IL GOBBO DELLA CATTEDRALE - 1956
I romanzi di Victor Hugo (1802 –1885) al cinema hanno sempre funzionato abbastanza bene, grazie ai personaggi indimenticabili e alle loro peripezie narrate con una ricchezza di dettagli tale da semplificare il lavoro di sceneggiatori, costumisti e scenografi. Nel caso di Notre-Dame de Paris, edito nel 1831, le trasposizioni si sono succedute fin dai tempi del muto, spesso con adattamenti disinvolti che hanno modificato parecchio la narrazione. Si tratta di ovvie semplificazioni di un testo corposo, e di autocensure volute per evitare le ire della Chiesa e di una buona frangia di spettatori ultraconservatori che avrebbero potuto boicottare lo spettacolo. Hugo aveva posizioni anticlericali, oltre a voler rendere protagonisti i ‘diversi’. Il gobbo Quasimodo è dunque un poveretto dall’aspetto orribile che dopo essere stato scambiato in culla con Esmeralda, viene rinchiuso nella torre campanaria della cattedrale parigina. A fargli da padre e carceriere è Frollo, arcidiacono pronto a eccitarsi alla vista della giovane Esmeralda che balla. Un villain sacerdote non era accettabile al cinema, e quindi da sempre in ogni film è stato trasformato in un ‘giudice’, personaggio laico che può permettersi di essere razzista, xenofobo, crudele e dissoluto. Le vicissitudini dello scambio dei neonati vengono lasciate da parte, e quasi sempre il tragico finale viene modificato in modo da addolcire il destino di tutti i personaggi positivi.
La versione di Jean Delannoy, realizzata nel 1956 e distribuita in Italia anche come Il gobbo della cattedrale rimedia almeno in parte a questi tradimenti, presentando un coraggioso epilogo tragico relativamente fedele alle pagine. L’intreccio tace le origini di Esmeralda e di Quasimodo, lascia l’ambiguità del ruolo di Frollo; nonostante le modifiche la sceneggiatura firmata da Jean Aurenche e dal celebre poeta Jacques Prévert porta in scena essenzialmente quanto è presente nel romanzo. Le battute mantengono una buona dose di cinismo e di critica sociale e i personaggi assomigliano, nei limiti di quanto è possibile in un film destinato al largo pubblico, ai corrispettivi romanzeschi.
Ci sono adattamenti che avvicinano la corposa opera alla sensibilità della metà degli anni Cinquanta; sono soprattutto scelte che selezionano le parti più necessarie o memorabili e valorizzano il fascino degli attori, le scenografie maestose e i colori squillanti della fotografia.
La pellicola è stata realizzata con mezzi consistenti e ha dichiarate intenzioni da blockbuster in grande stile, quindi ogni suo aspetto deve colpire l’immaginazione di uno spettatore ingenuo, tanto digiuno di storia e ricostruzione storica quanto esigente riguardo all’estrema spettacolarizzazione degli eventi.
Non è un caso se il film è stato girato in CinemaScope, formato che si avvantaggiava dei grandi schermi delle sale e dei drive in, e se i costumi sono ispirati a quelli realmente indossati tra la fine del Medioevo l’inizio dell’Età Moderna, reinterpretati secondo la moda del 1956.
Oggi lo spettatore deve fare uno sforzo per apprezzare la teatralizzazione degli ambienti, poiché siamo abituati a usare location originali oppure siti d’epoca coeva, o al limite ricostruzioni in cgi. Invece nei vecchi kolossal vie, piazze, taverne e palazzi erano ricostruzioni create in studio da abili artigiani, invece di essere scorci di veripaesi con edifici e vie edificati durante il Medioevo.
Anche le location usate includono la ‘vera’ cattedrale, almeno come propaganda pubblicitaria. A suo tempo la notizia dell’uso del set nell’autentica chiesa di Notre Dame venne enfatizzata, poiché ovviamente colpiva l’immaginazione degli spettatori e faceva sembrare la pellicola ancora più importante. In realtà gran parte delle scene sono state ricostruite in studio, però pochi spettatori fuori dalla Francia avevano visitato il vero monumento, i più lo conoscevano da cartoline e da foto sbiadite di viaggi di nozze, e credevano alla trovata o si ponevano pochi dubbi.
Esteticamente siamo più vicini a quanto ci si può aspettare da un musical o da un’opera teatrale.
La spettacolarizzazione di ogni aspetto della vicenda era quanto la platea esigeva, e quindi questa coproduzione italo francese impiegò due attori di fama internazionale come protagonisti, Gina Lollobrigida e Anthony Quinn, lasciando i ruoli secondari ad attori francesi.
Esmeralda (la mitica Lollobrigida all’apice della sua bellezza) finalmente canta e balla; indossa abiti che non sono corretti storicamente ma almeno sono un buon compromesso tra quanto poteva esserci per davvero e quanto gli spettatori degli anni Cinquanta potevano apprezzare.
Anche la recitazione è quella che ci si può attendere dal divismo di settanta anni fa, può apparire un po’ ingenua e con una procacità esplicita volutamente evitata da Hugo, però intrattiene. L’Esmeralda di Hugo è una giovane donna di circa sedici anni, appena entrata nell’età adulta per le consuetudini di fine Quattrocento, capace di far perdere la testa a molti Parigini, senza però agire mai con malizia. Nel film è una donna adulta e procace, che sa usare il suo fascino: il personaggio viene così semplificato, adattato a una platea che vuol vedere una donna bellissima e non intende subire lezioni di storia che spieghino come fosse davvero la vita familiare a quei tempi.
Funziona meno Anthony Quinn nei panni del campanaro dall’animo gentile, coperto da un trucco che lo rende grosso e sgraziato e ne deturpa il viso limitandone l’espressività. Quasimodo è deforme, come potevano essere tanti sopravvissuti a gravi incidenti e guerre in un’epoca in cui la medicina poteva far poco. Orrido di aspetto e sordo, comunica con poche parole, volteggia come un acrobata tra le guglie e i pinnacoli e ha una forza sovrumana che lo rende ancora più animalesco. Senza esplorare il background del poveretto si ignora come mai sia lì a suonare le campane, quanto sia preda della passione fisica, quanto sia grande la sua innocenza affettiva. La scelta interpretativa sminuisce l’emarginazione o la dolce semplicità dell’animo del campanaro. Fosse stato ancora più mostruoso, come i predecessori, e molto più consapevole della sua condizione, forse sarebbe stato più convincente. Si rimpiange la versione di Charles Laughton, un Quasimodo deforme oltre ogni immaginazione, e consapevole del suo non poter far parte del consorzio umano. Si rimpiange anche Lon Chaney, divo del muto che rendeva i personaggi più mostruosi con trucchi e mimica studiata caso per caso.
Frollo (Alain Cuny) appare meno malsano di quanto non appaia nel romanzo, ovvero è crudele come poteva esserlo un qualsiasi altro potente della sua epoca, ha interesse per l’alchimia. A parte il musical di Cocciante, che rende a Frollo il ruolo di arcidiacono, l’ambiguità del personaggio è sempre stata edulcorata e anche qui si segue la regola implicita, un sacerdote non può essere un cattivo, mentre un politicante o uno studioso possono incarnare i peggiori vizi. Gli altri personaggi funzionano o piuttosto sono in scena per permettere all’azione di avanzare verso la tragedia finale.
Oggi ci sono mille polemiche all’apparire di serie e film basate su romanzi e fumetti popolari. I fan si scatenano pretendendo la fedeltà assoluta, salvo poi scoprire in molti casi che quanto funziona tra le righe fa acqua sullo schermo. La fedeltà non paga sempre, spesso dà vita a opere prevedibili, piatte, con ritmi narrativi subordinati al dover mostrare tutto quanto c’è nel testo scritto, senza lasciare al regista la libertà di dare una propria versione autoriale.
In parte è quanto accade anche a questa trasposizione di Notre Dame. E’ più fedele al testo ma non necessariamente sembra essere superiore ad altre trasposizioni precedenti. Per tantissimi aspetti la sceneggiatura segue Hugo, e per adeguarsi alla narrazione letteraria ha un ritmo altalenante, con parti molto vivaci e altre lente. Il romanzo infatti ‘spreca’ tempo per enfatizzare le emozioni dei protagonisti e dei personaggi secondari, l’azione non sempre va dritta al punto di costruire la vicenda, e funziona proprio perché dona ai protagonisti una profondità e un’umanità raramente raggiunte da un romanzo storico. Il film invece deve rientrare in un minutaggio predefinito, e di conseguenza non può permettersi di riportare sulla scena tutte quelle pagine introspettive. Deve selezionare, mantenere gli eventi che fanno da necessario snodo narrativo, prediligere quelli che appaiono più spettacolari. Deve condensare riflessioni e costruire una vicenda comprensibile anche a quanti non hanno letto il romanzo. Condizionata da queste necessità, la sceneggiatura finisce per dilungarsi in momenti di facile impatto, come i tre minuti dell’esibizione della bella Esmeralda o l’assedio alla cattedrale protratto per oltre dieci minuti.
Queste caratteristiche datano fortemente la pellicola, che non imbocca purtroppo la strada di un musical con grosse parti recitate e svariate canzoni, e arranca nelle parti d’azione nonostante i set maestosi.
Da vedere paragonandolo ad altre trasposizioni, per riflettere su come essere fedeli a un testo non sia necessariamente sinonimo di 'realizzare un bel film'.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita da questo sito. Se volete adottarla contattate su Facebook Florian Capaldi
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