ALLA 39* ECLISSE

 

Ci sono romanzi basati su idee innovative, scritti bene e di piacevole lettura ma invecchiati male a causa degli anni trascorsi e dei tanti cambiamenti della società. Le trasformazioni hanno datato inesorabilmente dialoghi e personaggi, oppure sono inaccettabili per la sensibilità moderna, tra razzismo più o meno velato, sessismo, e comportamenti un tempo auspicabili e oggi superati. E’ questo il caso de il Gioiello delle sette stelle di Bram Stocker. Il padre del più celebre Dracula a inizio Novecento pubblicò un romanzo a tinte fosche di una regina Egizia che vuol tornare a vivere nel presente possedendo Margareth, figlia di un ricchissimo archeologo e influenzando la volontà di quanti le sono vicini per convincerli a portare a termine la cerimonia necessaria a farla risorgere. Se il fascino dell’Egitto antico incanta ancora, purtroppo la morale vittoriana è oggi mal digeribile. La ragazza ragiona e si comporta come una brava donnina della classe superiore dei suoi tempi, e il ritratto che ne esce è stucchevole e indisponente anche per quanti sono stufi di certo girl power. O almeno lo è quello della versione definitiva dell’opera, perché in libreria troviamo la pubblicazione del 1912 e non la prima edizione del 1903. Essa conteneva temi più forti, dalle incertezze del protagonista verso la religione attuale e gli antichi dei del Nilo. Era un racconto pessimista dove la razionalità usciva sconfitta nel finale spietato e tragico, che culminava nella vittoria del soprannaturale e nel massacro dei bravi gentlemen eccetto il narratore, Malcolm Ross, giovane avvocato londinese. Può darsi che anche la ‘prima’ Margareth fosse meno remissiva, meno dolce e più combattiva, però è difficile poter fare un confronto.
Di fatto portare al cinema un simile soggetto è sempre stata un’impresa problematica, nonostante le somiglianze della regina con Dracula e la moda ricorrente dei film horror con mummie. C’è voluto il successo di Rosemary's Baby (1968), de L'esorcista (1973) e di Omen- il presagio (1976), per poter avere una trasposizione liberamente ispirata alle pagine. Per onore di cronaca c’era già stato Exorcismus - Cleo, la dea dell'amore (Blood from the Mummy's Tomb) ma quello era chiaramente un b-movie, deriso dalla critica impegnata e accolto senza grandi entusiasmi dalla platea. Alla 39ª eclisse (The Awakening) di Mike Newell (1980), con Charlton Heston, Susannah York e Stephanie Zimbalist, si presentava invece come un film potenzialmente vincente quanto a botteghino e recensioni autorevoli. C’era un ricco cast e le riprese erano state effettuate nei veri siti archeologici e nel Museo del Cairo. Omaggiava i classici e aveva una bella dose di trasgressione poiché i Faraoni non esitavano a sposarsi in famiglia. All’uscita Alla 39ª eclisse ebbe un gran successo, sebbene avesse poco in comune con il romanzo e riprendesse piuttosto le atmosfere degli horror di tendenza. Il tempo però non è stato così clemente, e rivisto oggi può deludere, se ci si attende un horror di stampo attuale.
L’adattamento modifica pesantemente le pagine. Di Stoker c’è rimasto poco, a parte l’ambientazione, qualche dettaglio e i crediti. Scompare il protagonista, l’avvocato di successo devoto a Margareth e disposto per suo amore a sopportare le stramberie del padre. I comprimari, un avventuriero, un poliziotto, un’infermiera, vengono parimenti sacrificati. Il gioiello fa una fugace apparizione, la Regina ha l’aspetto rinsecchito di qualsiasi mummia e non si potrebbe mai confondere con una giovane addormentata, oltre a non avere sette dita nelle mani e nei piedi come raccontato da Stoker. Lo spirito che anima le vicende è molto distante da quello originario. La lotta tra ragione e scienza contrapposta alla superstizione e ai misteri viene semmai sostituita dallo scontro tra dovere e sentimento. L’archeologo del romanzo era preda di una misteriosa catalessi e riacquistava la lucidità, e con l’aiuto dei suoi alleati affrontava l’avversaria; per la nuova versione non c’è che una dolorosa discesa negli abissi della follia, e la solitudine.
La sceneggiatura ambienta i fatti nell’Egitto moderno, negli anni Sessanta, e segue l’ambizioso archeologo Matthew Corbeck nella sua campagna di scavi nella Valle dei Re. L’uomo si affida a un diario di un esploratore del Seicento che aveva raggiunto la tomba inviolata di un Faraone cancellato dalla memoria storica del suo popolo. In piena crisi coniugale con la moglie incinta, una donna scialba e modesta, già innamorato della sua assistente giovane e rampante, Corbeck è da subito una figura ambigua. Non esita a lasciare la consorte proprio nel momento del parto; mentre raggiunge l’agognato sarcofago, la donna partorisce una bimba che sembra morta salvo rianimarsi proprio nell’istante in cui viene scoperchiata la cassa più interna… La mummia restituita all’interesse degli studiosi è quella di una regina cancellata dalla storia per la sua crudeltà: il padre la sposò dopo averle ucciso l’amante e venne presto eliminato dalla regina insieme a chiunque avesse avuto il minimo contatto col Faraone.
Da lì in poi la possessione è ovvia, anche se la natura della regina Ka-Ra viene dichiarata soltanto nelle sequenze finali e per tutta la pellicola regna l’ambiguità. La ragazza che diciotto anni dopo va a conoscere il padre, divenuto una celebrità, è cresciuta con la madre dopo la separazione, in un ambiente molto ordinario. Potrebbe essere spinta da motivazioni molto terrene.
Per tutto il tempo la pellicola gioca con l’immaginazione dello spettatore, proponendo fatti che presi di per sé niente hanno di sovrannaturale. Quanto accade potrebbe essere frutto del caso: la neonata si rianima perché sono stati sbrigativi a dichiararla morta nell’ospedale egiziano, gli incidenti purtroppo ancora oggi funestano gli scavi, le macchine investono i pedoni poco attenti e la follia può colpire anche persone ricche ed istruite trasformandole in furie distruttive. Che non si tratti di crudeli coincidenze lo si capisce solamente nell’epilogo, con il primissimo piano dello sguardo di Margareth.
L’epilogo è coraggioso, anche più di quello della prima versione del romanzo, poiché questo lasciava dubbi e suggeriva interpretazioni diverse, senza affermare o smentire la resurrezione della Regina. Il film celebra il sovrannaturale in quanto vediamo in azione il potere di Ka-Ra, invece di lasciare l’ombra del dubbio.
La parte iniziale della pellicola mantiene ancor oggi un grande fascino, grazie al montaggio parallelo che alterna le sequenze del parto con quelle dello scavo, sottolineate da una bella colonna sonora. Lo spettatore rimane incantato anche grazie alle riprese effettuare in Egitto piuttosto che in set ricostruito. Il ritmo si affloscia nella parte centrale, con le vicissitudini della giovane che conosce il padre. Nonostante la scia di morti che la giovane si porta dietro, tutto sa di già visto, almeno per gli appassionati dell’horror.  La vera trasgressione è il bacio tra Margareth e il padre ormai posseduto dal volere della mummia, più che il poco sangue.
I vari decessi sono orchestrati ad arte, sono veri miracoli di montaggio che mostrano relativamente poco e lasciano molto all’immaginazione dello spettatore. Sembrerebbero perfetti per creare tensione, però sono prevedibili e lo spettatore ha ben poco di cui spaventarsi. Marghereth\Ka-Ra finisce per spianarsi la strada in modo analogo al piccolo Damien, l’Anticristo di Omen. Manca la sorpresa, le morti sono ‘telefonate’ e la tensione ne risente, almeno fino alle sequenze con il frammento di vetro che si stacca da una finestra infranta per eliminare chi dovrebbe distruggere i vasi canopi necessari alla cerimonia di resurrezione.
A quel punto la conclusione giunge rapida e solamente la rinuncia al lieto fine fa davvero la differenza. Un finale rassicurante avrebbe sminuito la critica neppure troppo velata alla mancanza di valori dei personaggi, dall’archeologo prigioniero prima della sua ambizione e poi plagiato dallo spirito della Regina, all’ assistente che se lo sposa e fa carriera pur sapendo di rovinare una famiglia, alla madre che pur conoscendo l’ex consorte non riesce ad opporsi al desiderio della figlia di raggiungerlo, e alla stessa Margareth che desidera conoscere il padre per evadere dalla piattezza modesta che la madre può offrirle.
Lo spettatore di oggi si trova davanti una pellicola ben confezionata, recitata dignitosamente da mostri sacri, con alcune sequenze memorabili, location strepitose, una pellicola che dimostra tutti i suoi anni ma che, se contestualizzata, può ancora incantare.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi  su Facebook

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