MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI

Ci sono film e spettacoli teatrali che trattano argomenti tali da meritare un premio solo per il fatto che affrontano temi delicati: la diversità, le discriminazioni, episodi legati al Giorno della Memoria o a problemi sociali di viva attualità. Anche qualora in queste opere ci fossero difetti evidenti e oggettivi, buchi nella sceneggiatura, recitazione da filodrammatica, dialoghi inconsistenti o un uso discutibile della macchina da presa, difficilmente un critico professionista si permetterebbe di farlo notare. Guai se usasse la schietta onestà che magari dispensa ad altri titoli, perché in questi casi la finalità etica dell’opera va avanti alla qualità narrativa dell’opera stessa. Di conseguenza registi e produttori spesso nemmeno si impegnano a creare prodotti superiori alla placida mediocrità, contano sull’intoccabilità da parte dei giudizi, sulle sovvenzioni statali o di Enti e Associazioni, sulla partecipazione a festival e sulla distribuzione in contesti educativi. La bassa qualità purtroppo viene perdonata soltanto da quella fetta di spettatori che sono già sensibilizzati sull'argomento, gli altri liquidano il soggetto facendo intendere che cercano pellicole di qualità, ben dirette, spettacolari, recitate bene e confezionate meglio.
Non è questa la situazione di Mio fratello rincorre i dinosauri, opera prima di Stefano Cipani, però qualcosa di vero purtroppo c’è anche se le recensioni sono generalmente abbastanza positive. 
La pellicola è uscita nelle sale nel 2019 ed è basata sull’omonimo romanzo autobiografico di Giacomo Mazzariol, un libro molto diffuso nelle biblioteche per ragazzi. Anche il film si rivolge alle famiglie e in particolare alle nuove generazioni; con delicatezza tratta la difficile situazione di un sibling che cresce con genitori amorevoli, due sorelle dominanti e un fratellino con la sindrome di Down.
Jack è un ragazzo di provincia, vive a Pieve di Cento, un paesino della Pianura Padana; ha una famiglia coesa, senza grossi problemi eccetto il fratello minore Giò, che è un bambino nato con la sindrome di Down. Finché Jack era piccolo credeva che Giò fosse speciale come sono speciali i super eroi, in quanto i genitori gli avevano presentato la disabilità in modo poetico e ambiguo. Crescendo Jack ha iniziato a capire la verità, tanto che giunto al Liceo si vergogna del fratello, inizia a nascondere la sua esistenza in qualsiasi modo e poi arriva a combinarne una davvero grossa…
La pellicola è una commedia che minimizza in parte gli effetti del cromosoma in più; inizialmente vengono elencati i possibili problemi che comporta l’essere Down, dal ritardo intellettivo alle malformazioni cardiache, dalla motricità rozza alle compromissioni della vista e del linguaggio, fino anche alla speranza di vita ridotta. Viene anche spiegato come la sindrome possa avere ripercussioni più o meno problematiche, e come oggi si possa vedere prima della nascita grazie all’amniocentesi e a esami approfonditi. Ogni conclusione possibile è messa in bocca a una dottoressa dall’aria antipatica o a un avvocato yuppie che usa senza ritegno la parola ‘mongoloide’. Lo spettatore è indirettamente esortato a non dare retta al medico o al professionista rampante, personaggi secondari che esauriscono il loro compito in una manciata di battute e sono esplicitamente scritti con l’intento di renderli odiosi.
I problemi oggettivi di salute vengono lasciati immaginare, riassunti in brevi considerazioni esposte dal protagonista che racconta i suoi vissuti. Il film è infatti una commedia che alterna momenti di riflessione a momenti leggeri, parti autobiografiche collegate dalla voce fuori campo. La narrazione scorre leggera senza scivolare nel facile pietismo e senza mai rinunciare a far pedagogia più o meno esplicita grazie alla sceneggiatura firmata da Fabio Bonifacci con la collaborazione dello stesso Mazzariol. Le conclusioni sono univoche, porte allo spettatore con un sorriso gentile e garbato, però con fermezza. Nelle commedie all’italiana degli anni Sessanta i registi raccontavano i vari cambiamenti della società e dei costumi, esprimevano la loro opinione e mostravano però anche le conseguenze meno positive che qualsiasi scelta si porta dietro. Pur dovendo scegliere un epilogo, sollecitavano il dibattito, mentre questo film lascia poca libertà d’opinione. Situazioni esemplari si susseguono, e i dialoghi ispirano risposte prefissate e suscitano reazioni prevedibili in chi guarda; chi osasse dissentire viene trattato implicitamente come bullo abilista. La vicenda è raccontata imponendo l’inclusione come unico valore possibile, anche al costo delle possibilità di Jack di realizzarsi come batterista, rinunciando di fatto al dibattito. Nonostante il monito della dottoressa che rimprovera la madre di non aver fatto i test e interrotto la gravidanza come si fa nei Paesi del Nord Europa, Jack alla fine delle sue disavventure deve rassegnarsi a fare da spalla a Giò. Pare maturato dalla sua esperienza, forse lo è davvero oppure fa quello che gli resta da fare, comunque non avrebbe più molte alternative e sembra felice di fare i video virali del fratello. Probabilmente è il difetto più grosso della pellicola, una pecca che nasce dallo stesso testo e da esigenze produttive e distributive che condizionano la narrazione. Bisogna far vedere solo quanto ci può essere di positivo nel crescere con una persona Down, tacendo o edulcorando molto tutte le rinunce imposte non solo dai genitori a loro stessi ma anche agli altri figli, che avrebbero gli stessi diritti di realizzare i loro sogni. La maturazione del ragazzo passa attraverso una serie di bugie sempre più grosse, fino all’ammissione delle proprie colpe, con gesto di onestà mosso da eventi più grandi di lui, e che gli costerà obiettivi personali importanti: amicizie, affetti, un probabile successo in campo musicale.
La visione del problema è unilaterale, la trattazione del tema è fortemente pedagogica, comunque la pellicola resta un garbato intrattenimento, con momenti da teen movie che stemperano la gravità dell’argomento come raramente avviene in film di questo tipo. La vita di Jack alle prese con le prime cotte, con le ambizioni di musicista, le prime trasgressioni sono trattate con delicatezza e ironia. I giovani si possono rispecchiare nel corteggiamento della politicamente impegnata Arianna (Arianna Becheroni), nelle esperienze con l’amico di una vita Vitto (Roberto Nocchi) e con i membri ribelli ma popolari di una band. Gli adulti ricordano la propria adolescenza, magari non segnata dalla presenza di un familiare disabile, però caratterizzata da momenti analoghi a quelli vissuti da Jack o dagli altri coetanei.
Le parti da teen movie sono quelle che possiamo attenderci da un qualsiasi telefilm destinato a teenager, sia come tipo di riprese, sia come interpretazioni. Rallentano un po’ il ritmo se non si è appassionati del genere, e l’inesperienza dei giovani interpreti a volte si fa sentire. I genitori Davide e Katia Mazzariol sono interpretati dai bravi Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese, e in parte tamponano le incertezze dei ragazzi, spesso alla prima esperienza nel cinema. La famiglia sembra quella del Mulino Bianco, con tanto di bella cascina rustica; gli altri sono poco più che macchiette, dalla zia parrucchiera ai medici, dall’avvocato ai paesani, fino alle sorelle che demandano a Jack il compito di proteggere il fratellino pur essendo maggiori per età. Gli altri adulti presenti nel film sono personaggi necessari allo svolgimento, trasformati in macchiette e sacrificati al dover dare spazio ai ragazzi.
I momenti drammatici sono necessari, quelli umoristici sembrano essere la parte più riuscita della pellicola: si ride per i comportamenti ingenui di Giò (il tenero e buffo Lorenzo Sisto), per i guai che combina nella sua innocenza, per il suo affetto sincero, oppure per le dinamiche familiari risolte con assemblee tenute nel parcheggio di un discount. Le smorfie dei familiari al colloquio per ricevere l’assegno di accompagnamento, la visita al museo, la prima uscita di Giò in autonomia con una gag sulle strisce pedonali sono sequenze deliziose che immergono lo spettatore in un clima da fiaba contemporanea con una morale esplicita.
Fiabesca è anche l’ambientazione: per alcuni aspetti sembra che i fatti si svolgano nei primi anni Novanta, con la moda grunge e emo negli abiti, con i modi di vivere tipici degli adolescenti di provincia pre internet. Invece ci sono cellulari moderni, internet è ampiamente diffuso e con esso, l’uso e abuso dei social. L’indeterminatezza rende la vicenda più attuale, e permette di accettare eventi che normalmente sarebbero poco credibili, come la gestione di un canale su You Tube da parte di un bambino che ha un ritardo intellettivo. Ci sono per davvero bambini a fare video, tuttavia sono nel web perché l’ambizione dei genitori ha creato un canale per loro, mamme e babbi montano gli spezzoni di balletti e scenette, e dovrebbero impegnarsi a vigilare sulla sicurezza della piccola star. Nel film il canale viene creato da Vitto, ma Giò impara in un attimo a postare i suoi video. C’è scarso controllo da parte dei familiari, altrimenti molto presenti e consapevoli delle difficoltà e dei rischi che possono incontrare le persone Down. E’ difficile credere al grande successo della band giovanile, popolarissima nei social e pronta a andare a fare concerti – sono ragazzini del primo anno del Liceo, non universitari maggiorenni e scapestrati.
L’atmosfera surreale, mai grottesca, aiuta ad accettare le ingenuità e a trasformare quello che poteva essere uno stereotipato film sulla diversità, magari arrivato in produzione dopo il successo di Wonder, in una delicata commedia. E’ probabilmente uno dei rari film destinati alle famiglie ma godibili a qualsiasi età.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

Questa recensione è stata edita da questo sito. Se volete adottarla contattate su Facebook Florian Capaldi

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