IL RITORNO DI SANDOKAN
Lo sceneggiato Sandokan, diretto da Sergio Sollima nel 1976 ebbe un successo di pubblico straordinario, tanto che l’anno seguente uscì il film La tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa! realizzato dallo stesso regista e con gran parte del cast originario. Purtroppo la pellicola arrivò in sala in concomitanza con Guerre Stellari e oltretutto era stata realizzata con mezzi più esigui rispetto all’iconica miniserie. La critica si era sempre dimostrata poco interessata alle trasposizioni salgariane e stavolta alla freddezza dei recensori di professione si unì anche il coro della platea delusa da uno spettacolo sottotono. Realizzare un seguito era ovviamente impossibile, anche se lo star system casereccio era ancora lontano dalle misurazioni dell’Auditel. Ci vollero quasi venti anni per riportare sui teleschermi la Tigre della Malesia.
Nel 1996 finalmente venne trasmesso il tanto agognato sequel, realizzato da Enzo G. Castellari per Canale 5 invece che da Sollima, che pure aveva sperato di poter avere ancora a che fare con il pirata.
Il ritorno di Sandokan arrivò in televisione in quattro puntate, e sulla carta sembrava poter ripetere i fasti del passato, riproponendo Kabir Bedi e ambientazioni da sogno.
Stavolta Sandokan protegge la giornalista anglo indiana Lady Dora Parker, arrivata in India insieme al fotografo Alfred Higgins per scrivere un articolo sul pirata. Si trova a opporsi a James Guilford, segretario del governatore e nipote di lord Brooke, e a Raska, sultano che insieme alla concubina Yamira mira a spodestare la regina Surama, consorte di Yanez…
L’illusione di rivedere l’eroe di Mompracem, quello che aveva conquistato i cuori degli spettatori degli anni Settanta, svanisce presto. Si avverte un senso di lugubre malinconia permeare ogni scena di questa fiction, arrivata in ritardo sui tempi ad appagare le fantasie giovanili di un bel sequel. Nonostante l’insieme appaia esteticamente abbastanza curato, come si addice ad una produzione televisiva di rilievo, dopo il primo quarto d’ora si capisce quanto il soggetto sia lontano sia dal passato idealizzato, sia dai gusti correnti. La narrazione resta incerta tra l’imboccare la via del revival nostalgico o il concedersi all’estetica patinata delle fiction alla moda per affabulare le telespettatrici di fine millennio. La miniserie pur prevedendo parti d’azione gradite a un audience misto per genere, età e cultura, lascia tanto spazio alla storia d’amore unilaterale della giornalista che si invaghisce del pirata. Il tentativo di mostrare un amore impossibile per la differenza culturale naufraga in dialoghi scontati, in ripicche prevedibili che annoiano.
Sarebbe facile addossare la colpa al protagonista Kabir Bedi, invecchiato però ancora piacente e di certo più bravo di come era ai tempi del suo debutto. Non è questione di qualche ruga, di qualche chilo in più o di un sospetto turbante indossato in ogni scena per trattenere una parrucca,i bel Kabir è forse l’unico elemento che funziona. Se la fiction funziona solo in parte è piuttosto un problema di assenze dolorose, di un cast disomogeneo, di personaggi scritti in modo superficiale, di un tono narrativo discontinuo, adatto per un ipotetico spettatore d’altri tempi, di una sceneggiatura che non sa se rivolgersi ai giovani o ai vecchi.
Philippe Leroy, indimenticabile Yanez de Gomera, venne sostituito da Fabio Testi, ottimo attore privo però del fascino da sgangherata canaglia. Forse il collega francese era troppo vecchio per un ruolo d’azione, o più probabilmente rifiutò il ruolo poiché la paga era troppo bassa e le battute banali. Adolfo Celi ci aveva lasciati nel 1986 e non hanno scelto un recasting per il suo James Brooke: viene creato un nuovo avversario, uno scialbo successore interpretato da Tobias Hoesl, poco carismatico anche per colpa di un copione che lo fa brillare poco. La protagonista Dora (Mandala Tayde) sembrerebbe una Mary Sue da fanfiction, una graziosa eroina con un bel caratterino, coraggiosa, pronta a innamorarsi del pirata che però la rifiuta senza tentennamenti, preferendole il ricordo dell’amata Marianna. E’ un personaggio che esprimerebbe il Girl Power, però con il procedere della vicenda diviene stucchevole, ingenua, e si umilia supplicando un amore che è unilaterale e impossibile. Poteva essere un dolente simbolo dell’atteggiamento di quegli Europei che si accostano a culture diverse in modo ingenuo, con pregiudizi così radicati da essere parte della persona stessa, se la sceneggiatura avesse sfruttato la storia d’amore per raccontare qualcosa di più di una prevedibile tempesta ormonale. Per avere anche una sottotrama ‘rosa’, bastava e avanzava l’innamoramento del figlio di Yanez, André De Gomera (Lorenzo Crespi) con Baba (Vittoria Belvedere), figlia del saggio Yogi Azim, o le advances della concubina Yamira (Randi Ingerman). Salgari scriveva storie di avventura, non amoreggiamenti su sfondi esotici, e la trovata di esasperare i momenti sentimentali tradisce lo spirito dell’autore. Delude proprio quella parte di spettatori che si attendeva avventure, arrembaggi, misteri; e forse nemmeno attrae le telespettatrici appassionate di storie d’amore, perché Sandokan è pur sempre un eroe d’azione, deve combattere e scappare e sfidare gli Inglesi.
C’è poi una forte differenza qualitativa nelle interpretazioni dei personaggi secondari, sempre strettamente necessari allo sviluppo dell’intreccio principale. Pur avendo come indiscusso protagonista Sandokan, la vicenda del pirata si intreccia con le vite di tanti altri personaggi imparentati in varia maniera tra loro, oppure indispensabili a far avanzare la storia. E’ una narrazione corale, ma i comprimari possono rivelarsi imbarazzanti come la regina Surama di Romina Power, puramente estetici come Baba o di mestiere come il Raska di Mathieu Carrière. Il fotografo è spassoso e caricaturale, e ben incarna il sentimento dei gentlemen dell’età vittoriana, sospesi tra pregiudizi e ingenua curiosità verso i popoli considerati ‘selvaggi’.
Ancora una volta la vicenda è un pastiche di elementi e personaggi tratti dal ciclo malese. La scelta appare comprensibile perché o si puntava su un reboot davvero fedele al testo con un cast del tutto nuovo e musiche originali, oppure il sequel doveva tenere conto delle situazioni già proposte nel capostipite e nel film. I romanzi di Salgari però letti oggi giorno possono deludere, per alcuni aspetti appaiono molto moderni e avanti coi tempi, e per altri accusano impietosamente i loro anni. Una sceneggiatura che avesse voluto restare fedele alla pagina si sarebbe dovuta confrontare con dialoghi enfatici, con snodi narrativi non sempre credibili, con comportamenti oggi mal digeribili. E’ stata scelta la via del revival, del sequel che prova a proseguire le vicende attingendo dal tanto materiale disponibile, ricucendolo e rielaborandolo.
La sceneggiatura di conseguenza guarda al glorioso passato televisivo, ma in quasi venti anni i gusti del pubblico e le abitudini di fruizione della tv erano profondamente mutati. Né Sandokan né altri eroi potevano più godere dell’affetto incondizionato di telespettatori curiosi; c’erano parecchi canali oltre alla RAI, c’era forte concorrenza e l’auditel era lì per misurare il gradimento e far decidere cosa meritasse di intrattenere gli Italiani e cosa invece fosse un soggetto da scartare. In questa guerra mediatica le prime vittime erano state proprio le produzioni di avventura e quelle in costume. Costavano troppo, e la gente comune era disabituata a Salgari, ai suoi universi fantastici, a mondi esotici ricchi di senso di meraviglia e popolati da eroi straordinari che volevano solo divertire con intelligente leggerezza. Il pirata si batteva contro il colonialismo però veniva schiacciato dal Maresciallo Rocca, da Uno di noi, dai Ragazzi del muretto e dai personaggi edificanti della storia recente o della Bibbia. Ormai la gente non lo aspettava più con trepidazione le puntate né le seguiva con religiosa attenzione in quanto poteva vedere e rivedere le trasmissioni, aveva a disposizione VHS, DVD e internet con piattaforme più o meno (il)legali che permettevano il download di centinaia di titoli.
George Eastman si trovò così costretto a cedere almeno in parte al gusto corrente, (dis)educato da anni di fiction nazional popolari. Così da un lato la miniserie ammiccava ai fan di vecchia data, dall’altro funzionava poco perché la platea ormai era abituata agli eroi della porta accanto e quando vedeva ambientazioni esotiche, evidentemente realizzate con mezzi più consistenti, o si disinteressava oppure aveva aspettative spropositate, da cinema internazionale.
Anche i ritmi sono quasi quelli rilassati dei vecchi sceneggiati, stavolta rallentati dalle pause necessarie per inserire gli spot pubblicitari. Neppure l’esotismo fa presa, e nonostante le belle riprese in località suggestive dell’India del Sud, ormai tante persone avevano visitato mete esotiche e lo stupore s’era ridotto a desiderio di fare un bel viaggio, magari con uno dei tanti tour organizzati low cost.
L’opera che doveva far tornare la magia dei cult televisivi raggiuge solo in parte i suoi obiettivi. E’ comunque uno spettacolo piacevole, una fiaba che trasmette emozioni positive e si lascia rivedere, perfetta per una visione disimpegnata. Oltre a un blando intrattenimento, c’è poco di cui entusiasmarsi.
Il ritorno di Sandokan così ha il sapore di una mesta resurrezione, con l’eroe che si aggira nella giungla come l’ultimo sopravvissuto di una specie estinta, un eroe venuto in un tempo che non era più il suo.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
La recensione è stata edita su questo sito nel 2023. Contatta Florian Capaldi su Facebook per adozioni e gemellaggi !
Crea il tuo sito web con Webador