LA STORIA INFINITA 3

«Auguro la peste ai produttori. Mi hanno ingannato: quello che mi hanno fatto è una sozzura a livello umano, un tradimento a quello artistico» commentò lo scrittore Michael Ende dopo la prima della Storia Infinita. In parte aveva ragione, perché il film aveva semplificato la sua opera, privandola dei contenuti filosofici che contiene. Era una mercificazione e c’era da aspettarselo da parte di un regista e di un sistema produttivo che voleva investire molto e incassare di più.
Inutile prendersela con lo scialbo sequel La Storia Infinita 2, blando fantasy per ragazzini che recupera alcune ambientazioni e personaggi della seconda parte del romanzo, quella lasciata fuori dal primo film. In questo caso i produttori speravano di poter sfruttare il ricordo generalmente positivo del film di Petersen e di poter riutilizzare il materiale usato in precedenza, dal Fortunadrago ai fondali. Fu un flop sia per la critica, sia per gli spettatori delusi da una vicenda che si distaccava troppo sia dal primo film, sia dal libro.
Il fallimento avrebbe dovuto insegnare qualcosa di importante sui sequel e sulla costruzione di franchise. I seguiti così come i prequel e gli spin off dovrebbero riprendere gli elementi graditi nel capostipite e riproporli in forma ancora più esagerata, avere alle spalle investimenti più consistenti, mantenere il cast originario per quanto possibile. Soprattutto dovrebbero rivolgersi alla fascia di età degli spettatori che ieri si sono innamorati di un’ambientazione e oggi vogliono ritrovarla con un occhio alla nostalgia e con una sensibilità più adulta. Questo non è avvenuto nel secondo capitolo, e tantomeno avviene nel terzo episodio, La Storia Infinita 3, realizzata da Peter MacDonald nel 1994.
Dieci anni dall’uscita del film di Wolfgang Petersen la fama della Storia Infinita non si era ancora del tutto spenta, e quindi in teoria l’ambientazione di Fantasia poteva ancora funzionare…in teoria.
Se i film precedenti già avevano poco in comune col testo e con il suo spirito, il terzo capitolo si distacca quasi completamente dal mondo di Ende per navigare nei piatti mari del fantasy per preadolescenti.
Bastian (James Richter) è un bel tredicenne grazie a un ennesimo recasting; appare meno impacciato, forse grazie alle esperienze vissute a Fantasia, tuttavia rimane sempre un ragazzo strano, che racconta storie strane e ha un aspetto diverso da quello dei teenager. Il padre è più bolso rispetto al piacente babbo visto nel secondo capitolo, comunque si è sposato con una donna divorziata con una figlia, Nicole (Melody Kay). A lei Bastian racconta di Fantasia come se fosse la cosa più ovvia da dire a una persona che è da poco entrata nella propria vita e la sorellastra ovviamente lo prende per scemo e non lo sopporta. La malinconia di orfano incompreso è stata sostituita dal bullismo che segue il ragazzo come la nuvola di pioggia di Fantozzi. Anche nella nuova scuola Bastian viene preso di mira dai bulli, una baby gang metallara chiamata ‘I Cattivi’ capeggiata da Slip (Jack Black). C’è ovviamente il bibliotecario con il magico libro, dove il ragazzo si rifugia quando il problema del bullismo diventa ingestibile. Se Bastian riesce a andare verso Fantasia, i Cattivi possono a loro volta interagire con la Storia, in quanto trovano il libro magico e interagiscono dal nostro piano di esistenza a quello fatato, cercando di distruggerlo. Un incidente provocato dai troppi desideri espressi spedisce gli abitanti di Fantasia nella nostra realtà, e bisogna rimettere le cose a posto…
Si tratta di una sorta di fan film ispirato al romanzo, in quanto compaiono solo alcuni dei personaggi e ambienti visti nei film precedenti, spesso neppure i più iconici, e le situazioni narrate sono inventate di sana pianta. C’è il Fortunadrago senza Atreyu a cavalcarlo, ci sono gli gnomi studiosi Engywook e Urgl, il Mordiroccia. L’Imperatrice fa una comparsata e anche le creature sono poco caratterizzate. Il libro magico ha cambiato design ed è irriconoscibile, le musiche non sono quelle amate e diventate vere hit.
Si torna a Fantasia, o perlomeno a una versione sbiadita e infantile del magico reame, traboccante di effetti speciali dozzinali e allo stesso tempo priva di ogni magia. Ci si resta il meno possibile in questa Fantasia, in quanto sfondi dipinti, ritocchi post produzione, costumi e trucchi vari sono doverosamente artigianali, costosi e la produzione fa quello che può. Oltre metà della pellicola è ambientata sulla Terra, limitando la necessità di set ricostruiti in studio, scenografie e costumi sorprendenti. Eppure il ricco immaginario visivo era quanto aveva reso mitico il primo film e poteva rivitalizzare la saga, magari creando un franchise come La Mummia o Indiana Jones. Se si chiedesse agli spettatori cosa ricordano della Storia Infinita, probabilmente parlerebbero di Atreyu e del Drago della Fortuna, della triste fine del cavallino Artax, della Torre con l’eterea Imperatrice, dei deserti con le Sfingi, forse anche del Lupo o della Morla, del Nulla che avanza e dei paesaggi da sogno. Tutti elementi che o non sono presenti nel terzo film, o sono riproposti ma in forma evidentemente raffazzonata alla bell’e meglio.  I grandi avversari sono scomparsi, sostituiti da una baby gang che si impadronisce del libro e cambia la storia a casaccio; altri elementi vengono buttati sullo schermo da una sceneggiatura che non li valorizza affatto o che deve far i conti col portafoglio, e quindi passano sullo schermo senza dare emozione né ai giovani che incontrano la magia dell’Auryn per la prima volta, né agli adulti che tornano nel regno incantato e non lo riconoscono.
Gli abitanti di Fantasia arrivano nel nostro mondo e non si trasformano in versioni ambigue di loro stessi, in menzogne come ci aveva raccontato Ende. Restano tutti quello che erano a Fantasia e si trovano coinvolti in gag dedicate ai più piccini. Peccato che sono passati dieci anni dall’uscita del primo film e gli spettatori di allora sono giovani adulti o al massimo adolescenti. Il linguaggio espressivo adatto ai bambini non può più soddisfarli, le gag strappano a stento qualche sorriso malinconico, e le pecche dovute ai pochi mezzi risaltano impietose. Tra draghi di pelouche e magie disegnate sullo schermo, creature fantastiche realizzate con costumi da mascotte dei parchi di divertimento, momenti da stucchevole teen movie, la magia non decolla, perché mancano buone idee e buoni personaggi oltre che effetti speciali.
Anche chi come Black se la cava a recitare viene svalorizzato da una costruzione inesistente dei protagonisti, con tanto di Cattivi trasformati esteriormente in bravi ragazzi ordinari nel look e nel modo di fare. E’ una scelta doppiamente sbagliata: da un lato abbina carattere e scelte morali a preferenze di look ribadendo stereotipi, dall’altra nega il vero potere del viaggio in Fantasia. Chi torna da Fantasia è una persona cambiata, maturata perché più consapevole di quali desideri siano tali e quali siano un capriccio vano. Non riscrive la storia mutando le persone che ha attorno o l’ambiente, ma trova strategie pacifiche per conviverci e per ritagliare il suo spazio, o spinge gli altri a cambiare, senza però sostituirsi al loro arbitrio. Essendo però il film rivolto preferibilmente a bambini, certe sottigliezze vengono messe da parte. L’importante è semplificare il più possibile, guidare verso soluzioni universalmente valide anche se prevedibili e noiose, e mettere insieme una storia che intrattenga.  
Il rapporto tra Bastian e la sorella o il padre è trattato in modo superficiale, il divorzio minacciato come un qualsiasi babao, Bastian alterna i momenti naive a altri in cui si difende bene pur di far avanzare la trama, risultando incoerente.
La pellicola ha pretese alte rispetto a quanto ci si aspetta da un film creato da appassionati per altri appassionati; probabilmente avrebbe trasmesso più passione e le ingenuità sarebbero state più accettabili proprio in nome dell’amore. Invece è arrivata nelle sale, anche se distribuita un po’ in sordina, e ha ricevuto un’accoglienza gelida, anche come incassi.
Il problema principale è forse innato nel romanzo: La Storia Infinita è una cupa fiaba iniziatica ricca di simboli esoterici destinata a lettori sognanti di ogni età e non a bambini in cerca di avventure spensierate. Ogni adattamento che voglia intrattenere i preadolescenti o compiacere un pubblico multigenerazionale è costretto a tagliare tutte quelle parti troppo riflessive e filosofiche, a aggiungere gag comiche, a inserire un lieto fine ben lontano dalla conclusione voluta dall’Autore. La prima parte del romanzo è stata trasposta con risultati discutibili dal punto di vista artistico, con tante omissioni che travisano il senso dell’opera, col drago trasformato in un bianco cagnone volante. Petersen ha dato vita a una versione edulcorata, però riconoscibile, e di grande impatto sulla cultura pop. Il seguito del romanzo narra l’arrivo di Bastian in Fantasia, e le avventure che vive esprimendo un desiderio dopo l’altro, ignaro del fatto che ogni sogno avverato lo priva di un ricordo della sua vita nel mondo reale. Dopo una serie di trionfi ottenuti grazie al potere dell’amuleto, il ragazzo inizia a dimenticare anche gli eventi più importanti. Per lui resta solo la strada che lo conduce nuovamente nella realtà spogliandosi di quanto crede di aver conquistato, o c’è l’esilio nella Città degli Imperatori, una terra abitata da folli.
Un fantasy con un epilogo così dolceamaro funziona male in una produzione destinata al grosso pubblico negli anni Novanta. Oggi forse le cose andrebbero diversamente, grazie a serie tv crude e violente, dove la sopravvivenza dei personaggi è dettata dal caso, dall’astuzia e non dalle scelte morali.
Si parla da tempo di un reboot della Storia Infinita, e tra i tanti rifacimenti superflui, forse questo potrebbe essere più che meritato.  

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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