MISTERO ALLE BERMUDE


Oggi si parla tanto di fake news e ci si sconvolge quando articoli composti con l’uso dell’intelligenza artificiale ci raccontano le notizie più sensazionalistiche pur di acchiappare qualche like o commento possibilmente indignato in modo da sollecitare risposte altrettanto aggressive. In molti casi, complice un’intelligenza artificiale sempre più sofisticata e in grado di produrre immagini e video verosimili, non siamo cambiati molto dagli anni Settanta. Per i creduloni di allora c’era la leggenda del Triangolo delle Bermuda. Si tratta di un ampio tratto di mare di forma triangolare compreso tra l’arcipelago delle Bermuda, l’isola di Porto Rico e la penisola della Florida. E’ una zona di intenso traffico marittimo e aereo; Charles Berlitz, uno scrittore con il fiuto per i soldi e la fama, decise di trasformarla nell’ultima frontiera del mistero. Nel 1974 pubblicò il libro Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle) e fu subito mania. Anche se le tesi del libro sono state smentite senza pietà nel giro di pochi anni, avevano le caratteristiche giuste per ispirare film di cassetta. Si trattava infatti di pellicole modeste, girate in fretta e furia nella consapevolezza che l’interesse del pubblico poteva trovare nuovi acchiappacitrulli. Questi film erano capaci però di recuperare le spese di realizzazione come e meglio di tanti titoli d’autore. Naturalmente era un exploit rapido, capace di lasciare un influsso nel cinema di genere, per poi sparire. E così fu. Per molti anni non si parlò più di misteri nel Mar dei Sargassi, ma stavolta le leggende create da Berlitz si incontrarono con il folclore marinaresco più classico e le navi divennero luoghi infestati.
Mistero alle Bermuda (The Triangle) è un titolo apparentemente arrivato in ritardo sulla moda, addirittura nel 2001, quando con la facilità di comunicare e la tecnologia avanzata che ha rivoluzionato la navigazione certe storie dovrebbero essere un caro ricordo lontano.
Questo film è stato diretto da Lewis ‘Cujo’ Teague ed è finito direttamente in televisione o in DVD, senza mai passare per il cinema. Le motivazioni dietro ad una scelta distributiva simile sono evidenti fin dal poster che accompagna l’opera. C’è un’illustrazione con i due volti più noti del cast, un titolo scritto con un font di pubblico dominio, una nave con quattro fumaioli che rammenta il Titanic, e tutta la composizione è in varie sfumature di blu.  
Addentrandosi nella visione del film, la povertà è evidente e irrimediabile. Il regista non è alle prime armi e fa il possibile per completare la sua impresa, il cast ha qualche volto noto, però i mezzi a disposizione sono quelli che sono. Quanto dispiace di più è probabilmente lo stesso soggetto alla base della storia: impasta insieme suggestioni diverse, il triangolo maledetto, la possessione della nave, la maledizione Vudù, il salto nel tempo, senza poi valorizzare per davvero una linea narrativa coerente.
Stu Sheridan (Luke Perry) è un giovane fallito che cerca di nascondere ad amici e fidanzata la sua reale condizione economica disastrosa. Soffre pure di incubi ricorrenti in cui si immagina di percorrere saloni diretto a una porta con sopra il numero 116. Per cercare di distrarsi organizza un viaggio di pesca e bevute nel Triangolo delle Bermuda con gli amici Tommy Devane (Dan Cortese) e Gus Gruber (David Hewlett), ma è costretto ad invitare anche la fidanzata Julia Lee (Polly Shannon). Le cose vanno male fin dall’inizio, gli amici sanno bene che con una donna in vena di romanticherie il viaggio perderà tutto il suo sapore goliardico e scanzonato. Rimangono perché Stu promette di offrire la vacanza, ma la carta di credito con cui doveva pagare uno yacht risulta bloccata e gli amici finiscono per perdersi nelle stradine del porto, finendo per assistere a un rito Vudù. Tra malumori e bronci alla fine i quattro riescono a partire sul barcone fatiscente del capitano Louis Morgan (il caratterista Dorian Harewood) assistito da un’improbabile bionda mozzafiato. Già alla prima fermata su una secca per fare le immersioni c’è un’avvisaglia dei futuri pericoli, Julia viene attirata sott’acqua da un bambino vestito alla marinara. L’indomani la barca finisce in una nebbia fitta e trova il relitto della Queen of Scots, un transatlantico di lusso su cui viaggiava anche un acclamato attore dell’epoca. I quattro esplorano il relitto, in cerca di pezzi di ricambio per il motore e di beni di valore, ma la nave prende l’iniziativa…
La vicenda non è particolarmente originale, è influenzata da Shining e dalle decine di film in cui un gruppo di giovani è minacciato da oscure presenze che li uccidono uno ad uno. Alcuni momenti di tensione funzionano, come il bagno di Julia o gli incubi o la scoperta della verità nella vasca per i rifiuti, altri invece sanno di deja vu o sono afflitti da allestimenti davvero troppo spartani.
Il ritmo narrativo spesso è quello che ci si può attendere da una produzione televisiva; è lento rispetto a quanto si vede al cinema, e ha momenti predisposti per inserire le pause pubblicitarie stabiliti già durante la fase di stesura della sceneggiatura.
Funziona ancora meno la parte discorsiva, in quanto i personaggi sono estremamente stereotipati e il loro destino facilmente immaginabile. Muore chi è goffo e inadatto all’avventura, muore chi è leziosa e piantagrane, chi vuol la vita facile, chi è di contorno, come è sempre avvenuto nell’horror dei b-movies.
Del famigerato mito moderno del Triangolo maledetto, resta poco, nessun Americano crede più a simili storielle: c’è giusto qualche citazione folcloristica, e comunque i guai sono provocati dalla possessione, dallo spirito Vudù piuttosto che da alieni, gente di Atlantide pronta a difendere il suo reame o mostri marini assortiti. Ma anche il Vudù è affrontato con leggerezza, senza rispetto per il credo, senza la curiosità che animò Il serpente e l’Arcobaleno, e Bakalù non esiste nel pantheon di quella religione.
Tutti gli elementi narrativi sovrannaturali si amalgamano male tra loro e divengono un pretesto per veder scivolare Stu nella follia. Francamente allo spettatore importa poco di lui, perché come personaggio è odioso per più di una ragione, come la fidanzata risulta fastidiosa e importuna e strillante. Parlandone come da vivo, poiché purtroppo Luke Perry è stato stroncato da un ictus a poco più di cinquant’anni, non è mai stato un grande attore. Era carino da giovanotto e infiammava i cuori delle ragazzine che guardavano il telefilm Beverly Hills, 90210; ha lavorato parecchio in televisione e anche al cinema, sempre però in particine o in ruoli conquistati per l’aspetto piacente. La recitazione che ha in Mistero alle Bermuda è quella decorosa e poco brillante che ci si attende da un professionista della TV d’oltre oceano, che produce decine e decine di sere poche delle quali memorabili. E così per gli altri personaggi maschili, interpretati da attori con alle spalle qualche buona prestazione e tanto onesto lavoro per decorosissimi fini alimentari.
Quello che probabilmente parecchi spettatori trovano orribile sono gli effetti speciali. Fin quando si tratta di cambi di luce, di un montaggio adatto a far sobbalzare sulla sedia, Teague ci prova e spesso ci riesce. Trattandosi di un film per la televisione, non calca la mano su dettagli davvero espliciti, però il marinaretto che spaventa a morte funziona, e così anche altri momenti riescono a sorprendere. Quando però bisogna mostrare eventi chiaramente non riproducibili con un ragazzino abile nel nuoto e una piscina, sono dolori. L’epilogo in particolare è qualcosa di imbarazzante, per l’idea narrativa sproporzionata a quanto fin ora messo in scena su tutti i fronti, e per la sua attuazione. Ci sono scene che devono essere mostrate allo spettatore, non si può lasciarle in un suggestivo ti vedo e non ti vedo, far immaginare. Sarebbe come realizzare un film su Superman e non poter mostrare mai il super eroe nell’atto di volare, sollevare oggetti pesantissimi, fare a botte tra i grattacieli. Un tempo bastava far vedere un attore somigliante al personaggio del fumetto, potava funzionare sui bambini, oggi anche i più giovani vogliono sequenze adrenaliniche costruite pixel dopo pixel. La fuga dei due superstiti inseguiti dalla Queen of Scots, che eliminano in modo banale ma scenografico, viene resa con agghiaccianti elaborazioni grafiche. Con le esplosioni incollate alla sagoma della nave si tocca il fondo. A naufragare non c’è solo la nave fantasma, ma c’è il film stesso. Già i personaggi sono poco credibili, poi ci si mette l’uso e abuso di effetti speciali fatti in povertà, quello che resta da aggiungere è la voce fuori campo che ci racconta come è andata a finire.
C’è di peggio nella filmografia dedicata al Triangolo delle Bermude, ma sarebbe stato meglio non citare nemmeno il famoso tratto di Mar dei Sargassi, perché di fatto la stessa storia poteva accadere in un qualsiasi mare, anche nella vasca da bagno se si è bambini e si gioca.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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