JACK HUNTER - la trilogia televisiva
Indiana Jones, l’archeologo ideato da George Lucas, ha conquistato le platee internazionali e ha ridato vita al cinema di genere avventuroso, omaggiando i classici del passato con affetto e ironia. Il successo del personaggio ha aperto la strada a una serie di eroi analoghi, e tra essi, Jack Hunter. Questi è protagonista di una miniserie televisiva statunitense arrivata in Italia come trilogia nel 2008: Jack Hunter e il tesoro perduto di Ugarit (Jack Hunter and the Lost Treasure of Ugarit), Jack Hunter e la ricerca della tomba di Akhenaton (Jack Hunter and the Quest for Akhenaten's Tomb), Jack Hunter e la stella del paradiso (Jack Hunter and the Star of Heaven). Hunter è un giovanotto esperto di antiche civiltà medio orientali, ed è ossessionato dalla ricerca dei tesori della città di Hugarit. Di lui si sa poco, se non che ha studiato archeologia e ha un passato oscuro con dipendenza da alcol e stupefacenti, che ha avuto un legame sentimentale finito male, ed è stato segnato dal tradimento professionale e personale del compagno di studi Albert Littman.
Nel primo film Hunter (Ivan Sergei) viene convocato dal suo mentore, il Prof. Frederick Shaffer, che vorrebbe coinvolgerlo nelle ricerche di una reliquia, ma lo studioso viene ucciso e l’archeologo si trova a dover fronteggiare la Mafia Russa e i suoi sicari. Si reca quindi in Siria, con l’aiuto dell’archeologa Nadia Ramadan (Joanne Kelly, attrice prevalentemente televisiva) e dell’autista Tariq (il comico libanese Mario Naim Bassil). Nella seconda pellicola invece Hunter visita l’Egitto sempre in compagnia di Nadia e di Tariq, alla ricerca della tomba del faraone Akhenaten. La trilogia si conclude in Turchia, con Hunter che si oppone all’antico amico e rivale Albert Littman (Thure Riefenstein) e scopre il devastante potere dell’artefatto.
Fin dalle prime immagini si intuisce come questa serie di film tv si nutra del successo di titoli più blasonati, Indiana Jones ma anche The Librarian e le opere di Dan Brown. Le suggestioni sono citazioni esplicite, modeste riproposizioni fedeli agli stereotipi tanto da rasentare la copia. Finiscono per trasformare le tre pellicole in altrettanti mockumentary, però lo spettatore è avvertito con estrema onestà e se sceglie di proseguire la visione lo fa a suo rischio e pericolo.
Il personaggio parte con lo svantaggio di doversi confrontare con classici realizzati in grande stile e ben noti agli spettatori, senza avere davvero i mezzi per poter competere con i più celebrati eroi. Nonostante i tre capitoli si trovino sulle piattaforme di streaming come se fossero film, compongono una serie televisiva piuttosto che una trilogia cinematografica. Indy funziona perché è ambientato in tempi in cui era abbastanza normale che gli archeologi piombassero in Paesi lontani e si appropriassero delle antichità, e coinvolge perché ha una sua storia personale che si intreccia a eventi di portata globale. Le sue gesta sono narrate con esagerazioni, in un’atmosfera apparentemente fracassona e scanzonata. Tra un episodio e l’altro trascorre tempo e avvengono eventi che segnano Indy. Hunter invece vive ai nostri giorni, dove severe regole impediscono il saccheggio. Il contrabbando di beni archeologici c’è ancora tuttavia di solito riguarda pezzi di minore importanza, accessibili a parecchi ricchi e meno vistosi dei capolavori presenti nei musei. E’ difficile credere a un avventuriero istruito che scava a casaccio in mezzo al deserto, come è dura sospendere l’incredulità nei confronti della Mafia Russa interessata a reperti quando con minore fatica può avere lauti guadagni con il racket, la droga, la prostituzione. Lo spettatore deve quindi accettare un eroe strutturato su modelli di archeologi di cento anni fa, alle prese con misteri, trappole e tutto il repertorio di colpi di scena telegrafati che lo attendono nel mondo di oggi. In più le motivazioni che lo spingono a agire sono molto esili, ci viene presentato come un uomo molto attento al danaro ma parte all’avventura quando il suo mentore viene assassinato. Avessero calcato la mano sul fatto che Hunter capisce che potrebbe essere il secondo nome sulla lista dei killer e vuole salvare la pelle, avrebbe avuto più senso. Sarebbe stato un antieroe pragmatico e antipatico, ma almeno avrebbe avuto maggiore coerenza. Invece il regista Terry Cunningham accetta la sceneggiatura scontata e banale e sottolinea la vendetta come motivazione principale che spinge l’archeologo a mettersi nei guai, lavorando anche per i servizi segreti. Tra l’altro i tre capitoli seguono una linea temporale che vuole continuità estrema. Le puntate sono state realizzate come se fossero un’avventura sola in tre capitoli, finito il primo inizia subito il secondo e terminato il secondo c’è il terzo. Tra un episodio e l’altro trascorrono giorni, non mesi o anni, e i tre personaggi non hanno il tempo per maturare o cambiare in conseguenza di quanto vivono. Come sono presentati all’inizio, così rimangono fino all’ultimo fotogramma, salvo per modificare quei comportamenti che divergono dalla morale dello spettatore ‘medio’. Hunter può cambiare idea, però le motivazioni dovrebbero emergere dalla trama, non piombare in essa rendendo il personaggio stereotipato e poco interessante
L’umorismo si limita a qualche gag già vista, o alle situazioni create dal goffo autista Tariq. Più o meno, il trio di avventurieri ripropone la triade di Topolino, Topolina, Pippo, e funziona se ci si accontenta dii rivedere i personaggi disneyani in forma umana, più adulta e in carne e ossa.
Il soggetto è modesto e più o meno tutto quanto accade si è già visto in altri film. Si apprende troppo presto chi siano i doppiogiochisti e si sa che faranno una brutta fine, perché il mondo di Jack Hunter è in bianco e nero, con insegnamenti morali puritani, con i ‘buoni’ destinati a stravincere e i ‘cattivi’ puniti. La vicenda ha alle spalle una morale a misura di bambino, pur volendosi rivolgere a una platea generalista. Ogni aspetto della vicenda tende a cullare lo spettatore, a rassicurarlo, a fornirgli immagini patinate con scorci esotici e una vicenda ben ritmata dove però si trepida poco per l’archeologo, perché è chiaro che lui e i suoi alleati se la caveranno sempre senza un graffio.
Il protagonista ricorda parecchio il Flynn Carsen , The Librarian interpretato da Noah Wyle, vestito da indiana Jones. La sensazione è quella di ritrovare un conoscente simpatico, magari incontrato durante un’occasione piacevole: ogni volta che lo incrociamo siamo contenti di rivederlo, però tutto si ferma a convenevoli e a una conversazione rassicurante e innocua, poi la vita riparte senza che si formi un’amicizia duratura.
La recitazione è desolatamente piatta, anche per colpa di dialoghi che esplorano poco i personaggi, riducendoli a simpatiche macchiette, e che sono scritti con il fine di far avanzare la storia e collegare le scene d’azione. Gli interpreti sono più aitanti che bravi, volti che hanno avuto poca fama, con carriere artistiche limitate a qualche film non di primo piano, qualche partecipazione in titoli di maggiore spicco e qualche comparsata in episodi di serie televisive.
Le immagini scorrono prevedibili, con una dose di violenza che alterna crudeli torture a sparatorie e inseguimenti degni dei telefilm polizieschi degli anni Ottanta. Tra l’altro le azioni dei mafiosi sono esplicite, eppure si vede pochissimo sangue, come se ci fosse il peso di una censura che colpisce gli effetti della violenza più che l’efferatezza degli atti stessi. Per essere pellicole destinate ai bambini restano comunque troppo crude, e appaiono troppo edulcorate per rivolgersi agli adulti maturi. Presentare situazioni violente lasciandole immaginare è uno sforzo che gli sceneggiatori non hanno fatto, per scelta o per incapacità.
La sceneggiatura è di mestiere, impegnata a far quadrare il bilancio e rischiare il meno possibile. Pur con riprese in luoghi esotici da cartolina, le ristrettezze si vedono tutte e vengono impietosamente esibite nelle sequenze con effetti speciali. Tra scenografie di polistirolo e manufatti che sembrano decorazioni da giardino acquistate in note catene commerciali, la grafica digitale interviene di rado. Quando entra in scena, si rivela pacchiana, troppo esplicita. Esempio per tutti l’attacco al campo degli archeologi, con fiamme finte e attaccanti dai volti nascosti sotto le maschere di Anubi con led, guerrieri che sono giocolieri con bastoni infuocati e bolas. La presenza di stunt giocolieri può trovare una motivazione nella necessità di rappresentare con pochi soldi una battaglia, tuttavia l’esibizione delle maschere con occhi fosforescenti e l’apparizione di un volto mostruoso alla fine dello scontro sono proprio gratuite. Sono sequenze che niente aggiungono all’intreccio, e evidenziano la povertà della pellicola invece di mascherarne i difetti. Lo stesso si può dire dello scontro finale con l’artefatto che lancia letali fasci di luce come se fosse l’arma di un robottone giapponese degli anni Settanta.
Manca in tutti e tre i film una sceneggiatura capace di lasciare fuori scena quanto è mal rappresentabile per i temi, per le scenografie o per i costi. Mancano dialoghi capaci di rendere indimenticabili i protagonisti e mettere in secondo piano la povertà degli allestimenti. Mancano idee nuove, le ingenuità sono palesi, e allo spettatore non resta che vedere uno spettacolo senza troppe pretese, e che sa intrattenere solo se si fa finta di tornare bambini.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
La recensione è stata edita su questo sito nel 2025. Vuoi adottarla? Contattami su Facebook, sono Florian Capaldi o Cuccussette Loris !
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