ANIMA PERSA
Dino Risi è stato il regista che meglio di ogni altro ci ha raccontato il boom economico attraverso la commedia all’italiana. Lo ha fatto ironizzando su comportamenti e vizi dell’Italia di quegli anni, quando in tanti sognavano Il sorpasso del mondo passato con le sue aspirazioni modeste, o aspiravano a vacanze balneari con L’ombrellone, o cercavano di ridefinire una sessualità post 1968 liberandosi da atavici tabù. Nella sua prolifica carriera Risi si è anche avvicinato al thriller, anche a quello con sfumature gotiche.
Anima Persa è un suo film del 1977 che mescola dramma psicologico, senso del grottesco, commedia amara, ispirandosi al romanzo Un'anima persa scritto da Giovanni Arpino.
Narra la disavventura veneziana ( e non torinese come nel romanzo ) del giovane Tino Zanetti, ragazzo benestante che viene ospitato dagli zii in una decadente villa tra ponti e canali perché intende provare a frequentare l’Accademia delle Belle Arti. Fin dal suo arrivo il giovane entra in contatto con un microcosmo claustrofobico, scandito da ritualità e abitudini a lui sconosciute. Lo zio Fabio Stolz, ingegnere del gas, e la zia Elisa vivono in un palazzo storico che ha parti ancora da ristrutturare; con loro c’è l’anziana serva Annetta. Nella casa si sentono rumori agghiaccianti, tonfi, passi, risate sconclusionate, qualcuno suona il piano. Fabio e Elisa sono costretti a ammettere che il fratello pazzo dello zio vive da molti anni confinato in un’ala della casa dismessa, dopo essere rimasto sconvolto dalla morte della piccola Beba. La verità è assai più complessa e lo studente lentamente la fa affiorare…
Venezia è perfetta come scenario per quella che è per molti aspetti una vicenda gotica; la villa ha il sapore di quelle immortalate dai film Hammer, gli scorci di calli e ponti ancora liberi dal turismo di massa appaiono lividi anche quando i personaggi agiscono durante il giorno. La fotografia degli esterni ha tinte spente, la laguna è percorsa da barche funebri, ospita vecchie navi abbandonate, c’è un manicomio ancora abitato e anche il casinò sembra piuttosto una bisca clandestina di terz’ordine. Gli interni sono sontuosi e decadenti, nella dimora patrizia così come nell’aula dell’Accademia.
In questo ambiente rarefatto e apparentemente estraneo alla modernizzazione dell’Italia i fantasmi sono ‘solo’ ricordi disturbanti, memorie di amori distrutti dal tempo e dalle leggi di natura, echi di una gloria derivata dall’appartenenza all’Impero Austro Ungarico e oggi dimenticata. Sono i vivi a essere fantasmi in quanto restano imprigionati nel labirinto dei loro sogni proibiti, che si tratti di Fabio o di Elisa o anche solo del professore di disegno che sembra provenire da un quadro di tardo Ottocento, o il Duca, bizzarro amico di Fabio che vaga per la città col tabarro e i baffoni alla Franz Joseph.
Gli echi del cinema horror italiano degli anni Settanta si sentono ben forti, con tanto di primi piani su inquietanti bambole, canzoni tipo filastrocca sussurrate in un vecchio teatro cadente, gattoni neri che attraversano stanze polverose. Sono suggestioni visive e della bella colonna sonora, tuttavia Anime perse non è un film di genere: Risi sfrutta in parte modi narrativi e cilchè del cinema di genere, rielaborandoli per creare una vicenda che alla fine ha poco in comune con l’horror, il mistery, il sovrannaturale. Al di là degli aspetti formali, la narrazione è quella di un dramma familiare a tinte fosche e non si arriva ad avere un delitto vero e proprio, né accadono fatti davvero inspiegabili. Ci sono sequenze disturbanti, ambiguità e perversioni morbose lasciate capire dai dialoghi, c’è il tema del doppio sviluppato un po’ come nelle opere di Stevenson. Nonostante questo, la pellicola è più affine a Rebecca la prima moglie che a Profondo Rosso o alle ghost stories britanniche.
L’orrore è dentro l’uomo. C’è la follia descritta in modo puntuale a inquietare lo spettatore e un’introspezione dei personaggi che si comportano in modo estremamente anomalo, anche per gli standard dei ricchi aristocratici. Si giunge a scoprire la verità grazie al progressivo scivolare nella pazzia degli zii, all’incastrarsi di dettagli apparentemente trascurabili. Nel corso della vicenda alcuni particolari possono indirizzare lo spettatore verso la soluzione del caso, ma sono cenni sapientemente distribuiti nel corso degli eventi. Magari oggi siamo abituati al cinema del mistero e dell’orrore e possiamo sospettare la verità un po’ prima dell’epilogo rivelatore, ma nel 1977 probabilmente l’horror era un genere di nicchia e l’epilogo sorprendeva una platea generalista.
In ogni caso quanto sostiene e rende unico il film va cercato nell’atmosfera, e nelle interpretazioni, perché appunto, come giallo ha indizi poco marcati, come thriller o horror non arriva mai a descrizioni grafiche davvero orribili e come commedia di costume sarebbe davvero improponibile.
Gassman in un doppio ruolo è favoloso, caricaturale e imperioso come un pater familias romano, lascivo e bestiale come fratello folle. Probabilmente senza la presenza del Mattatore, la pellicola avrebbe funzionato poco, in quanto serve un attore sopra le righe per rendere credibile il personaggio, soprattutto nella seconda parte del film.
Mentre il romanzo dà una spiegazione che può mantenere la logicità dietro ai comportamenti anomali anche senza scomodare la follia, Anima persa va invece incontro a una spiegazione arazionale. Sullo schermo esaminiamo legami affettivi malati e torbidi, invece di vedere in essi degli escamotage per fare i propri comodi in un mondo che ingabbiava in rigide categorie sociali, imponendo scelte e comportamenti.
Catherine Denevue come spalla funziona, Elisa resta sospesa tra il morboso e inespresso interesse per il ragazzo e la sudditanza ormai acquisita come dato di fatto verso Fabio, che pure la comanda a bacchetta.
Tra l’altro il ragazzo è sottotono, Danilo Mattei era al debutto e il suo copione oscilla tra momenti tragici un po’ impacciati e momenti comici mai davvero buffi. La storia d’amore con la modella Lucia Pandin, interpretata da una più bella che brava Anicée Alvina, appesantisce la vicenda, allunga il brodo e spezza in diverse occasioni l’atmosfera cupa. E’ comprensibile come la sceneggiatura dovesse ottenere un minutaggio da sala, e probabilmente il film non sarebbe arrivato a 100 minuti se avessero tagliato la parte sentimentale. D’altra parte far vedere il ragazzo in Accademia, agghindato come un commercialista in mezzo a una ‘fauna’ fricchettona, lui poco capace scolasticamente, motiva meglio l’epilogo deludente.
Nel grosso degli horror, dei thriller e dei gialli la scoperta della verità si accompagna a una catastrofe finale più o meno annunciata agli spettatori. Il ‘mostro’ viene assicurato alla giustizia, viene sconfitto, distrutto; oppure sono i protagonisti a soccombere, e il Male sopravvive: in qualche modo il cerchio si chiude. Lo spettatore esce dal cinema consolato dal ristabilirsi dell’equilibrio, oppure ammonito sui pericoli che possono essere invincibili e attendere incaute vittime. In Anima persa la scoperta della verità è seguita dalla fuga del ragazzo, che si rende conto di non essere un’artista e rinuncia anche all’amore di Lucia pur di allontanarsi dall’ambiente malsano.
Questo epilogo, come altre scelte narrative, allontana il film da quel cinema di genere che ancora oggi è sospeso tra la rivalutazione e il disprezzo. Lo spettatore può restare deluso perché tanti elementi lasciavano sperare in un bel thriller, magari a tinte sovrannaturali. Arpino però non è Stevenson, Risi non è Fulci, Gassman non è Vincent Price. Non basta recuperare qualche inquadratura sbieca, qualche sbirciata dal buco della serratura della porta che dà sul ricovero del folle, per avere anche lo spirito, la sensibilità adatta a narrare una storia di genere. Purtroppo Risi viene dal glorioso passato della commedia all’italiana, e quando si è cimentato in altro, che fosse misterioso o erotico, si è sempre portato dietro un bagaglio ingombrante. Ci riproverà qualche anno dopo con Fantasma di un amore, film pregevole ma che accusa problemi analoghi a quelli di Anima persa. Entrambe pellicole da vedere, anche per capire cosa non funziona ancor oggi nel nostro cinema quando esce dalla sua zona comfort fatta di drammi familiari, eroi della porta accanto, storie di impegno sociale.
Mal ascrivibile a un genere, pronto a cogliere suggestioni colte e popolari, Anima persa rischia di smarrirsi e cadere in un immeritato oblio.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi su Facebook
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