LA DOLCE VITA... NON PIACE AI MOSTRI
La dolce vita... non piace ai mostri è la discutibile traduzione italiana di Munster, Go Home!, titolo originale di un film del 1966 diretto da Earl Bellamy. Si tratta di una pellicola dedicata alla Famiglia Munster o Famiglia de Mostri, personaggi assai popolari nella seconda metà degli anni Sessanta.
La goffa traduzione crea un equivoco spiacevole, in quanto richiama nell’immaginario degli spettatori italiani un filone di commediole scollacciate a base di corna, equivoci e donne procaci. Il film tradisce completamente questo tipo di aspettative, in quanto è lontanissimo dalle incursioni horror trash boccaccesche. Si tratta del sequel di una sitcom americana degli anni Sessanta, The Munsters, uno spettacolo per famiglie creato sull’onda del successo della Famiglia Addams. Come loro sono filmati in bianco e nero, ispirati nell’aspetto ai mostri della Universal, e con un format analogo: settanta episodi da mezz’ora, in un paio di stagioni uscite tra il 1964 e il 1966. Le differenze tra i due telefilm sono notevoli, tali da diversificare abbastanza i personaggi e influenzare l’atmosfera delle storie, nel caso dei Munsters più adatte ai bambini. Gli Addams sono fieri della loro diversità, uniti nella consapevolezza di essere quasi una casta a sé stante e così ricchi da poter esibire le proprie scelte di vita alternative senza doversi giustificare davanti alla massa plebea. Il loro umorismo è macabro e ci sono allusioni sessuali al sadomasochismo che sfuggono ai bambini e saltano all’occhio di un adulto smaliziato. I Munster sono altrettanto mostruosi di aspetto, c’è Herman Munster simile al mostro di Frankenstein di Boris Karloff, sua moglie Lily è una vampira, il figlio Eddie è un piccolo licantropo, il nonno è un vampiro con lo stile di Bela Lugosi e la nipote Marilyn è una ragazzotta comune sotto ogni punto di vista, ordinaria che più ordinaria di così è difficile immaginare. L’aspetto dei Munsters è eccezionale e la natura sovrannaturale è esplicita, in contrasto con i comportamenti della famiglia, che sono quelli che ci si potrebbe attendere da una qualsiasi famiglia americana di quegli anni. Qualche battuta mostra le differenze rispetto ai comuni mortali, in quanto i Munsters danno per scontate le loro caratteristiche eccezionali e talvolta agiscono sfruttandole, tuttavia sono casi rari. Nella maggior parte delle situazioni i Munsters cercano di omologarsi alla mentalità corrente, con ruoli di genere e di età assai consueti, con l’aspirazione a essere tutto quanto un Addams mai vorrebbe essere. Lily è una casalinga come tante, Herman lavora, il bimbo vuol fare quanto vede fare ai coetanei umani, il nonno fuma e fa esperimenti come un qualsiasi nonno che si diletti di bricolage, e Marylin non fatica a integrarsi, almeno fino a quando evita di far conoscere il resto della famiglia. Niente ‘famolo strano’ lasciato immaginare tra fruste e Vergini di Norimberga pronte a divenir alcove, niente hobby particolari o diversità vissuta con orgoglio e fierezza, sostituita dal disperato e irrealizzabile desiderio di mescolarsi all’anonima classe media. L’umorismo nasce quasi sempre dal contrasto tra il loro aspetto e le loro intenzioni, e dal confronto con l’inarrivabile gente comune, elevata a modello di gioia e felicità Per la gente comune che li osserva con superficialità e disprezzo i Munsters sono e restano dei mostri, per essere mostri eccentrici ed aristocratici manca loro la classe e il senso di appartenere a un’elite, e così restano sospesi tra i due mondi suscitando ilarità.
Quando nel 1966 la serie The Munsters venne chiusa a causa dei bassi ascolti, i produttori realizzarono questo film per recuperare almeno in parte le spese. Si tratta di un vero e proprio sequel, ambientato dopo la fine della seconda stagione, ed è concepito come un episodio più lungo. Herman eredita castello e titolo nobiliare in Inghilterra, la famiglia si trasferisce oltreoceano e si scontra con i parenti. Questi ultimi fanno di tutto per impedire ai nostri di poter vivere nel castello in Europa…
Che si tratti di una pellicola a basso budget è lampante: il cast funziona, ma i trucchi sono abbastanza dozzinali e il fatto che stavolta il film sia a colori rende l’insieme ancora più modesto. Non basta la bravura di Fred Gwynne - Herman Munster, la bellezza di Yvonne De Carlo - Lily Munster, l’ironia di Al Lewis - Il nonno, la simpatia di Butch Patrick - Eddie Munster, il fascino acqua e sapone di Debbie Watson - Marilyn Munster, la professionalità dei comprimari Claire Carleton, Hermione Gingold, Robert Pine, Terry-Thomas, Jeanne Arnold, John Carradine e dei bravi caratteristi impegnati per qualche manciata di battute.
Invece del fascino gotico e dell’omaggio ai classici dell’horror anni Trenta e Quaranta, invece del suggestivo bianco e nero tipico del telefilm, qui si vedono scenografie di cartapesta e make up artificiosi esibiti in technicolor. Gli effetti speciali sono artigianali, modesti anche per gli standard di allora. L’estetica ha importanza relativa: deve far riconoscere i personaggi e assecondare le loro gag, senza pretese di verosimiglianza.
La vicenda in sé è elementare, lineare e adatta anche ai più piccoli, proprio perché è tutto un susseguirsi di situazioni comiche che fanno sorridere oppure indispettiscono tanto sono ingenue. Di fatti veri e propri ne accadono pochi, e la sceneggiatura procede per accumulo di sketch inseriti in una trama leggera che riprende quella delle trasmissioni televisive diluendola però in novantasei minuti.
La natura dei personaggi condiziona profondamente l’umorismo, basato su battute semplici adatte a più generazioni, a gag clownesche e slapstick, a momenti buffi creati da battibecchi.
Alcune trovate comiche sono gradevoli ancora oggi, altre sembrano molto infantili oppure irrimediabilmente datate, probabilmente funzionavano bene negli anni Sessanta. Ci sono situazioni che oggi rifiuteremmo come sessiste, stereotipi etnici non sempre gradevoli, come l’attribuire agli Americani l’inclinazione a andare alle feste più stupide per fare figuracce e ubriacarsi.
Il continuo equivoco tra mostri che si comportano da uomini e uomini che si rivelano mostri è comunque un messaggio ancora oggi attuale, e viene portato allo spettatore in modo leggero, disimpegnato e rassicurante. Altri sketch sono semplicemente troppo lunghi, come la corsa delle auto, o sono basati su dialoghi mosci, freddure da giornalino per ragazzi, tormentoni. Queste sequenze riviste oggi strappano qualche sorriso, magari si ride in famiglia, tuttavia faticano a trovare il loro target come ha dimostrato anche il remake del 2022. Il film che doveva rilanciare i Munsters o almeno omaggiarli, è finito direttamente nel mercato dei DVD e dello streaming, senza neppure provare ad arrivare seriamente in sala. Con La dolce vita… non piace ai mostri un adulto smaliziato rischia di annoiarsi, probabilmente è troppo giovane per essere cresciuto col telefilm e ricordarlo con affetto, quindi non subisce il fascino del vintage e le battute possono sembrargli quelle che appaiono sulla Settimana Enigmistica… solo che qui il piatto forte non sono rebus e cruciverba ed è un po’ come avere il settimanale dei rompicapi senza gli enigmi.
I ragazzini di oggi difficilmente conoscono quei personaggi, però possono riscoprirli. Può darsi che sulla scia di Monster High School, Hotel Transilvania, Mercoledì o Mortina qualche bambino si interessi all’umorismo nero, tuttavia il modo di raccontare le disavventure dei Munsters è quello degli anni Sessanta. Il ritmo narrativo è quello di una sitcom, diverso da quello di un cartone animato per piccoli del terzo millennio. La finestra di età utile per far breccia nei cuori degli spettatori si è ridotta ulteriormente rispetto al momento delle prime trasmissioni e delle repliche, giunte in Italia molti anni dopo l’ultimo ciak. Il motivo che oggi può spinge a guardare una pellicola come questa è probabilmente la nostalgia per un’epoca idealizzata, il fatto che se contestualizzato è molto gradevole, leggero, un vero comfort film in cui tuffarsi quando si ha voglia di sorridere dopo una giornata pesante.
Queste sono scelte di spettatori adulti che sanno cosa attendersi e sono felici di rivivere le emozioni provate da ragazzini. Ovvero emozioni sincere proprie dell’adulto ultracinquantenne che ricorda di aver visto il telefilm sulle televisioni locali e vuole ritrovare il calore di quando era bambino.
Senza conoscere questi personaggi e il telefilm, La dolce vita... non piace ai mostri rischia di essere una continua delusione, perché le aspettative possono essere molto lontane dalla realtà e il target multigenerazionale oggi funziona poco. Da vedere con emozione naif e consapevolezza del tempo andato.
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