EXODUS - DEI E RE

La storia di Mosé è stata periodicamente trasposta sul grande schermo, dai tempi del muto fino al kolossal di Cecil B. DeMille, al raffinato sceneggiato del 1974 Gianfranco De Bosio, al favoloso musical d’animazione Il Principe d’Egitto, oltre a tante altre versioni. Indipendentemente dal successo tributato a ciascuna di esse, ogni nuovo ritorno di Mosé presupponeva di credere agli eventi narrati nell’Esodo o perlomeno sospendere l’incredulità per il tempo della proiezione. La vicenda pur essendo arcinota ha elementi che al cinema funzionano sempre bene: messi da parte gli aspetti di fede, rimane una storia di rivalità, vendetta e riscatto di un eroe che compie il suo percorso diventando un leader, aiutato da poteri ultraterreni, il tutto in un’ambientazione suggestiva che permette di stupire lo spettatore con costumi e effetti speciali sempre nuovi. Se nella sostanza la vicenda segue uno schema che è proprio di tante narrazioni fantastiche, epiche e mitologiche, incluso Dune, è altrettanto vero che riproporre personaggi e situazioni della Bibbia attualizzati solo dalle migliorie tecniche non basta per riaccendere l’interesse verso il liberatore di Israele.
Ridley Scott era ben consapevole di queste esigenze quando nel 2014 diresse Exodus – Dei e Re, e di conseguenza provò a dare un’interpretazione piuttosto diversa da quelle apparse fino ad allora. Stavolta sarebbe stato Yahweh il grande assente, in compagnia dei tanti dei egizi. Exodus per la prima volta narra i fatti con gli occhi di un agnostico, cercando di fornire spiegazioni razionali a quanto apparentemente è mito, narrazione che parla con il linguaggio poetico degli uomini del passato.
Mosé cresce alla corte del Faraone, adottato dalla Regina Tuya e addestrato come generale dell’esercito insieme al vero figlio del Faraone, il poco brillante Ramses. Nonostante profezie e divinazioni siano all’ordine del giorno, Mosé crede poco alle varie presenze divine. Quando scopre di essere un Ebreo fugge, si costruisce una famiglia in una tribù nomade; sente parlare di questo dio unico e immateriale, ma non ci crede e lascia che sia la moglie a dare un’educazione religiosa al figlio. Yahveh entra nella sua vita quando in seguito a un incidente batte la testa e inizia a vedere un bambino indisponente e violento, che con voce petulante e maniere sadiche lo spinge all’azione. C’è il roveto ardente, incendiato dalla tempesta che si scatena, e c’è Mosé che vede questo paffuto e terribile Messaggero e spesso non è d’accordo con la volontà imperscrutabile e apparente crudele dell’entità. Quanto accade dopo è frutto del fanatismo che si insedia nella mente dell’ex generale, il solo a poter vedere e a poter parlare con il Messaggero. Le piaghe d’Egitto trovano una spiegazione logica, esposta agli spettatori per bocca di un medico della corte del Faraone. Il passaggio del Mar Rosso è un evento scatenato da una catastrofe naturale, e il Faraone sopravvive, in quanto è Ramses II e la Storia racconta delle sue grandi imprese future. Le tavole della Legge sono poi frutto di un ennesimo incontro con il bambino portavoce di Dio o avatar o fantasia di un uomo rimasto toccato nel corpo e nell’anima.
Scott ci racconta una storia a base di fanatismo, facendo riflettere su quanto la fede possa essere pericolosa quando si sostituisce al buon senso. Il messaggio è molto attuale, e domina la scena, scontentando quanti sono abituati a una narrazione confessionale, magari sostenuta da allestimenti storicamente accurati.
La posizione radicale è probabilmente il vero motivo per cui la pellicola è stata snobbata o criticata aspramente. Non potendo contestare una posizione ideologica tanto discutibile quanto rispettabile, i detrattori hanno attaccato tutti gli aspetti che sono diretta conseguenza dell’interpretazione alternativa.
Sembra sbrigativo affermare che i personaggi non hanno grande sviluppo o introspezione: sembrano piatti poiché perché sono pedine guidate dall’estremismo, dai pregiudizi, dal potere. Di conseguenza i copioni sono ridotti all’essenziale, semplificati così come è semplificata la visione della vita guidata dal fanatismo. Un estremista vede la realtà in bianco e nero, divide le persone e le situazioni in base a quanto si avvicinano o si allontanano dalle sue posizioni, rifiuta il dialogo e ha solo la certezza di essere nel giusto.
Il Faraone è schiavo delle tradizioni, e del suo ruolo di leader, che lo obbliga a scelte irrazionali come liberare gli Ebrei ma poi inseguirli nel deserto e attraverso il mare. Cede alla disperazione, al fato, alla vendetta. Mosé poi è uno scettico che dopo aver preso una botta in testa inizia a avere crisi mistiche.
Si fa presto da accusare Scott di appoggiare il Sionismo; può darsi che il regista parteggi per Israele, però dà poco rilevo al popolo ebraico, che resta sulla scena come un gregge incapace di manifestare dissenso. Mosè esprime semmai la perplessità di poter far arrivare la sua gente nella Terra Promessa, un popolo intero destinato a insediarsi laddove ci sono già altre popolazioni. Giosuè ( Aaron Paul) pronuncia pochissime battute, la moglie
Forse anche per sottrarsi al difficile schieramento politico sulla questione della Palestina il regista rifiuta una ricostruzione storica accurata, preferendo toni epici e quasi fantasy. Da un lato cerca di razionalizzare tutti gli eventi, e quando proprio è impossibile, calca la mano sull’estetica maestosa e corale. I richiami vanno verso la cinematografia fantasy, non solo per l’aspetto di armi e armature; ci sono battaglie campali degne del Signore degli Anelli, c’è un abbondante uso della grafica digitale, la postproduzione interviene su scenografie maestose allestite in Spagna a Fuerteventura e a Almería e Pechina.
Il tono è un po’ quello visto nel Gladiatore, con una rivisitazione della Storia stavolta più motivata in quanto la vicenda è opera della fantasia umana che ha narrato gli eventi col linguaggio dei suoi tempi, quello del mito e dell’epica. La rappresentazione dell’Egitto antico è coerente con questa scelta artistica, non importa se le Piramidi nella realtà fossero state costruite secoli e secoli prima dell’ipotetica datazione dell’Esodo e fossero coperte di lastre di scintillante marmo, o se gli Egizi usassero il cavallo come animale da tiro e non cavalcassero, o se le armi e le armature fossero state semplici protezioni di cuoio invece che stilosi completi degni dei Cavalieri dello Zodiaco. Gli errori storici sono molteplici e sono conseguenza dell’affinità con il fantasy e coi vecchi peplum. Non è un caso se le parti più suggestive del film sono affidate alla rappresentazione scenografica e idealizzata degli eventi. Le piaghe d’Egitto (tramutazione dell'acqua in sangue, invasione di rane, invasione di zanzare, invasione di mosche, moria del bestiame, ulcere su animali e umani, pioggia di grandine, invasione di cavallette e locuste, calata delle tenebre e morte dei primogeniti egizi) sono spettacolarizzate al massimo, con la grafica digitale che ha popolato lo schermo di animali e di ulcere ributtanti, di coccodrilli affamati come squali, di tenebra pronta a calare.
Ci sono state anche accuse di whitewashing, ovvero di aver fatto interpretare ad attori di origine europea ruoli che dovevano essere affidati a mediorientali o ad attori di colore. Ci ritroviamo Mosè con i lineamenti nordici di Christian Bale, un Faraone altrettanto caucasico (Joel Edgerton), Sigourny Weaver come regina Tuya, John Turturro nei panni di Setie. Sono tutti professionisti di fama mondiale, e ci sono pochi attori di colore o mediorientali laddove avrebbero potuto esserci e interpretare ruoli più importanti.  Nel 2014 ancora non erano in vigore le leggi che oggi impongono che il 30% del cast abbia rappresentanti di almeno due diverse categorie: donne, afroamericani, ispanici, appartenenti alla comunità Lgbtq, disabili, almeno per i film che aspirano all’Oscar e a una buona distribuzione. Se ne discuteva, però i registi erano ancora liberi di scegliere, e Scott ha ammesso che se avesse impiegato attori di colore poco conosciuti, avrebbe dovuto rinunciare alle sovvenzioni che invece ha ricevuto e avrebbe attirato meno spettatori.
Le varie accuse sembrano quindi in parte comprensibili, in parte non contestualizzate in quanto nessuno dei detrattori prende atto dei meccanismi produttivi che stanno dietro a un kolossal, o attacca aspetti che potrebbero essere ‘sbagliati’ anche in una pellicola con una base ideologica più tradizionalista.
La pellicola non è stata distribuita in Marocco e in Egitto proprio per le accuse di sionismo e di tradimento del testo biblico.
Si fa presto quindi a boicottare Scott senza ammettere le ragioni profonde del mancato gradimento, a dare al regista la patente di autore ormai in aperto declino e bollare la sua opera come un pasticcio mitologico d’altri tempi. Accettare che possa esistere un’opinione divergente rispetto alla consuetudine è ancora oggi un sogno tutto da raggiungere. 

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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