VINDEX FLAMMA

Vindex Flamma è un cortometraggio dark fantasy prodotto dalla Saturnia Pictures e diretto da Lea Borniotto, giovane regista già autrice dell’horror Custodes.
Nelle intenzioni della cineasta è un film di denuncia delle angherie che le donne hanno subito nel corso dei secoli bui, in particolare attraverso la ‘caccia alle streghe’. Ha dichiarato “Con questo corto, per i cui dialoghi mi sono ispirata al cinema di Quentin Tarantino, voglio mostrare la stupidità delle credenze religiose nell’epoca medievale e denunciare apertamente gli orrori commessi dall’inquisizione nei confronti delle donne” .
Tra la fine del Medioevo e l’ascesa dell’Illuminismo la Chiesa accusò di stregoneria un gran numero di persone che per qualche ragione avevano comportamenti troppo liberi o di aperta ribellione alla morale comune. Ignoranza e superstizione erano ovviamente pane quotidiano per le masse analfabete, solo il clero e alcuni benestanti sapevano leggere e scrivere. Era facile ingannare la gente semplice, farla credere a miracoli e a sortilegi. Le persone che tramandavano la saggezza popolare con i suoi rimedi a base di erbe o con forme di sciamanesimo italico venivano a far concorrenza alla cultura detenuta dal clero. Quando in paese capitavano epidemie o malattie non spiegabili dalla medicina del tempo era facile dare la colpa a maledizioni e punizioni divine; se qualche donna infastidiva l’ordine costituito poiché non voleva essere né moglie e madre né prostituta, era facile accusarla di far affari col diavolo. Molti femminicidi erano consentiti e approvati dalla comunità poiché venivano fatti passare per interventi del clero contro il maligno. Gran parte delle persone torturate e condannate erano donne, mentre nel Medioevo una sorte analoga era toccata agli eretici.
L’impegno civile di Vindex Flamma convive con l’amore per il fantasy: non si tratta di un cortometraggio con pretese di fedeltà a usi e costumi di un preciso periodo, ma di una storia fantastica con atmosfere medievaleggianti. Deve far riflettere sulle prevaricazioni e sui pregiudizi che spesso le donne subiscono ancora oggi. La ricostruzione storica quindi è fantasiosa come è motivato sia in una vicenda che segue gli stereotipi radicati nell’immaginario più che affidarsi a una collocazione cronologica precisa. Il dialogo in latino e gli occhiali trecenteschi convivono con i costumi fantasiosi delle tre donne.
Nelle prime sequenze scorrono primi piani di attrezzi di tortura presenti nel Museo delle Torture di San Gimignano, oggetti di indubbia truce spettacolarità inventati nei secoli passati o più spesso vere e proprie contraffazioni ottocentesche per soddisfare la morbosa curiosità del pubblico pagante o di qualche eccentrico collezionista. Si viene poi accompagnati in un passato remoto, popolato da frati che parlano in latino e ravvisano l’intervento del demonio nella guarigione improvvisa della figlia di un fattore, in una donna che vive senza essersi maritata, o che pensa troppo. Le tre streghe ci sono davvero, e una di loro tuffandosi in un lago sacro assume le sembianze di un frate, pronto a far vendetta…
La fantasia rivisita la storia in questa vicenda che vede la rivincita delle tre donne. Le streghe(Lea e Vera Borniotto, Martina Sissi Palladini) hanno sulla scena una presenza soprattutto fisica, con le suggestive scene del bagno rituale nel lago e la immersione che le trasforma in uomini, frati che poco a poco si sostituiscono ai religiosi veri. Gli attori (Luca Chikovani, Michele Veccia, Roberto Dal Ben, Lorenzo Crovetto e Alessio Cherubini) recitano in latino ecclesiastico, supervisionati dal latinista Alan Jess. Tutti sono abbastanza credibili e se ci fosse qualche ingenuità nella recitazione, darebbe comunque minimizzata da un doppiaggio professionale e dall’esigenza di leggere i sottotitoli.
Il risultato è un cortometraggio avvincente, e che fa pensare.

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