IL GOBBO DI NOTRE DAME - Disney
I film della Disney sono generalmente sinonimo di intrattenimento di qualità per famiglie, ricco di buoni sentimenti, belle musiche orecchiabili, storie raccontate utilizzando un’animazione sempre curata e tecnicamente all’avanguardia. I soggetti sembrano indirizzarsi ai piccoli, ci sono personaggi stereotipati e moralmente ben schierati, tutti hanno ruoli di genere molto tradizionali e il lieto fine è assicurato. Le varie vicende spesso reinterpretano fiabe conosciutissime addolcendo momenti di violenza e sensualità, e dispensano insegnamenti morali validi ma un po’ ovvi. Nell’insieme la confezione delle pellicole è impeccabile, la distribuzione raggiunge anche le sale dei centri più piccoli e ci sono tanti gadget a tema che accompagnano l’uscita in sala, spesso in concomitanza con le feste invernali. Sono film che possono conquistare anche gli adulti grazie alle belle canzoni, degne di musical di Broadway, e che se visti con lo stesso spirito con cui si guarderebbe un’opera o un allestimento teatrale, invecchiano decisamente bene.
Di solito questo è quanto ci si può attendere da un film targato Disney, ma non sempre è stato così. Durante gli anni Novanta la Disney si avventurò in soggetti più adulti: se Bianca e Bernie nella terra dei ‘canguri era ancora progettato per i bambini, il successivo La Bella e la Bestia traspose la nota fiaba esasperando i toni gotici e i numeri di musical. Aladdin ammiccava falsamente ai piccoli in quanto la storia sembrava trasformarsi in un filo conduttore per inserire balletti e canzoni. Il Re Leone addirittura si richiamava a Shakespeare portando in scena il delitto sulle note epiche di Hans Zimmer, e Pocahontas evitava un lieto fine posticcio… L’apice del percorso creativo indirizzato a recuperare gli spettatori adulti arrivò nel 1996 con Il Gobbo di Notre Dame diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise.
Era uno spettacolo innovativo non solo per le migliorie tecniche per l’uso della grafica digitale capace di dare vita a una Parigi tardomedievale ricca di suggestione.
Per la prima volta una Major celebre per soggetti sdolcinati e edulcorazioni di ogni tipo affrontava un romanzo corposo ricco di scene violente, di particolari crudi. Quando nel 1831 Victor Hugo pubblicò Notre Dame de Paris, si rivolgeva a lettori maturi e progressisti, abbastanza istruiti da permettersi la lettura di centinaia di pagine e capaci di confrontarsi con argomenti decisamente adulti: dall’emarginazione dei ‘diversi’ e di Quasimodo, bimbo scambiato in culla a causa della sua deformità e costretto a crescere chiuso nella torre campanaria della cattedrale, alla lussuria e al sadismo del suo carceriere, l’Arcidiacono. C’è l’amore incondizionato e quasi istintivo e animale del giovane gobbo, la passione momentanea del capitano della guardia Febo, la lussuria dell’Arcidiacono che odia i gitani eppure vorrebbe possedere carnalmente la giovanissima Esmeralda. Restava da vedere cosa potesse rimanere sullo schermo e cosa dovesse andarsene, e cosa dovesse venir stravolto.
Ovviamente molte delle situazioni più problematiche vengono reinterpretate. Gli sceneggiatori Tab Murphy, Irene Mecchi, Bob Tzudiker, Noni White e Jonathan Roberts edulcorano parecchio la brutale crudezza delle pagine, e compiono questa operazione con un occhio rivolto alle trasposizioni con attori che erano state realizzate in passato, da quella con Lon Chaney a quelle del 1939 e del 1956.
I personaggi escono trasformati oppure vengono del tutto eliminati, e le rare aggiunte convincono poco.
Quasimodo assomiglia a una versione ingentilita del gobbo nel film del 1939, quello di Charles Laughton, ma è forte e può fare acrobazie come la versione di Anthony Quinn, ed è un ottimo artigiano capace di scolpire figurine di legno. Stavolta, non è sordo, né ha un ritardo intellettivo: la deformità è un problema estetico piuttosto che una disabilità. Può parlare in modo compiuto, è solo ingenuo a causa delle rare esperienze a contatto con altri esseri umani e dei lunghi anni di sottomissione completa al tutore.
Frollo ancora una volta è un magistrato invece di un prete, prevedibilmente, però il suo aspetto severo, con la lunga veste scura, fa l’occhiolino al clero e alle versioni romanzesche degli alti prelati che di tanto in tanto compaiono nei romanzi d’appendice a tema storico. Odia i gitani e allo stesso tempo è attratto da Esmeralda, in modo estremamente carnale e perverso.
Esmeralda è una donna matura e consapevole del suo fascino: le hanno disegnato gli stessi abiti indossati dalla Lollobrigida nel film del 56, ed è tutto tranne che una principessina da salvare. Sa combattere, usa trucchi da prestigiatore per fare ‘magie’, può sedurre per poi raggirare, e tiene testa a Febo. Certo, il Capitano le piace, ma non è l’amore ingenuo e totale dell’Esmeralda del romanzo, giovanissima donna dotata di un fascino acerbo di cui ignora le conseguenze. Febo diventa un personaggio positivo, poiché si oppone alle ingiustizie, obbedisce con indolenza a ordini che non condivide o arriva a ribellarsi.
La vera aggiunta sono i tre gargoyle che si animano quando c’è Quasimodo, e sembra una trovata discutibile. Dovrebbero portare una ventata di comicità, un contentino inserito per i più piccoli in un film che per tematiche è inadatto ai bambini, e invece si rivelano presenze ambigue e inopportune. Non si sa fino a che punto siano create dall’immaginazione del povero gobbo e quanto siano invece presenze reali. Se sono solo invenzioni della fantasia, è impossibile che durante l’assedio combattano gettando mattoni. E se invece sono davvero statue animate, agiscono, e viene taciuta quale forza o incantesimo le faccia saltellare tra corde e pulegge. L’adulto finisce per trovarle inopportune come una buona parte delle gag, volute per intrattenere i più giovani o per sviare la censura da sequenze che avrebbe elevato l’età consigliata per la visione.
La dissonanza dei tre gargoyle è un sintomo del problema più grave della pellicola, ovvero il non saper ritagliarsi uno spettatore ideale, il rifiutare di fare scelte ancora più nette che avrebbero sacrificato o i piccoli o gli adulti e trasformato un gran bel film in un capolavoro. Notre Dame è un soggetto distante dal cinema per famiglie e c’è poco da fare, quella è la sua natura scritta nel DNA del romanzo. Per avvicinarlo a una platea generalista è stato trasformato in un musical, hanno rimosso il finale tragico per un epilogo positivo e abbastanza verosimile, hanno appiccicato gag a volte divertenti e più spesso troppo infantili o slapstick che spiccano in confronto all’ambientazione di rara cupezza.
I film Disney hanno spesso canzoni, limitate a tre o quattro temi che poi si ripetono anche in forma orchestrale, mentre Notre Dame è composto per oltre metà minutaggio di parti cantate. Le canzoni sono bellissime e il doppiaggio italiano è un capolavoro, con Massimo Ranieri (Quasimodo), Mietta (Esmeralda), Eros Pagni (Frollo) e Roberto Pedicini (Febo). Probabilmente senza questa colonna sonora non ci sarebbe mai stato il musical di Cocciante, arrivato sui palcoscenici due anni dopo il film, nel 1998. Aver esasperato le parti cantate risulta essere una scelta vincente, come anche la trovata di inserire tutta la narrazione all’interno di uno spettacolo di burattini che Clopin Trouillefou recita. Si tratta di scelte narrative che permettono di giustificare gli adattamenti e farli digerire anche agli adulti: in fondo quanto si vede non è il Notre Dame di Hugo, ma è la versione inscenata da un burattinaio che canta e recita dal suo carrozzone adattato a teatrino. La musica permette di suggerire quanto non si potrebbe mostrare direttamente, come la lussuria di Frollo che vede la zingara ballare tra le fiamme del camino in modo simile al diavolo della Notte sul Monte Calvo di Fantasia.
I tanti momenti musicali sono però un’arma a doppio taglio, perché molti adulti adorano il tono da musical gotico, ma i bambini sono generalmente poco attratti da questi numeri e vengono spaventati dalle immagini cupe, dai sotterranei delle cripte parigine traboccanti di scheletri, dai doccioni che possono trasformarsi in demoni infuocati.
L’ambiguità è una costante della narrazione perché si può moderare parecchi aspetti del romanzo, si può evitare di rappresentare i dettagli più atroci, però il testo di partenza ha determinate caratteristiche e qualcosa se ne scappa lo stesso. La vicenda parla di infanticidio per i piccoli deformi, di genocidio verso il popolo Rom, di quanti danni possa procurare la repressione continua della propria sessualità che invece potrebbe venir espressa in modo sano e consensuale. Clopin domanda chi sia l’uomo e chi sia il mostro in questa sua storia, dà una sua risposta ma poi torna e fa tornare gli spettatori con i piedi per terra. Il film si rivolge con estrema onestà ai giovani spettatori, e agli adulti che si vergognano di ammettere come funzioni la vita. Di certo Frollo è un mostro, ma Quasimodo non riesce a diventare un uomo, un vero uomo capace di decidere davvero del proprio destino. Anche se alla fine si libera del patrigno padrone e trova il coraggio di mostrarsi alla gente, deve accettare il fatto che Esmeralda non è destinata a lui. Il lieto fine c’è e non c’è in quanto il povero gobbo si forse potrà partecipare alla vita sociale, ma guai se osasse volere quanto per il grosso delle persone della sua epoca è importante, una famiglia e dei figli. Nessuna magia gli rende un aspetto normale, e gli anni di addestramento al conformismo e all’obbedienza gli impediscono di andarsene alla Corte dei Miracoli e unirsi a Roma, a goliardi e girovaghi. In questo senso è crudele aver proposto momenti che preparerebbero a una storia romantica tra la gitana e il gobbo, poiché il sentimento rimane soffocato e sfiorisce nella comprensione di poter esser solo un amico, l’amico deforme e brutto che deve mettersi da parte. Nel film del 1939 Quasimodo guardava Esmeralda andar via con il suo uomo e si chiedeva ‘Perché non sono di pietra anche io?’ Qui invece scende tra la gente che finalmente non lo deride, ma la bella Esmeralda gli ha preferito Febo e Quasimodo ha dovuto accettare di essere stato illuso, senza nemmeno dover motivare alcunché. L’insegnamento è molto realistico e crudele, porta un messaggio che il cinema di oggi troppo spesso si rifiuta di accettare. Guai ai nostri giorni a dire che l’aspetto esteriore è un importante biglietto da visita, che non tutti hanno doti eccezionali e uniche con cui potersi riscattare, che chiunque desideri tanto un obiettivo anche se si impegna può fallire perché la volontà senza doti fa solo sprecare energie.
Ma questo, per stessa ammissione dei produttori, è un film che oggi non si potrebbe realizzare, e aggiungerei, purtroppo. Notre Dame continua a incantare quanti pur amando la qualità estetica Disney, ‘sono stufi di smancerie e buonismi.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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