LA MUMMIA 1959
L’Ottocento fu un secolo di esploratori, avventurieri, archeologi, e le scoperte delle antichità egiziane infiammarono i salotti della nobiltà. Chi poteva finanziava esplorazioni e scavi, chi era meno ricco si accontentava di indossare qualche gioiello strappato alle sabbie o spacciato per antico da abili artigiani esperti in contraffazioni. La letteratura venne investita dalla mania dell’Egitto, e gli autori di romanzi gotici ebbero fortuna con storie di mummie. L'anello di Thoth e La mummia di Sir Arthur Conan Doyle, Il piede della mummia e Il romanzo della mummia di Théophile Gautier, Il Gioiello delle Sette Stelle di Bram Stoker, La valle delle mummie di H. Rider Haggard, e tanti altri romanzi popolarono l’immaginario vittoriano di sarcofagi e mummie vendicative. Il cinema si impossessò presto di questa nuova creatura soprannaturale; mentre per Dracula o Frankenstein il testo di riferimento era uno solo, per la mummia c’era un intero scaffale di romanzi, racconti, fogli illustrati, un vero patrimonio di folclore da rielaborare con libertà creativa. Di conseguenza oggi abbiamo molte pellicole dedicate alle mummie, ciascuna con alcuni elementi in comune, e tantissime differenze che declinano il tema ora nei toni dell’orrore più esplicito come Talos L’ombra del Faraone, ora della commedia avventurosa come la saga con Brendan Frazer, o del grottesco come Bubba Ho-Tep di Cosciarelli. Una delle trasposizioni più iconiche è La Mummia diretta da Terence Fisher e prodotta dalla Hammer nel 1959. La Hammer era nota per realizzare horror con pochi soldi e tante idee che rivitalizzavano i classici del passato. Impiegava attori talentuosi e le sceneggiature univano una forte carica trasgressiva per l’epoca alla capacità di creare tensione mostrando le creature terrificanti in azione, dopo però aver costruito un climax. L’atmosfera era importantissima perché gli effetti speciali erano vistosamente artigianali; lo spettatore doveva essersi affezionato ai personaggi prima di arrivare allo scontro decisivo, in modo da badare poco ai trucchi degni di un baraccone da luna park di paese.
La Mummia della versione Hammer è quella di Kharis, sacerdote di Karnak che amò la principessa Ananka tanto da usare un incantesimo di resurrezione sulla sua mummia quando la giovane morì per un’improvvisa malattia. L’atto venne considerato sacrilego e il sacerdote venne privato della lingua e condannato a venir mummificato da vivo, per essere abbandonato a guardia eterna del sarcofago della principessa. A fine Ottocento un gruppo di archeologi guidato dal ricco studioso Banning scopre il sepolcro e lo profana appropriandosi di quanto contiene, nonostante gli avvertimenti di un misterioso arabo. Banning scende nella tomba per primo, e ignaro della presenza della seconda mummia, la rianima leggendo un papiro trovato nel tesoro funerario. Alla vista del mostro Banning impazzisce e il figlio John torna in Inghilterra dove può far ricoverare il padre in una delle migliori case di cura e dedicarsi agli studi e alla famiglia. Il passato però torna a tormentarlo: quanti hanno avuto parte nell’aver violato il sonno eterno di Ananka vengono uccisi uno dopo l’altro. Non resta che John come ultima probabile vittima, ma l’aristocratico studioso ha una bellissima moglie che assomiglia alla principessa, e grazie a lei ferma la terribile creatura…
Non si tratta di uno scialbo remake dell’omonimo film del 1932, che pur avendo il sonoro eredita molto dal cinema muto come uso di luci e ombre, espressività mimica marcata, dialogo essenziale. La Mummia del 1959 coglie qualche elemento del passato, e unisce alla classica storia della vendetta e dell’amore contrastato tante altre suggestioni che derivano dall’horror classico e dal suo immaginario inteso nel senso più ampio. Ad esempio il padre del protagonista finisce in un manicomio come Renfield succube di Dracula, la villa del vero mandante dei delitti è abbarbicata su una collina vicina al manicomio ed entrambi gli edifici sono separati dal villaggio da una palude e una brughiera che ricordano quelle che circondano la magione dei Baskerville. I facchini che devono portare la cassa contenete la mummia ricordano i ladri di cadaveri de Le Jene, la mummia si muove come la Creatura di Frankenstein. I rimandi ai classici del romanzo gotico sono molteplici, sia come scelte narrative nel dipanarsi della storia raccontata, sia nell’estetica scelta per raccontare; sono tutte citazioni che aiutano lo spettatore a ‘sentirsi a casa’ in un contesto tutto sommato nuovo, e per alcuni versi innovativo.
I colori della fotografia sono quelli tipici delle produzioni Hammer, squillanti e saturi, capaci di sorprendere lo spettatore e di valorizzare anche i più semplici effetti speciali.
Gli ambienti sono chiaramente ricostruzioni allestite in studio, e c’è un tono teatrale in ogni sequenza. L’Egitto e l’Inghilterra di fine Ottocento rinunciano a voler passare per autentici scorci di location esotiche o di gloriose dimore vittoriane realmente esistenti. Le scenografie includono gli elementi più rappresentativi della storia raccontata, un po’ come avviene su un palcoscenico dove vengono introdotti arredi di scena appropriati anche se nessuno pretende di farli passare per veri. La tomba in Egitto è chiaramente un set in interni, con ampio uso di gesso e compensato dipinto; il pub e il castello sembrano provenire da altre produzioni, e anche la palude è evidentemente finta. In contrasto con questi adattamenti un po’ kitsch, la ricostruzione dell’Antico Egitto è meno ingenua di quanto ci si potrebbe attendere, con uomini truccati vistosamente e statue in processione.
In questo scenario sospeso tra il posticcio e la ricostruzione da museo didattico si muovono i personaggi, interpretati dagli attori più rappresentativi della Hammer: Peter Cushing nei panni di John Banning, ricco e colto gentleman che compensa la zoppia dovuta a una frattura mal curata con un grande acume e coraggio, e Christopher Lee sotto alle bende della mummia. Difficile dire chi sia più bravo tra i due. Banning è chiaramente l’(anti)eroe, vittima delle ambizioni paterne e della curiosità che prima lo hanno reso storpio e poi lo espongono alle ire del cadavere risvegliato. Ovviamente ha molte battute nel copione. Lee invece recita un monologo solo nel lungo flashback che narra come il sacerdote sia diventato un morto vivente agli ordini di chiunque possegga il papiro che lo fa risorgere. Nel presente, il dramma della mummia priva di lingua è confinato alla gestualità goffa e agli occhi, ma che sguardi e che gestualità! Con pochi movimenti Lee è riuscito a trasmettere la disperazione del non morto, separato dalla sua amata, usato da chiunque possegga e sappia leggere il papiro, obbligato alla vendetta verso i profanatori della tomba e forse nemmeno interessato a disfarsi di loro. Il vero villain della vicenda non è la mummia, è chi la sfrutta per riportare in auge il culto di Karnak, e la rende un’inarrestabile furia omicida quando vorrebbe solo essere di nuovo insieme a Ananka o a chi le somiglia abbastanza da ingannarlo.
Notevole è anche la secolarizzazione della vicenda; il rito che trasforma Kharis in una mummia vivente assomiglia a una forma di ipnosi capace di costringere il sacerdote in uno stato di animazione sospesa da cui esce su lettura di un comando sempre identico. Anche a moglie di Banning Jr. ricorda per aspetto la principessa, lasciando immaginare una reincarnazione anche se poi la donna non sembra aver ricordi di vite passate e quindi tutta la somiglianza si limita all’estetica.
Il mostro ha una profondità che sfugge alle Mummie degli anni Novanta, all’orgia di effetti speciali che le accompagnano e che sono invecchiati male. Il dolore di Kharis è ancora attuale e sopperisce al tripudio di pixel creando un antieroe sofferto e umano. In questo senso il trucco, sebbene vistoso e artigianale, è un piccolo capolavoro.
Gli altri interpreti sono caratteristi necessari allo svolgersi dei fatti, dal padre vanaglorioso preso dagli scavi al punto di non poter rimandare l’apertura della tomba per far guarire la frattura a una gamba del figlio (Felix Aylmer), alla bella moglie Isabella (Yvonne Furneaux), al misterioso Egiziano Mehemet Bey, alias Mehemet Atkin (George Pastell).
Anche se il dramma di Kharis è al centro della narrazione, la sceneggiatura di Sangster include sequenze horror di rara efficacia, con la mummia capace di torcere il collo con una mano sola alle sue vittime, con gli omicidi orchestrati in un crescendo di violenza a paura sottolineato da una colonna sonora efficace.
Qualche ingenuità non toglie tutto il fascino romantico e cupo della vicenda, che avrà sequel più o meno apocrifi, e comunque influenzerà le successive riproposizioni. Da vedere e rivedere, anche per capire quanto la costruzione di personaggi indimenticabili e di sequenze basate sulla tensione possa surclassare anche la migliore grafica digitale.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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