tempo che fu, restano perplessi a vedere dinosauri di gomma o pupazzoni in forma di gorilla. In fondo non esiste solo l’arte codificata e classica, esiste anche l’arte naif.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita da FENDENTI E POPCORN: potete adottarla ! Contattatemi! Cerca su Facebook Cuccussette Loris o Florian Capaldi
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