IL TRIANGOLO DELLE BERMUDA

Nel 1974 venne pubblicato il libro Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle) di Charles Berlitz. Fu un grande successo editoriale che scatenò l’opinione pubblica, divisa tra le ipotesi più stravaganti a riguardo delle sparizioni di aerei e navi nel tratto di Mar dei Sargassi che include l’arcipelago delle Bermude, l’isola di Porto Rico e la penisola della Florida.
Un soggetto con una simile presa sull’immaginario venne considerato interessante e promettente dai produttori cinematografici. Così nel 1978 arrivò in sala Il triangolo delle Bermude (El triángulo diabólico de las Bermudas), un film scritto e diretto da René Cardona Jr.. Si tratta di una coproduzione italo messicana, con qualche star internazionale nel cast, e un’estetica che ammette senza pudore la natura di B-movie.
Quasi tutta la vicenda si svolge a bordo di un elegante yacht d’epoca noleggiato dal professor Edward (un poco coinvolto John Houston). Lo studioso viaggia con la famiglia nel Mar dei Sargassi per documentare con foto un rapporto di archeologia subacquea. I problemi iniziano a susseguirsi dal momento in cui viene ripescata una bambola ottocentesca che galleggia sulle onde: strani fenomeni colpiscono la nave e coinvolgono i suoi ignari passeggeri…
Cardona Jr. è stato un regista specializzato in pellicole exploitation, ovvero film basati su temi di moda in quel particolare momento, meglio se inerenti ad argomenti tabù, raccontati con abbondanza di scene di sesso e di violenza esplicita: Tintorera!, Il massacro della Guyana, Cyclone…
Nel caso di questo film il tema di forte richiamo era l’onnipresente moda del Triangolo Maledetto, mentre per il resto la sceneggiatura doveva rispettare quei limiti concessi agli horror vietati solo ai più giovani. Dato l’argomento complottista, la vicenda non poteva basarsi esclusivamente sull’atmosfera paurosa, o sul paranormale, o sulla fantascienza, ma era costretta a includere elementi di tutti questi generi, a cercare un equilibrio difficile da ottenere e mantenere.
Sfruttare lo spazio angusto di una nave permette di esasperare l’atmosfera claustrofobica. Le parti horror sono forse quelle più riuscite, perché uno yacht, per quanto sia una nave di lusso, ha camere strette anche per i facoltosi viaggiatori, le cuccette per l’equipaggio sembrano loculi, e per tutti le vie di fuga in caso di naufragio si riducono a qualche gommone e tanta speranza. La famiglia porta in questo viaggio tutti i suoi problemi pregressi, alcuni dichiarati altri lasciati all’immaginazione, e la bambina del gruppo è la prima a cedere al fascino della bambola che affiora dalle acque. Poteva essere una pellicola che anticipava Chucky e Annabelle, ma i momenti horror devono alternarsi a quelli più soft del paranormale, che adombrano le trovate che incuterebbero tensione. C’è qualche sequenza che prova a virare sullo splatter, qualche decesso raccontato in modo un po’ più descrittivo, ma il dramma viene annunciato allo spettatore, e diventando prevedibile diventa parte della routine, quasi fosse uno dei delitti di Dieci piccoli indiani.
L’inspiegabile è per forza di cose protagonista, tuttavia viene tradotto in immagini di per sé di scarso impatto visivo. Una tempesta, l’attacco di uno stormo di pappagalli, l’incrociare navi provenienti dal passato o ascoltare messaggi dal futuro sono scene che si realizzano senza effetti speciali mirabolanti. C’è un terremoto sottomarino che fa crollare delle rovine, e viene inscenato con ogni evidenza in una piscina.  Prima della scossa sismica s’erano visti due squali e qualche scorcio di fondale con coralli, e mentre i subacquei esplorano o scappano dai blocchi di plastica, non passa nemmeno un pesciolino striminzito. Il risultato è artificioso, la catastrofe sommersa è qualcosa di già visto, un elemento in teoria spettacolare che tuttavia fa parte dei cliché dei film di avventure marinaresche. Proprio perché è stato proposto in tante variazioni, questa di Cardona Jr. è particolarmente deludente: mantiene un ritmo pigro, con movimenti di macchina molto prevedibili e un montaggio che se la prende comoda. Le riprese subacquee risultano indigeste, sono lente, sospese tra i toni di un mediocre documentario e un video di un parente andato a fare snorkeling in qualche località esotica.
Tutti i passaggi che potevano venire inscenati in modo davvero spettacolare appaiono sotto tono e le altre sono situazioni che non colpiscono l’occhio per quello che narrano, o per gli effetti speciali; se sono efficaci, è per come vengono raccontate. Il regista però è più bravo a far vedere che a far immaginare, e gli effetti speciali se erano modesti nel 1978, oggi sono proprio invecchiati male. La nave fantasma si riduce a qualche luce nel buio e un S.O.S. accompagnato da dialoghi che esplicitano gli eventi. Quindi capiamo bene cosa sta accadendo e ci spaventiamo poco o niente. Come al solito i pochi brividi arrivano proprio da quelle sequenze che mostrano meno gli eventi, però il regista mostra tanto e la paura si prende una pausa caffé.
In più c’è un problema comunicativo di fondo: il rinunciare a prendere una posizione netta sull’argomento. Sotto il mare giacciono colonne e rovine, aerei compaiono sul radar per poi scomparire inglobati da una presenza più grande, luci illuminano i cieli o solcano le acque, la radio trasmette messaggi da epoche svariate, incrociano una nave scomparsa un secolo prima. La sceneggiatura evita di scegliere una motivazione per quei fatti, sia pure assurda come la presenza di alieni o di abitanti di Atlantide, Mu o Lemuria. O meglio, tutto sembra ricondursi alla bambola che possiede la bambina e scaraventa i naviganti in un incubo senza fine, ma la bambola sembra un oggetto di inizio secolo mentre le sparizioni sono documentate fin dalle prime esplorazioni. La vaghezza non migliora il risultato complessivo, sembra solo un modo per richiamare tutte quelle storie dell’orrore con bambini protagonisti. Lo spettatore giunge all’epilogo di una vicenda lunga, narrata con lentezza, con la voce fuori campo che gli lascia tutti i dubbi e lo delude. Probabilmente davanti a complotti così assurdi qualsiasi posizione è e rimarrebbe inadeguata.
E’ invece difficile credere a quanto si vede, non solo per il ritmo lento, quasi da produzione televisiva. I personaggi risentono di una scrittura superficiale e di conseguenza è più difficile trepidare per la loro sorte. Sono parecchi, troppi perché possa venir data a ciascuno una caratterizzazione, e a volte quel poco che emerge oggi sembra inaccettabile, come il cuoco doppiato in Italiano come se fosse Mamy di Via col vento, o l’atteggiamento superstizioso del marinaio di origine mesoamericana. Si sa qualcosa di Peter, medico alcolizzato a causa di un errore in sala operatoria e in crisi con la compagna, si ascoltano le battute profetiche della sconcertante bambina, quelle più scontate del nostromo giovane e bello… e degli altri si sa davvero troppo poco per affezionarsi. L’archeologo interpretato da John Houston sembra più un nonno in vacanza in crociera che un avventuriero pronto a sfidare l’ignoto. Gli altri attori funzionano chi meglio e chi peggio, e passano sulla scena senza lasciare il segno anche a causa di copioni banali. Gloria Guida concretizza al massimo questa doppia penalizzazione: vestita di voluminosi caftani rinuncia in buona parte alla carica di sensualità, senza però riuscire a rimpiazzare la bellezza esplicita con doti recitative.
Nonostante tutti i difetti, la vicenda mantiene un certo alone di mistero, e può avere dei momenti datati ma interessanti. Basta non avere troppe pretese e contestualizzare il prodotto inserendolo in quell’ampia produzione italiana o latino americana un po’ trash, girata con mezzi contenutissimi e talvolta sorretta da qualche buona idea, come usava negli anni Settanta, tra mockbuster e rivisitazioni low cost di soggetti che avrebbero avuto bisogno di ben altri mezzi.
Oggi capitano ancora naufragi nel Mar dei Sargassi, perché è un tratto di mare con alto traffico di mezzi e sul grosso numero può capitare l’incidente, perché il clima del Golfo è imprevedibile e uragani e tifoni colpiscono le barche meno attrezzate. Negli anni Settanta però non c’era tutta questa tecnologia e quindi la platea era pronta a credere a qualsiasi spiegazione, meglio se suggestiva.  La leggenda metropolitana del Triangolo delle Bermude si è smontata da sola, la suggestione delle navi maledette invece regala di tanto in tanto qualche nuovo capitolo.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

Questa recensione è stata edita qui. Vuoi adottarla ? cercami su Facebook, sono Florian Capaldi o Cuccussette

LEGGI ALTRA FANTASCIENZA

HOME