SOLDATO IGNOTO

Nell’autunno del 1943 l’Italia, dopo l’armistizio dell’8 Settembre, l’Italia è ancora teatro di scontri e violenze. Durante una battaglia alcuni soldati e una crocerossina si ritrovano immersi da una fitta nebbia. Inoltrandosi nella cortina di fumo, arrivano ad un’elegante villa, un edificio elegante apparentemente disabitato. Le stranezze sono tante, c’è una sala contenente miltaria di varie epoche e nazioni, il caminetto è acceso, gli orologi hanno smesso di funzionare, e non ci sono segni di distruzione sebbene l’edificio dovrebbe essere nella stessa zona dove è occorsa la battaglia... Nessuno tra i nove presenti riesce a ricordare come sia giunto lì, eventuali ferite hanno smesso di dolere, e anche se ci sono viveri, manca l’appetito. La comparsa di un misterioso ospite suscita sospetti, in quanto il bizzarro individuo sembra saperne più di loro su quel posto. Intanto i nove ospiti raccontano la propria vita, c’è un napoletano con alle spalle anni di carcere per truffa, un giornalista in declino dopo aver cambiato bandiera a seconda del momento, un ufficiale inglese assai ambizioso, un giovane sposo che vuol solo ritrovare la moglie eveder crescere il figlio, un soldato dall’animo semplice che nella vita ha sempre fatto il militare e un altro di grado più alto che va fiero della sua appartenenza all’esercito, un intellettuale, un ufficiale tedesco fedele al Fuhrer. Poco a poco fanno luce sul mistero della villa, scoprendo una crudele verità.
L’ultima pellicola diretta, sceneggiata e prodotta da Marcello Aliprandi nel 1995 ha toni weird, ovvero ha elementi fantastici inseriti in contesti apparentemente quotidiani. L’autore aveva già realizzato soggetti fantastici dal forte contenuto di impegno sociale, con il film fanta satirico La ragazza di latta, l’episodio di Bontempelli della serie I giochi del diavolo La mano indemoniata, la serie I ragazzi della valle misteriosa, il fanta thriller Morte in Vaticano. Alla base del Soldato ignoto c’è la miglior tradizione del fantastico declinato secondo la sensibilità propria del nostro modo di fare cinema, quello di impegno civile o di rappresentazione satirica della società. Aliprandi si dimostra capace di usare il bizzarro per poter indagare comportamenti e situazioni reali, senza per questo snaturare gli elementi irreali.
Si è ispirato alla commedia di Jack Allridge ‘All this is ended’, e l’origine teatrale del soggetto si sente tutta, nel bene e nel male che ne consegue.
A parte la battaglia iniziale, il resto della vicenda si svolge all’interno del grande salone della villa, con rari esterni e poche scene in ambienti diversi, posti che potrebbero essere facilmente allestiti o raccontati con dialoghi anche in un teatro. Soldato ignoto potrebbe tranquillamente venir recitato dal vivo e non perderebbe niente del suo fascino.
Il montaggio si limita a unire le sequenze per narrare la vicenda nel modo più piano e dimesso possibile, inquietando senza spaventare, rafforzando il messaggio antimilitarista.
Gli effetti speciali si limitano al fumo e alle esplosioni dello scontro iniziale, alla forte nebbia che avvolge l’edificio, e alla forte luce che attende i protagonisti alla fine del soggiorno. Sono trucchi modesti, in gran parte replicabili anche live, con macchine per la nebbia e fari, eppure in quel contesto funzionano, anche perché l’interesse dello spettatore è stato allertato con un incipit in cui si vedono zoomate su quelli che saranno i protagonisti, elencati e catalogati da una voce fuori campo.
Stuzzicata la curiosità, è facile affezionarsi ai personaggi, tutti accomunati dall’essere vittime di una guerra, sottratti agli affetti, oppure illusi di poter trovare nelle armi la realizzazione personale. Si crede alle loro storie, i loro sentimenti rappresentano diversi tipi umani, tuttavia vengono sviluppati con tempi e profondità diverse. Di alcuni alcuni sappiamo molto, altri restano appena abbozzati e funzionano meno. Sarebbe stato preferibile ridurre il numero dei presenti nella villa, eliminando quanti per mancanza di tempo restano macchiette.
 Angelo Orlando, Martin Balsam, Giovanni Guidelli, Leonardo Treviglio, Alessandra Arlotti, Elzhana Popova, Andrea Prodan, Aldo Sambrell, Stephen Joseph Nalewicki, Giovanni Visentin, Paolo Calissano, Paolo Lombardi, Gene Collins, Paolo Anelli, Luciano Baldazzi, Simona Casali, Maria Teresa sono nomi che, con rare eccezioni, hanno alternato teatro, televisione, musica e cinema. Forse sono poco conosciuti a quanti seguono prevalentemente il cinema d’oltreoceano, a parte il caratterista premio Oscar Martin Balsam, qui nei panni di un sacerdote che rivela come stanno le cose al gruppo di ospiti della villa ed impone loro una decisione crudele. il cast comunque funziona perfettamente, almeno in un’ottica teatrale.  Il ritmo narrativo infatti appare lento rispetto a quanto si vedeva in quegli anni al cinema, anche nelle ghost stories britanniche che puntavano sull’atmosfera.
Aliprnadi costruisce a sua volta la tensione, e riesce nel suo compito dosando dialoghi e interpretazioni; funziona se si evitano confronti inopportuni. Sembra più un episodio particolarmente curato de Ai confini della realtà che un film fantastico paragonabile alle produzioni internazionali. Non dipende (solo) dagli investimenti che sono alle spalle della realizzazione, è conseguenza diretta della sceneggiatura che mette il fattore umano al primo posto e sacrifica gli altri elementi. Le riprese hanno pochi guizzi virtuosistici, il linguaggio espressivo sembra quello dei vecchi sceneggiati, con pochi eventi e una tensione creata con i dialoghi, un po’ come avveniva nel cult britannico Zaffiro e Acciaio. A proposito del telefilm britannico, anche esso ha una vicenda con i fantasmi rabbiosi e vendicativi di militari uccisi in combattimento, Un fiore d'ottobre o La stazione, ma le anime di Aliprandi sono malinconiche, rabbiose e inermi, oppure rassegnate. C’è semmai qualche richiamo all’horror padano di Avati, con l’ambientazione della villa romagnola immersa nella fitta nebbia. E’ stato girato nella campagna tra Cervia, Bellaria, Igea Marina, Savignano, nella Repubblica di San Marino, e in due hotel di Bellaria. L’elemento orrifico che poteva sbocciare con la consapevolezza dell’amaro destino viene però lasciato da parte, preferendo un messaggio antimilitarista più esplicito.
La colonna sonora di Pino Donaggio è deliziosamente retrò, e ispira rimpianto più che inquietudine, soprattutto nella struggente scena del ballo.  
Oggi film come Il sesto senso o The Others ci hanno abituati a certi colpi di scena, ma nel 1995 il capolavoro di M. Night Shyamalan era ancora a venire, e la rivelazione del destino dei nove poteva fare il suo bell’effetto. Lo spettatore del 2026 invece può intuire i fatti ben prima, se osserva parecchi dettagli come la mancanza di appetito o di dolore, l’impossibilità di ritrovare la via per andarsene, gli orologi fermi, le dimenticanze, l’inefficacia delle pallottole e soprattutto il fatto che le nove persone pur provenendo da Nazioni diverse, parlano correttamente l’Italiano.
 Non è propriamente uno spoiler rivelare qui che tutti sono morti in circostanze e modi diversi durante lo scontro, in quanto verso la metà della pellicola viene spiegato agli spettatori. La villa è un luogo tra la nostra dimensione e l’aldilà, un oltre un po’ pessimista in quanto le anime dimenticheranno la vita sulla terra e chissà se vivranno in un’eterna beatitudine o torneranno in nuovi corpi, completamente ignari delle vite passate e degli affetti amati. A quel punto la tensione poteva dissiparsi, sopraffatta dalla malinconia e dall’ineluttabilità del destino; viene invece rinnovata dal fatto che le vittime dovevano essere otto e per errore sono nove, quindi uno dovrà venir rispedito tra i vivi. La scelta del superstite purtroppo è prevedibile, comprensibile e da un certo punto di vista sbagliata, in quanto priva lo spettatore di domande interessanti. Chissà come e se sarebbe cambiato il gerarca nazista davanti alla sconfitta dei suoi ideali, o se il truffaldino avrebbe avuto davvero il coraggio di farsi voce del popolo contro le guerre come annunciava in un monologo.
Il messaggio pacifista comunque arriva chiaro, forse grazie anche alla scelta più rassicurante e prevedibile. La speranza non è affidata a una dubbia vita ultraterrena, è consegnata al superstite che dovrà mettere a frutto l’esperienza per evitare drammi futuri.
Il Soldato ignoto è un piccolo gioiellino, non esente da difetti molti dei quali innati nella natura teatrale del soggetto; mal distribuito nelle sale e replicato in televisione ad orari impossibili per spettatori, merita una riscoperta.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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