ULISSE

Trasporre in film un poema omerico è una sfida davvero impegnativa, anche per i registi più visionari. Iliade e Odissea offrono un materiale di partenza complesso, con personaggi distanti dalla sensibilità dell’uomo comune di oggi e situazioni tali da richiedere scenografie ed effetti speciali convincenti. Se il regista si mantiene vicino alla visione della vita tipica dell’aristocrazia antica, è costretto a venire a patti con una mentalità molto lontana da quella oggi diffusa.  Lo spettatore deve accettare che nella logica dell’epica classica gli uomini non siano tutti uguali e ci siano gli schiavi, che le donne raramente esercitino il potere, che gli dei esistano e intervengano nella vita dei mortali, che la vita ultraterrena anche per gli eroi sia una triste ombra della vita terrena e la vendetta sia un sacro dovere. I comportamenti dei personaggi riflettono quella mentalità, se ragionassero come uomini di oggi probabilmente farebbero altre scelte. I registi possono evidenziare quei valori che sono sopravvissuti ai millesettecento anni di Cristianesimo e che c’erano nell’antichità, però le differenze prima o poi escono fuori e a quel punto gestirle può rivelarsi problematico. Franco Rossi, nella sua versione televisiva dell’Odissea e dell’Eneide c’è riuscito, poiché si è mantenuto fedele al testo, con parti di poema recitato dal coro e una narrazione lirica che faceva pochi sforzi per concedersi a un gusto popolare.  
L’altra possibilità è quella seguita da Mario Camerini nel 1954: trasformare il soggetto semplificandolo il più possibile in modo da avvicinarlo ai gusti estetici del grande pubblico e agli usi e costumi contemporanei. La sceneggiatura dell’Ulisse segue il poema portando in scena quelle parti del testo che sono più note e si prestano a venir rese nei modi più spettacolari possibili, tagliando quanto gli effetti speciali faticano a inscenare e modificando quanto proprio resta indigesto ai più.
L’Ulisse di Camerini ha il fisico aitante di Kirk Douglas e i modi da ribaldo analoghi a quelli di un cowboy che torna a casa per farsi giustizia da sé. L’accostamento può sembrare eccessivo, irriverente, eppure è quasi indispensabile per far accettare il massacro dei Proci. Negli anni Cinquanta il western andava forte, e le masse come accettavano la vendetta del pistolero, accettavano anche quella di un eroe greco spodestato dal trono e minacciato negli affetti più cari.
Ci sono varie libertà rispetto al testo, non tutti i personaggi compaiono, come Eolo o Calipso, e alcune situazioni vengono reinterpretate o inventate di sana pianta. Ulisse nel film perde la memoria in modo da poter mettere in scena una parentesi sentimentale con Nausicaa, che ignora la vera identità del naufrago raccolto sulla battigia e si innamora ricambiata del bello straniero. Non è l’ammirazione, l’amore unilaterale di una ragazza poco più che adolescente che perde la testa per un eroe famoso, ma è un legame reciproco che si interrompe solo quando Ulisse sulla spiaggia ricorda il passato. Ovviamente Ulisse vuol tornare a casa spinto non dalla voce dagli dei, ma dal senso della famiglia e della proprietà.
Le divinità antiche compaiono solo di nome, come presenze credute reali dalla gente ma che di fatto mai si manifestano per davvero in forma fisica. Non appaiono entità malevole pronte a minacciare Ulisse, così come non ci sono numi da ringraziare personalmente. A parte Circe, che è dotata di poteri magici e promette l’immortalità all’eroe, gli dei non scendono tra i mortali nemmeno in forma di animali rappresentativi o di avatar umani. Ulisse offende continuamente tutto l’Olimpo, ma le sue disgrazie di naufrago possono essere imputate a cause molto terrene, come il vento Meltemi che movimenta le acque dell’Egeo durante l’estate o le tempeste che agitano il Mediterraneo durante l’inverno. La scelta d’avere un eroe dalla bestemmia facile, pronto a sfidare e a deridere gli stessi dei, è motivata dal dover conciliare la mentalità puritana ostile al paganesimo con la rappresentazione di una società arcaica che invece credeva a dei grandi e piccoli.
Anche la discesa agli inferi non è un prodigio ricercato attivamente da Ulisse con cerimonie e sacrifici, una prova di iniziazione a cui l’eroe deve sottoporsi ma è una visione suscitata da Circe. La maga fa apparire nella nebbia  i volti dei compagni naufragati, della madre morta nell’attesa, di Agamennone tradito e fatto uccidere dalla moglie, e mostra quanto sia triste la condizione di mortale. Il sovrannaturale è sempre nelle mani di personaggi negativi come appunto Circe, le sirene dal canto ammaliante, o anche Polifemo che afferma essere figlio del dio Nettuno.
Scompare quanto è malvisto dalla cultura puritana e quanto prolungherebbe la durata della pellicola oltre i tempi accettabili dalla distribuzione: l’accogliente ninfa Calipso, la dea Atena alleata di Ulisse, la discesa nell’Ade vissuta come una tappa fondamentale della conoscenza di sé. Si tace del destino ultimo profetizzato a Ulisse in quanto celebra la scoperta dell’ignoto come senso della vita e contrasta con i valori tradizionali. Nel poema Ulisse dopo esser tornato a Itaca e aver respinto i Proci, messo sul trono il figlio Telemaco sentirà il desiderio di navigare ancora e scoprire nuove terre, finendo per morire, anziano, in una lontana terra straniera: un epilogo epico degno di un eroe però inaccettabile per una società basata sul culto della famiglia, della proprietà, della Patria.
Scompare quanto è di difficile rappresentazione, come Scilla e Cariddi, e quanto non è essenziale all’avanzamento della vicenda, come i vari popoli incontrati nel corso del viaggio. La sceneggiatura dopo aver perso tempo con Nausicaa e i duelli gladiatori nel palazzo del re dei Feaci, è costretta a selezionare gli episodi più celebri e più rappresentativi. Alcuni personaggi assumono un proprio carattere, altri restano sullo sfondo come comparse.
Il risultato di queste e analoghe scelte è quello di avere un peplum d’autore, un fantasy mediterraneo che comunque ha qualche guizzo autoriale in mezzo alla paccottiglia di abiti femminili particolarmente kitsch e trucchi vistosamente artigianali ma belli per l’epoca.
Polifemo è realizzato al meglio di quanto la tecnologia applicata agli effetti speciali consentisse a metà anni Cinquanta, d’altra parte è uno dei momenti più iconici dell’Odissea e non sarebbe stato possibile lasciarlo fuori scena o affidarlo alle parole del protagonista. Il Ciclope oggi appare goffo ma la resa estetica è purtroppo condizionata dal tipo di soluzioni visive possibili settanta anni fa. Si può ridere del fatto che Ulisse prepara il vino pestando l’uva e senza attendere i giorni per la fermentazione lo serve al ciclope che si sbronza con semplice succo d’uva, poiché quello è un errore oggettivo della sceneggiatura. La testa di cartapesta dipinta del mostro invece è più che perdonabile, nonostante sia evidentemente finta. in quanto era il meglio a disposizione. Tra l’altro Polifemo deve per forza vedersi, perché interagisce con Ulisse e i suoi compagni. Le Sirene invece sono state realizzate senza mostrarle direttamente, in quanto sono una minaccia concreta che non interagisce direttamente con i personaggi. Il montaggio fa il miracolo, vediamo Ulisse legato dopo aver fatto mettere i tappi di cera nelle orecchie dei compagni ai remi, la macchina da presa scorre sugli scogli imbiancati dalle ossa, si vedono i remi che fendono le onde. La platea probabilmente s’attendeva di veder belle ragazze con code da pesce, sulla scia dei musical con Esther Williams, e invece si sente il canto, e un montaggio efficace e coraggioso lascia immaginare le creature.
L’idea di far interpretare a Silvana Mangano sia la fedele Penelope che la seduttrice Circe è molto efficace, sia per la bravura e per la fisicità dell’attrice, sia per la dimensione intimistica dell’incontro. Maga o moglie, sembra che la percezione sia tutta affidata a Ulisse, al suo ricordo e al suo desiderio che gli fa provare la tentazione per preferire Penelope, di cui ignora la sorte, all’immortalità e alle magie. Visivamente l’uso del colore crea un senso di irrealtà, tra il fumo che avvolge la caverna o lascia emergere le anime dei caduti.
Gli attori funzionano, incluso Anthony Quinn, in un’ottica di cinema popolare di un tempo che fu. Le interpretazioni sono molto basate sull’aspetto fisico, e rendono al massimo in un tipo di narrazione che più che educare doveva intrattenere e far sognare.
Tutto il film si mantiene in un delicato equilibrio tra suggestioni colte e esigenze commerciali, tra dialoghi che ben sintetizzano l’animo di Ulisse, il suo senso di indipendenza rispetto al fatalismo, la sua curiosità e momenti ingenui introdotti pur di dare alla platea azione e sentimento.
Così si va da scenografie di cartone a riprese lungo le coste Italiane, nelle vicinanze delle stesse località indicate dall’Odissea. La fortezza di Porto Ercole, in Maremma, e l’isolotto omonimo in Maremma sono gli esterni dell’incontro con Nausicaa, la terra di Polifemo è Talamone, Le Castella e Capo Rizzuto sono altrettanti sfondi, e dove non arriva la natura incontaminata dei nostri litorali ci ha pensato Cinecittà con i suoi studios.
Il risultato complessivo è piacevolmente ingenuo, visibilmente datato, capace però di avvicinare al poema anche quanti lo ritengono una lettura scolastica.

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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