LE MINIERE DI RE SALOMONE
Pochi scrittori ci hanno raccontato l’Africa con esotismo e suggestione quanto H. Rider Haggard che nel 1885 pubblicò Le miniere di Re Salomone. Ne è protagonista Allan Quatermain, cinquantacinquenne britannico ammalato di Mal d’Africa che si guadagna la vita accompagnando i ricchi turisti europei a caccia. E’ un po’ il prototipo di tanti emuli e eredi che conquisteranno la fantasia di lettori e spettatori: è un uomo più piacente che brutto, disincantato, figlio dei suoi tempi ma critico verso il colonialismo e le pretese di supremazia genetica dei bianchi, curioso nononstante le delusioni che la vita probabilmente gli ha dispensato. Le potenzialità del personaggio sono state presto intuite da registi. La prima versione è del 1937, di Robert Stevenson, ma di remake ce ne sono stati diversi anche in forma di film per la televisione e in seguito dell’uscita di Indiana Jones ci sono state anche versioni apocrife.
La trasposizione del 1950 diretta da Compton Bennett e Andrew Marton fu un successo annunciato, una pellicola nata come kolossal, con riprese in svariati Paesi africani, con attori allora assai popolari.
Come spesso accade, le modifiche al testo sono parecchie, prima tra tutte l’aver voluto un personaggio femminile nel gruppo che si avventura nel cuore dell’Africa. Ovviamente è stata una scelta necessaria per avere qualche spunto sentimentale e per avere un personaggio in cui le donne potessero identificarsi, però in questo caso è stata gestita bene. Elizabeth (Deborah Kerr) giunge insieme al fratello della donna, John Goode (Richard Carlson), e supplica Quatermain (Stewart Granger) di aiutarli a trovare il marito, Curtis, di cui non si hanno più notizie. Si apprenderà nel corso del viaggio di come Elizabeth possa ereditare i beni del coniuge solo se questi è ufficialmente deceduto; per la donna è importante trovare prove concrete della dipartita. Le importa poco del marito, è stato un matrimonio infelice e quindi è disposta ad investire una cifra spropositata pur di procurarsi l’aiuto di Quatermain. Questi invece accetta di accompagnarli in una zona d’Africa mai esplorata poiché ha un figlio in Inghilterra e vuole mandarlo in Università, ed è annoiato dalla vita nonostante i tanti rischi che il suo mestiere comporta. I battibecchi amorosi, dalla finta antipatia a qualche timido abbraccio, ingombrano una buona parte del minutaggio, e possono scontentare i puristi perché nei romanzi il cacciatore è quasi misogino. In comune con la versione letteraria il Quatermain cinematografico ha una buona dose di disillusione, un grande rispetto per i nativi, considerando l’epoca, e per la natura. Parte anche perché è stanco di dover aiutare gente ricca e viziata a fare quello che da soli non riescono a fare, ovvero cacciare. Sono ovviamente tempi in cui il safari è un rischio, i fucili sono a palla singola e quanti non riescono ad abbattere le belve al primo colpo possono trasformarsi in prede. Quatermain si dimostra stanco di accompagnare gente inetta a uccidere animali per divertimento.
In un’epoca in cui la schiavitù in USA era finita da nemmeno un secolo, c’era ancora la segregazione, e i neri erano una minoranza oppressa anche se formalmente libera, il film mostra le società africane tribali con uno sguardo sospeso tra la meraviglia e il credere al mito del ‘buon selvaggio’. In svariate situazioni la sceneggiatura evita cadute di gusto con rappresentazioni macchiettistiche tipiche dell’età coloniale. Ci sono Africani dotati di grande coraggio e onestà, come il principe spodestato Umbopa che accetta di far da portatore pur di tornare in patria e riprendersi il trono sfidando il fratello usurpatore. L’aristocratico Vatusso comunque entra in gioco passata la metà della pellicola, e di conseguenza il suo ruolo viene in parte sminuito, anche perché parla poco. Probabilmente la produzione ha dovuto mettere nel cast un vero africano, in modo da avere una persona con tratti somatici est africani autentici, mentre per comparse e danzatori, raramente ripresi in lunghi primi piani, poteva affidarsi a neri americani. O forse la sceneggiatura ha preferito dar spazio alla coppia, tanto che anche il fratello resta in secondo piano. L’amore per la cultura africana è tutta nelle splendide musiche che sfruttano canti tradizionali e tamburi, e nelle riprese della savana e della giungla.
I personaggi principali in questo senso sono costruiti meglio che nel romanzo, dove al fianco del cacciatore c’erano ingessati gentlemen spinti da nobili ideali e i comprimari avevano comunque uno spazio limitato. Tra l’altro la coppia protagonista ha un’evoluzione: l’avventura cambia Elizabeth e Allan, fa recuperare a entrambi il gusto della vita e li obbliga a confrontarsi con sé stessi, oltre l’immagine che la società del tempo impone alle persone. Forse anche l’amore, per quanto il bacio che il cacciatore dà a Elizabeth è un casto sfiorar di labbra sulla fronte, un gesto consolatorio in un momento di rischio estremo.
Se la caratterizzazione dei protagonisti è nel complesso più convincente, quello che sullo schermo va in parte a perdersi è il mistero e la magia che circonda la ricerca di un tesoro di inestimabile valore ed importanza storica. Mentre Lei – La donna eterna ha elementi dichiaratamente sovrannaturali, Le miniere di Re Salomone è romanzo con un percorso tutto terreno in cui gli stregoni sono solo saggi del villaggio schierati spesso con i potenti, usano la suggestione per le loro malie oppure adulano il capo tribù e non ci sono prodigi davvero inspiegabili. La vera magia si sprigiona dal senso di meraviglia creato dal paesaggio e dalle atmosfere evocate, e dal mistero di quel luogo leggendario ove Salomone avrebbe fatto scavare i diamanti. Nell’economia del film, la parte relativa all’esplorazione delle miniere però si riduce a poco più di cinque minuti sull’ora e mezza di proiezione. Ci si rimane un po’ delusi, anche perché quello che poi accoglie i protagonisti è solo un set visibilmente ricostruito in studio e agghindato con quattro cianfrusaglie da film horror. Di pretese storiche, nemmeno l’ombra, e quanto a trappole, trabocchetti o altre insidie, un crollo e una nuotata in un sifone sotterraneo devono bastare per soddisfare il sense of wonder. Altrettanto sbrigativo è l’epilogo con i nostri eroi che si allontanano per tornare indietro. Raccontare il ritorno con maggiore minutaggio avrebbe probabilmente tolto ogni tensione, sminuendo anche quanto era avvenuto prima, e avrebbe costretto a rivelare l’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti
Il viaggio è costruito principalmente attorno al ruvido corteggiamento del cacciatore e dell’ereditiera, e sulle meraviglie naturalistiche sempre descritte da immagini per quegli anni assai suggestive. Si vedono animali esotici, quasi sempre veri a parte i ragni e qualche sequenza che sembra footage documentaristico inserito ad arte. Negli anni Cinquanta era poca la gente che aveva visitato l’Africa, e mentre oggi possono esserci viaggi che mostrano realtà artefatte ad uso dei turisti, con ballerini che alla sera levano il perizoma e vanno a dormire in una casa o in una baracca ma non in una capanna tribale, una volta proprio non c’era alternativa. Per i ricchi c’era il safari, per i marinai e gli operai altamente specializzati che viaggiavano per lavoro c’era l’incontro con realtà umane diversissime da quelle di appartenenza, e per il grosso c’era solo lo zoo o qualche filmato scolorito. Così la descrizione degli animali della giungla tropicale e della savana lasciava a bocca aperta gli spettatori di allora mentre oggi rende il film troppo lento. In alcuni momenti le pretese didattiche di Quatermain che si mette a fare l’Alberto Angela della situazione possono stancare uno spettatore a noi contemporaneo, deluso perché le belve sono sempre a portata di click mentre la misteriosa miniera con i diamanti arriva quasi con i titoli di coda.
Il fascino dei protagonisti è altrettanto datato, perché la moda è cambiata e quelli che ieri erano attori con un appeal invidiabile oggi sembrano assai meno attraenti. C’è da dire però che recitano con convinzione e grazie a copioni che rendono credibili anche personaggi tanto particolari, convincono.
Rivisto oggi, il film può lasciare un sapore dolceamaro, può deludere, eppure ha i germi di quello che sarà il revival dei film di avventura di oggi, sia dal punto di vista visivo, sia per scelte narrative che verranno ereditate dai protagonisti del cinema di genere di oggi. Dall’abito stazzonato di Quatermain, ai pericoli della caverna, senza la fortuna di soggetti come questo probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno Indiana Jones.
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