SANDOKAN serie tv 2025
Raccontare oggi Sandokan in televisione è una sfida, perché il personaggio è notissimo ma l’immaginazione dei telespettatori è condizionata dalla rappresentazione data da Sergio Sollima nel 1976 con l’omonimo sceneggiato, e dal cartone animato popolare durante gli anni novanta. Il Sandokan delle pagine di Emilio Salgari attrae di meno, è un principe spodestato che per tutto il primo libro delle sue avventure fa di tutto – compreso sacrificare la vita della sua ciurma - per conquistare la bella adolescente Marianna, nipote del crudele Raja Bianco di Sarawak, James Brooke. Per far piacere Sandokan alla gente d’oggi è necessario riformulare l’eroe, e riorganizzare le sue avventure in modo da adattarle a media diversi.
La miniserie Sandokan prodotta dalla Lux Vide e diretta da Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo in otto puntate da un’ora ciascuna ricrea la Tigre della Malesia prendendosi parecchie licenze, alcune efficaci e altre meno riuscite. Il soggetto procede mescolando elementi pescati ora nell’iconico teleromanzo ora nella serie animata, entrambe produzioni di successo che comunque si distaccavano dai romanzi. Gli omaggi alle passate trasposizioni sono evidenti a partire dalla sigla, che reinterpreta quella dello sceneggiato, con tanto di tema musicale ideato dagli Oliver Onions, scorci di mappe e personaggi che emergono da ‘strappi’ simili alle striature di una tigre. Anche i fonts usati per i titoli recuperano quelli usati da Sollima.
Tutti i personaggi principali vengono attualizzati, e a ciascuno viene dato un background tale da renderli più o meno credibili. Sandokan (Can Yaman,) è un giovane cresciuto in un bordello a Singapore invece di un principe, e almeno all’inizio della vicenda è un volgare predone. Yanez (Alessandro Preziosi) ha un passato da prete missionario in Amazzonia e ha perso la fede vedendo i massacri ai danni degli indios. Marianna (Alanah Bloor) è la figlia ribelle e curiosa dell’ambiguo Lord Guillonk (Owen Teale): la madre d’origine italiana è morta suicida in manicomio e laragazza è cresciuta a Labuan con il padre console, la zia e la dama di compagnia Sani. Brooke (Ed Westwick) è un cacciatore di pirati nato da madre indù che cerca di nascondere le sue origini, è ambizioso e spietato e sembra essere il principale nemico di Sandokan fin quando non veniamo a conoscenza del Sultano Muda Hashim del Brunei (Matt McCooey). Ci sono poi personaggi inventati di sana pianta, come Sani (Madeleine Price), cameriera e dama di compagnia di Marianna, come il muto Sambigliong (Gilberto Gliozzi) o come il più giovane dei tigrotti, Emilio (Samuele Segreto) che è un accorato omaggio a Emilio Salgari.
L’idea di dare maggiore spessore psicologico ai personaggi raccontandoci il loro passato sarebbe ottima, se non ci fossero contraddizioni. Sandokan per primo soffre di queste sbavature nella scrittura; averlo reso un comune pirata invece di un principe lo rende molto meno accattivante. Quando crede di essere figlio di una prostituta prima, e di un capo Dayaki poi, risulta ridicolo. Il pirata è un uomo bellissimo, visivamente rende la descrizione salgariana, e ha tratti occidentali o comunque non tipici della popolazione Dayak nonostante kajal e abbronzatura. Credere che da genitori asiatici nasca un bambino con tratti europei richiede una sospensione dell’incredulità notevole: proprio non si assomigliano, come faccia il povero Sandokan a crederci resta un mistero. Resta un flebile dubbio che lo sciamano Dayaki che lo aiuta a riscoprire le sue radici non sia invece un uomo intelligente che gli instilla ’visioni mistiche’ accuratamente pilotate in modo da averlo come alleato e non far rischiare la pelle al figlio pur di liberare la sua terra dagli Inglesi. E mentre Darwin, Mendel e il buonsenso si rivoltano nella tomba, Sandokan si innamora di Marianna, una giovane donna che oltre a mancare degli occhi azzurri, è ribelle, infantile, quasi fastidiosa. Per gran parte della vicenda, la ragazza si oppone ai costumi britannici, va scalza ai ricevimenti, rifiuta i pretendenti, minaccia di gettarsi da una rupe, strepita quando qualcosa non le va. Almeno all’inizio, non ha la forza e l’intelligenza di capire che se vuole cambiare la sua vita deve agire in prima persona dopo aver ragionato. Non che i britannici siano brillanti, non si accorgono subito che il sedicente mercante Ismail, raccolto sulla spiaggia e curato dopo uno scontro armato in mare, è proprio il temibile pirata. Eppure sono nell’isoletta di Labuan, che è poco più di uno scoglio con un approdo, e sanno che c’è stata la battaglia.
C’è di bello che, rispetto alle pagine, tutti i personaggi hanno un minimo di definizione psicologica e crescono o cambiano nel corso delle avventure. Sandokan va a riscoprire le sue origini e diventa il leader della rivolta dei Dayaki, che lo riconoscono come uno di loro dopo aver affrontato una prova di iniziazione che consiste di uccidere a mani nude un cobra reale. Marianna fa luce sulle cause della morte violenta della madre e scopre il coinvolgimento del padre in massacri di Dayaki che hanno solo la colpa di vivere in una foresta nel cui sottosuolo c’è il prezioso antimonio. E non basta la presa di coscienza o l’atto di giustizia che conclude l’opera per renderla simpatica o credibile. Yanez riscopre la sua fede, se non nel dio cristiano, almeno nel coraggio di uomini che lottano per la giustizia. Brooke pure cambia, dall’essere un mercenario si ritrova ad aspirare all’amore di Marianna e, respinto, mette comunque a segno un sogno di scalata sociale, divenendo Raja. Sani scopre la fierezza del popolo Dayaki a cui è stata strappata, e a caro prezzo celebra il valore della libertà e dell’amore...
La maturazione dei personaggi è senz’altro un pregio della miniserie, purtroppo però alcune battute sono davvero infelici. Due esempi su tutti: Sandokan mostra un dente di facocero e afferma che è tutto quanto gli resta della sua famiglia massacrata. Lo sciamano a Marianna che implora una cura per Sandokan avvelenato dal cobra, constata ‘Lo ami…?’ come se, davanti al pericolo concreto di morte, solo una fidanzata o una moglie potessero implorare aiuto.
Le sbavature nella sceneggiatura e nei dialoghi sono rese ancora più evidenti da una recitazione non sempre all’altezza. Lo Yanez di Preziosi è strepitoso e non fa rimpiangere Philippe Leroy, è espressivo, scanzonato, a suo modo sensuale senza dover mostrare muscoli. Can Yaman e Alanah Bloor invece non convinceranno tutti, perché l’estetica è importante ma non è tutto quanto definisce un protagonista. L’espressività dovrebbe essere il primo criterio per un casting e purtroppo non bastano dei bei pettorali o un visino grazioso per far credere che quelli sono davvero il più terribile dei pirati e una ragazzina che scopre l’amore, la giustizia e il coraggio. Stanno in scena ingessati e goffi, con la stessa espressione dal primo all’ultimo fotogramma. Un adolescente forse si accontenta, uno sguardo superficiale magari si compiace di tanta bellezza, un adulto abituato a una recitazione più matura resta perplesso e ammira Yanez, la creatura più riuscita dell’intera fiction.
Insomma non sempre basta l’effetto nostalgia, che pure viene ampiamente sfruttato, con un’estetica che recupera il passato, Sandokan dovrebbe essere soprattutto carismatico, poi può anche essere bello.
Visivamente la serie è piacevole sebbene risenta di una realizzazione made in Italy. Le locations sono zone della Calabria ancora poco abitate, immortalate con frequenti e sovrabbondanti voli di drone. La reggia del sultano è il castello di Sammezzano in Toscana, capolavoro di architettura orientalista.
Le comparse sono probabilmente asiatici che da anni vivono in Italia, e in alcune situazioni sono poche rispetto a quanto sarebbe logico attendersi, col forte a Labuan difeso da una quindicina di militari, il gruppo dei Daykini con variabilità somatiche poco credibili, con Haruhiko Yamanouchi, giapponese nei panni dello sciamano e bambini di altre etnie che si intravedono.
Quando entra in azione la grafica digitale, è peggio, perché Singapore vista dal cielo sembra uscita da Assassin Creed, purtroppo. In altre situazioni la fotografia è suggestiva e ci regala scorci di un’Italia meno nota, capace però di rivaleggiare con le locations tropicali. In fondo lo spettatore può fare come il vero Salgari, che si inventò un mondo esotico alternativo senza aver viaggiato. L’illusione però si spezza quando si vedono appunto le ricostruzioni rozze e visibilmente create da grafici senza troppa fantasia. Il famoso salto della tigre viene riproposto con esiti analoghi ai panorami urbani: è artificioso, mostrato troppo. Anche l’iconica sequenza dello sceneggiato del 1976 era visibilmente finta, ma almeno la tigre era in carne e ossa, Kabir Bedi saltava e un montaggio magistrale univa le parti lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore. Dalla grafica digitale sarebbe stato logico attendersi maggiore realismo, invece la belva fatta di pixel stupisce poco e il montaggio peggiora la situazione. Anche il cobra reale che Sandokan deve uccidere a mani nude è visibilmente posticcio, però in questo caso il trucco viene minimizzato, ambientando la scena di notte, con le luci tremule delle torce.
L’uso di armi di lattice in alcune sequenze è evidente, in particolare nel duello contro il Sultano. Anche questo è immerso nella penombra dei sotterranei del castello, però la luce accarezza la lama rivelando l’artificio. E’ comprensibile l’impiego di riproduzioni di gomma per combattimenti potenzialmente pericolosi, senza alcuna armatura o protezione, ma allora sarebbe stato meglio evitare tanti primi piani, investire su una cgi di qualità holliwoodiana, oppure procurarsi controfigure davvero abili. Altri duelli hanno lo stesso problema; in teatro sarebbe pienamente accettabile perché gli attori devono essere bravi a recitare e non è detto che sappiano usare una spada per davvero, ma in un audiovisivo, con i mezzi oggi disponibili, il risultato convince poco.
La colonna sonora quando non guarda al passato segue da lontano la lezione della saga del Signore degli Anelli: ogni etnia ha un suo tema, che varia dalla world music all’hard rock e ripropone il celebre tema della serie ‘storica’ per sottolineare l’arrivo del nostro eroe o il compiersi di ogni evento importante.
La serie riesce ad attualizzare Sandokan grazie anche a temi importanti che vengono evidenziati senza troppa retorica, forse perché già presenti nelle trasposizioni del passato, ma a suo tempo meno evidenziati. Si parla senza troppi mezzi termini dell’abbrutimento portato dal colonialismo, con i massacri operati in nome del progresso e del profitto, con il pragmatismo crudele dei dominatori contrapposto alla società collettivista dei Dayaki, dove nessuno è ladro perché tutto viene condiviso e le massime aspirazioni sono quelle d’essere guerriero o sciamano, posizioni sociali che però vanno conquistate con i propri meriti. Ci viene raccontata la schiavitù, con immagini che ricordano tristemente quelle di alcuni reportage sullo scavo dei diamanti o dell’oro che si perpetua ancore oggi in Paesi lontani. Non si edulcora nemmeno la prostituzione ‘imposta’ a gente che forse avrebbe potuto avere altri modi per vivere. E’ uno sguardo più realista quello che ci mostra un Sandokan predone a capo di un pugno di farabutti male in arnese; se la Tigre della Malesia finalizza la pirateria al far giustizia dei popoli oppressi, è perché compie un percorso personale, trasformandosi da spietato fuorilegge a novello Robin Hood.
Con i suoi limiti e le sue pecche, la miniserie Sandokan riesce comunque a divertire e a far pensare, senza rinunciare ad un intrattenimento sincero. C’è da sperare che il successo possa servire a far uscire le fiction nazionali dagli angusti ambiti dei soliti soggetti sovra sfruttati.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
La recensione è stata edita su questo sito nel 2025. Vuoi adottarla? Contattami su Facebook, sono Florian Capaldi !
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