FORREST GUMP

“La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa c’ è dentro…” E’ questo il motto di Forrest Gump, protagonista dell’omonimo film di Robert Zemekis tratto dal romanzo di Winston Groom.
Seduto ad una fermata d’ autobus Forrest racconta la sua vita a diversi passanti indifferenti. Probabilmente hanno capito che quell’uomo dall’aria mite e goffa è un’anima semplice; le storie che narra sono probabilmente frutto della sua fantasia che rilegge eventi ben più modesti abbellendoli come può abbellirli la fantasia di un’anima candida.
Forrest è un bambino diverso dagli altri, ha un deficit intellettivo con un punteggio di 72 ai test quando la norma va dall’ 85 al 115. Oltre ad essere debole di cervello, ha problemi ortopedici, deve camminare con un apparecchio speciale alle gambe. Frequenta la scuola comune invece di un istituto per disabili solo perché la madre si concede al Preside. Tutti i bambini lo scansano e lo bullizzano, tranne Jenny Curran, una ragazzina che ha sulle spalle una vita tormentata, con tanto di abusi paterni. La mamma di Forrest invece crede nel figlio, o glielo fa credere, impartendogli lezioni di sopravvivenza a base di slogan come ‘stupido è chi lo fa’. La vita di Forrest, o piuttosto la vita secondo Forrest, è piena di sorprese: va avanti a scuola grazie alla bravura nel football, viene arruolato e parte per il Vietnam dove diventa un eroe di guerra, riesce a trasformare la modesta attività di pesca di gamberi di un amico soldato afro americano morto in guerra in un’industria di grosso fatturato. Riesce anche a diventare un campione di tennistavolo usando due racchette, e in seguito a una delusione d’amore inizia a correre per tutta l’America.
Il tutto è narrato in un lungo flashback che occupa tre quarti della pellicola; Forrest siede sulla panchina della pensilina dei bus perché sta andando dal suo amore, Jenny, che nel frattempo ha avuto una vita randagia, ha un bambino che sostiene essere di Forrest e ha anche un virus che la condanna a morire presto, probabilmente l’AIDS contratto tra prostituzione, eccessi e uso di droghe. Vivranno un ultimo periodo insieme, poi lei morirà e lo lascerà con il presunto figlio, a vivere la vita aspettandosi miracoli inattesi…
Forrest Gump è una favola sognante, capace di dividere il pubblico, soprattutto oggi, in quanto all’uscita del film l’attenzione era stata calamitata dalle sorprendenti innovazioni tecnologiche. La vita di Forrest Gump si intreccia con quella di tanti personaggi famosi e gli incontri utilizzano sequenze con celebri filmati d’epoca ritoccati inserendoci il protagonista. Qualcosa del genere si era già visto in Zelig, ma in quel caso Woody Allen ricreava momenti celebri filmando in bianco e nero attori somiglianti ai personaggi storici, in set allestiti appositamente. Zemekis invece sfrutta footage, telegiornali, filmati di cinegiornale, per ottenere dei verosimili falsi storici. Gli effetti speciali per l’epoca raffinatissimi introducono Tom Hanks in un mondo più vero del vero, lo accostano a presidenti e a personaggi realmente esistiti, con puntiglio da ricostruzione da documentario. La trovata può sembrare un esperimento superfluo, un virtuosismo evitabile, eppure serve per creare ancora più ambiguità tra la realtà che tutti conosciamo e i bizzarri racconti di Forrest Gump. I filmati infatti sono di pubblico dominio; gli spettatori possono averli visionati, e ricordare come non ci fosse il personaggio di Forrest Gump. Aleggia il sospetto che tutto quanto il giovane uomo racconta sia solo una fantasia consolatrice. Ha un ritardo intellettivo leggero e non è un savant come Rain Man, un autistico con un talento sovrasviluppato e tante difficoltà. Forrest è una persona con limitazioni intellettive minime rispetto a gran parte dei disabili, tanto da poter avere una vita abbastanza autonoma, però le fragilità sono abbastanza gravi da impedirgli di raggiungere mete ambite da i più. Spettatore dei cambiamenti che avvengono in trenta anni di storia americana, può immaginare di aver vissuto in prima persona gran parte degli eventi. Magari davvero ha frequentato la scuola comune, e anche i gradi successivi, senza avere un vero titolo di studio o avendone uno col minimo dei voti. Forrest afferma di essersi laureato ma tace la sua specializzazione, e dopo il Vietnam, finisce a fare il giardiniere per la città per pochi spicci, lasciando intuire un lavoro sociale, di quelli riservati ai disabili. Ammesso poi che in Vietnam ci sia andato e non sia tutto un sogno a occhi aperti. Il tennistavolo può essere l’esagerazione di qualche evento voluto da Eunice Kennedy Shriver, creatrice delle Special Olympics… Ogni tanto Forrest estrae dalla sua valigia qualche oggetto concreto che potrebbe confermare quanto racconta. Ci vuole proprio la faccia di bravo ragazzo di provincia di Tom Hanks, anonima eppure caratterizzata, per far sentire il personaggio vicino alla gente comune, e quindi a dare credibilità alle sue storie, ma in fondo, anche con l’espressività di Hanks e lo splendido doppiaggio di Pannofino, non ci si crede mai del tutto.
L’ambiguità permane e attraversa varie tematiche del film che è una fiaba contemporanea animata da valori conservatori, è un esercizio di realismo magico, oppure invece è una critica sociale nascosta sotto la facciata rassicurante di una storia edificante… e non si sa mai con assoluta certezza quale aspetto prevalga.
Forrest ha poche doti, a parte l’essere bianco e benestante in un’Alabama rimasta ancorata al passato della segregazione, E’ possibile che una persona come lui possa trovare un ruolo attivo nella società e viva una vita piena di soddisfazioni, come e più di tanti normodotati che magari sono stati sfortunati o che, come Jenny, si sono posti obiettivi validissimi e ambiziosi ma fuori della loro portata. Questo è ancora più possibile se il contesto sociale è intriso di razzismo, di classismo, di sessismo, di abilismo, primi fattori di discriminazione in una realtà rurale del Sud degli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta. La possibilità di studiare è un privilegio destinato a chi ha soldi e prestigio sociale, e si può andare avanti anche solo per meriti sportivi. Quanto all’esperienza nell’esercito, le prime linee nella guerra del Vietnam sono state formate con persone per qualche verso svantaggiate: neri, ispanici, persone che s’arruolavano pur di metter insieme pranzo e cena, giovani privi di titoli di studio o competenze professionali, redneck inviati al macello. Quindi ci può essere un altro ritardato col fucile in mano, un afroamericano che accetta di farsi chiamare con un soprannome razzista, Bubba. L’amico di Forrest è una persona limitata, e l’handicap è più di un deficit evidente e quantificabile con un numero. Bubba è nero e viene da una famiglia umilissima, da generazioni di domestiche nere stile Mamy di Via col Vento, e pescatori di gamberi illetterati. Il sergente Dan Taylor invece torna dal Vietnam mutilato, e viene scartato dalla società sia per l’handicap che lo rende improduttivo, sia perché la sua disabilità è antipatriottica, ricorda costantemente a quanti lo incontrano il costo di vite umane della guerra.
In fondo per stare bene nell’esercito basta saper obbedire con solerzia, e è quanto Forrest sa fare da un’intera vita. Parte della fortuna di Forrest Gump viene dal saper dare retta agli ordini che altri gli impartiscono, senza dover quasi mai scegliere in prima persona. Prende per oro colato i consigli della madre, obbedisce agli istruttori dell’esercito senza farsi domande, rispetta i paletti che la società gli impone e sembra felice così.
Se poteva esserci qualche occasione di critica alla società, viene sminuita da parecchie scelte narrative. Non si tratta solo delle rappresentazioni quasi caricaturali degli hippies e dei pacifisti, o delle chiusure mentali delle Pantere Nere rispetto a possibili alleati bianchi.
Il sogno made in USA dell’uomo che si fa da sé si ridimensiona, perché Forrest Gump è come la piuma che vola nel vento nelle sequenze iniziali e finali. Ovvero si trova nelle situazioni per caso, e obbedendo ai consigli altrui ne esce al meglio. Non è lui che decide come pilotare il suo destino, ammesso che i ricordi non siano una finzione consolatoria; al massimo capita nel posto giusto al momento giusto e quindi ha fortuna. Forrest vive assaporando giorno per giorno quello che la vita gli offre; è religioso, accetta ogni evento come un miracolo continuo. Benché in alcune situazioni si dimostri dolorosamente consapevole dei suoi limiti, la sua fede, la sua fiducia nel prossimo vengono in un certo senso premiate in quanto è felice e sa accettare i drammi con relativa serenità. Jenny invece vuole cambiare la sua sorte, non vuol finire sposata a qualche bifolco manesco che la faccia figliare e la obblighi a una vita da casalinga povera eppure si ritrova sempre con uomini abusivi. Sogna di diventare una cantante folk, ma ha alle spalle un passato turbolento di violenze domestiche, di miseria. Manca degli strumenti necessari per concretizzare i suoi desideri, a parte la bellezza. Jenny, interpretata da una strepitosa Robin Wright, appare come un personaggio negativo, o forse profondamente umano. Va a cercare Forrest quando è sola, malata e con un pargolo da mantenere, bambino che potrebbe esser e di Forrest ma la paternità è dubbia. Sa di essere l’unico amore di Forrest e usa su di lui il ricatto morale che può esercitare una donna astuta su un benpensante assai torpido di mente. Sa di stare morendo e vuol garantire un domani al bambino, il suo sogno di girare il mondo cantando è finito con la droga e la prostituzione. E Forrest ovviamente ci casca, perché è innamorato, perché manca della malizia necessaria per capire la manovra.
Con queste scelte narrative si ribadisce una posizione conservatrice, che strizza l’occhio all’Americano medio e gli propone un modello di felicità fatta di umile obbedienza e capacità di vivere accontentandosi. Senza avere le doti adatte, talento o posizione sociale, la ribellione ha procurato solo guai a Jenny mentre il conformismo acritico di Forrest Gump è stato premiato. Quindi la morale della favola è che non importa essere dotati e intelligenti per essere felici, che stare al posto che gli altri ci assegnano garantisce serenità, che alla fine le gioie semplici sono quelle più durature, tanto si è quasi predestinati al successo o all’insuccesso, e opporsi al vento che sposta la piuma non ci farà essere niente di diverso da una piuma.
La morale che piace alle destre è però messa in bocca a un uomo con un ritardo intellettivo, e nonostante la profonda empatia che suscita, nessuno invidia per davvero un’anima tanto semplice.
Non è facile e non è sempre possibile calarsi nelle sensazioni del personaggio e vedere il mondo col candore di un vero puro di cuore, nemmeno se a interpretarlo c’è Tom Hanks, nemmeno se la confezione della pellicola è perfetta. Gli attori coinvolti sono mostri sacri del grande schermo, doppiati dai muigliori professionisti. I movimenti di macchina incantano e immergono lo spettatore nello sguardo di Forrest Gump, la colonna sonora alterna brani originali a classici della storia musicale americana.
Resta l’ambiguità e stavolta a vittoria della fantasia sulla realtà è un modesto pareggio.
“La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa c’ è dentro…” dice Forrest, ma la cioccolata si può comprare in una pasticceria rinomata invece che in un discount.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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