BALLATA MACABRA
Ci sono film horror che passano in sordina, sottovalutati ingiustamente o doverosamente, a seconda di gusti personali e mode. Ballata Macabra è uno di questi titoli, un film del 1976 diretto da Dan Curtis e basato sul romanzo Burnt Offerings di Robert Marasco.
Il soggetto anticipa per molti aspetti Shining di Stephen King, in quanto è basato sulla permanenza di una famiglia in una magione stregata che ha su di loro effetti psicologici devastanti. Ha parecchie inquadrature che verranno poi riprese nel classico di Kubrick, come la macchina inquadrata dall’alto quando percorre la strada per arrivare alla casa, o la carrellata che scorre mostrando le foto d’epoca.
I Rolf sono una famiglia come tantissime altre, composta da una coppia con un figlio e una vecchia zia. Desiderano trascorrere le vacanze estive in una casa di campagna e scovano una magione neoclassica malmessa e isolata nel verde, nella realtà Dunsmuir House and Gardens a Oakland, in California. Quando vanno a trattare per l’affitto i proprietari dell’immobile, gli strambi fratelli Arnold e Roz Allardyce propongono un prezzo davvero molto conveniente, con la sola clausola di dover amare la casa quanto loro stessi la amano, e dover preparare i pasti alla loro anziana madre che vive nell’attico e mai ne esce. I Rolf dopo qualche esitazione accettano ma ovviamente scoprono poco a poco la terribile verità…
Come ogni buon horror d’atmosfera, il ritmo narrativo è lento, focalizzato sul costruire i personaggi e l’atmosfera di crescente oppressione che grava su di loro.
La sceneggiatura elimina quasi del tutto i jumpscares, lasciandone giusto un paio per il finale, e anche in quel caso vengono sminuiti da sequenze che illustrano quanto accade prendendosi i loro tempi. L’orrore resta volutamente fuori dalle immagini, con l’eccezione del salto dalla finestra immortalato anche nel poster, ma illustrato con sottile intelligenza in quanto non si vede il volto della vittima e lo spettatore non può indovinarne l’identità. L’avversario stavolta è qualcosa di intimo e impalpabile, la misteriosa signora Allardyce viene mostrata soltanto nell’epilogo, e anche nel caso della defenestrazione, lo spettatore ha tutto il tempo per capire che il volo avrà conseguenze tragiche e quindi non si spaventa troppo per i particolari macabri.
A prima vista, l’estetica della pellicola assomiglia a quella di certi film televisivi prodotti con più larghezza di mezzi ma pur sempre con i modi narrativi tipici di una miniserie. Nessun virtuosismo è evidente nell’uso della macchina da presa, i dialoghi sembrano lenti e apparentemente superflui, gli effetti speciali sono modesti e usati con parsimonia: eppure non è la versione lussuosa di un episodio de Ai confini della realtà.
Non è solo una differenza dovuta al cast di grandi professionisti, che include Karen Black (Marian), Oliver Reed (Ben), Robert Montgomery (David), il mostro sacro Bette Davis (zia Elizabeth), Burgess Meredith e Eileen Heckart (i fratelli Allardyce), o Anthony James (lo chaffeur). La manciata di interpreti scelti in modo da avere performances convincenti era necessaria per inquietare lo spettatore senza dover sciorinare sequenze splatter o momenti di terrore basati su scene ripugnanti.
Il Male si nasconde in quanto più di ogni altra cosa dovrebbe rappresentare la sicurezza di un nido accogliente, una casa. Si capisce presto che la dimora mira a possedere tutti gli adulti partendo proprio dalla signora Rolf. Ogni mattone succhia energie e felicità alla famiglia; solo in questo modo può autoripararsi e tornare all’antico splendore. I Rolf sono solo gli ultimi di una lunga serie di vittime. Cosa stia accadendo viene suggerito dopo i primi venti minuti di proiezione, con episodi e situazioni che lasciano pochi dubbi, e a quel punto, quanto rende interessante la vicenda sono le reazioni degli ignari familiari. La platea assiste a quanto avviene all’ultimo piano, vede Marian posare il vassoio fuori dalla stanza, estraniarsi dalla realtà ascoltando un carillon o contemplando la collezione di foto, la vede diventare sempre più attaccata a quelle mura, diventare sempre più distaccata dal marito e dal figlio, e arriva velocemente alle conclusioni. Ben però è ignaro, resta perplesso, asseconda la moglie di cui è innamorato e quando capisce come stanno le cose, ormai è tardi. Il figlio passa dall’essere un vivace e solare ragazzino a odiare quella magione e volerne fuggire. La zia subisce un impietoso decadimento psico fisico. Tutti si rendono conto in qualche misura del non poter fuggire, e la realtà stessa pare modellarsi sulle aspettative di Marian che si è autoeletta custode e responsabile. Intanto il frigorifero si riempie da solo, senza che apparentemente ci sia bisogno di andare a fare la spesa, magnifici crisantemi fioriscono dall’oggi al domani, oppure la dimora appare cadente, a seconda dell’umore dell’entità che la abita.
Ballata Macabra vive di un tipo di tensione che si costruisce con la lentezza e con pochi personaggi ben scritti ed interpretati. Occorre avere una famiglia che vive dinamiche credibili, necessariamente diversa dai consumati cliché di poveri sprovveduti che acquistano a occhi chiusi una casa popolata da presenze inquietanti o la prendono in affitto spinti dalla necessità e dalle ristrettezze.
Se Marian Rolf si innamora immediatamente dell’immobile, il marito Ben invece si pone domande, perché la situazione presenta delle stranezze che possono trovare spiegazioni logiche o suggerire pericoli imprevedibili. I fratelli possono essere anziani e malati, gente che sopravvive per rendite o pensioni e grazie all’affitto; non possono portare la madre in un istituto per il legame che l’anziana ha con la villa o perché semplicemente in America una RSA dignitosa ha una retta improponibile... I cambiamenti nella casa, che un giorno appare cadente e l’indomani sembra di nuovo integra, possono anche essere frutto dello sguardo di un visitatore distratto che nota i particolari poco alla volta… I guasti sono frequenti in costruzioni vecchie, oppure l’incidente della stufa che rilascia gas può essere imputato ai primi segnali di malattia degenerativa della vecchia zia, che invecchia a vista d’occhio... I crisantemi erbacei delle aiole, come anche le peonie, crescono rapidi all’arrivo di una stagione tiepida e piovosa.. Anche reperire un medico può essere un problema se il telefono dà l’occupato… Il quadro si completa accumulando tante situazioni che potrebbero far parte della normalità se fossero eventi isolati e non ci fosse il progressivo disgregarsi delle relazioni interpersonali. Lo stesso Ben non è immune, rischia di cedere alla follia e uccidere il figlio in una delle scene più riuscite. Inoltre spende il suo tempo non riposandosi a bordo piscina come un villeggiante, ma a fare i lavori di casa, in giardino, come se la casa fosse di sua proprietà piuttosto che un edificio da lasciare in condizioni dignitose per tornare prima o poi alla vita ordinaria.
Uno dei temi trattati dal film, sebbene non sia quello dominante, è anche la voglia di ascesa sociale con gli status symbol che rappresentano il successo, e i sacrifici che essa comporta. Più volte Marian sottolinea il non voler tornare indietro alla solita vita di un tempo, e si comporta come se fosse davvero la padrona di quella meravigliosa dimora.
Non sappiamo molti dettagli sulla famiglia Rolf, sul loro passato; si vedono abitudini borghesi e sa solamente che il loro tenore di vita è distante da quello necessario per vivere in una villa d’epoca, anche se malandata e isolata dal mondo. Ci sono atteggiamenti e battute che aprono piccoli sprazzi sui problemi vissuti da quelle persone, lasciandoli immaginare. Il marito ha un trauma sepolto nel passato, qualcosa avvenuto durante il funerale della madre, incubi che aveva avuto in tempi passati e che riaffiorano con visioni a occhi aperti di un carro funebre guidato da un misterioso chaffeur. La moglie sembra una donna elegante, di classe sociale più alta di quella del consorte, consapevole dei limiti del marito, insoddisfatta dei suoi modi onesti e plebei, e forse stanca di aver dovuto sacrificare alla famiglia uno stile di vita più dispendioso. La zia è una pittrice, una donna attiva che conclude i suoi giorni con il sospetto di aver messo in pericolo il nipote e aver dimenticato i comportamenti pericolosi a causa della demenza.
L’orrore insomma nasce dal disgregarsi delle relazioni, dal cedere alla follia, dall’isolamento e la famiglia scivola nel baratro senza possibilità di difendersi. Oggi si tende a chiudere gli horror con finali che permettano di realizzare i sequel, e che spieghino tutto agli spettatori, possibilmente premiandoli con un epilogo positivo o catartico. Negli anni Settanta le scelte narrative erano diverse, meno inclini a consolare la platea. Il male era il Male, quello con la M maiuscola, e dopo decenni in cui aveva dovuto soccombere, finalmente poteva permettersi di vincere, in un tripudio splatter o anche senza spargere fiumi di sangue e frattaglie. Il pessimismo mostrava tutta la fragilità dell’uomo davanti al mistero, creando situazioni davvero spaventose. E spaventava, come questa Ballata Macabra.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi su Facebook
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