IL PAESE DEL MELODRAMMA
Il melodramma, e quello di Giiuseppe Verdi in particolare, è una pagina importante della cultura musicale italiana. Oggi può sembrare fuori moda, eppure è stato per decenni uno spettacolo che univa la popolazione di ogni ceto e età, cantato da artisti sopraffini o da volenterosi durante le veglie sulle aie. In barba alle provocazioni di Timothée Chalamet, è uno spettacolo apprezzato ancora oggi, e ricco di valori identitari. Bene o male, l’Italia è il Paese del Bel Canto.
I soggetti delle opere liriche sono spesso tragici, con amori contrastati e drammi ereditati dal teatro. La forte caratterizzazione drammatica ha favorito l’affinità con l’horror, perché ci sono caratteristiche comuni. Il successo del Fantasma dell’Opera è esemplare Tra le note e i do di petto si consumano delitti e atrocità inscenate con uso di effetti speciali; lo spettatore sa che è finzione e se è coinvolto emotivamente sospende l’incredulità. In entrambi i tipi di spettacolo il realismo e la verosimiglianza sono un optional a cui si può rinunciare in cambio di elementi scenici e vocalità. Inoltre il mondo del teatro lirico è un microcosmo che ha le sue tradizioni e le sue leggende: si tramandano aneddoti di artisti legati da patti col Diavolo, si racconta di incidenti che hanno colpito musicisti e maestranze, alcune opere avrebbero portato cattiva sorte a quanti vi hanno preso parte. Macbeth è una di queste, tanto che in molti a teatro la chiamano <La Scozzese> e non la nominano.
E’ anche l’opera di Verdi involontariamente protagonista di Il Paese del Melodramma, film scritto e diretto da Francesco Barilli nel 2023. La pellicola narra il dramma umano del cantante Carlo Gandolfi, un acclamato baritono che ha visto la sua carriera spezzarsi con la morte in un incidente aereo della moglie e della figlia. Da allora Carlo si trascina da un bar all’altro, tracanna whiskey fino a ubriacarsi e non riesce a smettere, tantomeno a mettersi a studiare nuovamente canto e a tornare a lavorare. Una notte, quando tra i fumi dell’alcool e le urgenze di un corpo ancora giovane ha appena rimorchiato una ragazza in carne, gli appare la Morte insieme alla moglie e alla bambina. L’entità lo ammonisce: dovrà liberarsi dal vizio e prepararsi a cantare il Macbeth, o verrà ucciso. Carlo ci prova, si impegna, fallisce più volte con gaffes sempre meno tollerabili, a un certo punto sembrerebbe aver cambiato vita e la Morte arriva addirittura a eliminargli il rivale per spianargli la strada…
Il Paese del Melodramma è un film anomalo, realizzato da un regista anziano, che ama la lirica, ha grande esperienza delle arti audiovisive ma può contare su mezzi contenuti, quasi da cinema amatoriale.
La povertà si intuisce e viene quasi sempre minimizzata con scelte intelligenti. L’opera di Verdi arricchisce il mondo intero ma è radicata nel territorio di Parma. Quindi vengono sfruttate quanto più possibile le locations più suggestive della zona: il Teatro Regio, le piazze con le statue di Verdi, il Cimitero della Villetta, il Duomo, il complesso monumentale della Pilotta e il Museo Ettore Guatelli nel podere Bellafoglia a Ozzano Taro e scorci di Collecchio. In questo modo il regista ha evitato di ricostruire set, e ha coinvolto sponsor a chilometri zero limitando i costi e valorizzando il territorio.
Allo stesso modo, la colonna sonora è in gran parte formata da brani operistici, e da canzoni popolari preesistenti al film, probabilmente di pubblico dominio o concesse volentieri dai cantanti, a patto di avere il proprio nome sui titoli di coda.
Gli attori impiegati sono nomi noti soprattutto a livello locale, come il protagonista Luca Magri, volti della televisione e del cinema italiano come Nina Torresi, il vero cantante lirico Eugenio Maria Degiacomi che ha dato anche la sua consulenza. Partecipa anche lo stesso regista, nei panni del padre di Carlo, e il critico cinematografico fondatore della rivista Nocturno, un Davide Pulici in stato di grazia. Una spanna sopra a tutti, c’è Luc Merenda, icona del poliziottesco e dei b-movies italiani, qui nei panni della Morte. Visibile solo a Carlo, la Morte se ne va in giro con tanto di tunica nera, capello alla Saruman, falce fienaia. Sopra le righe, un po’ mentore un po’ carogna, la Morte secondo Luc Merenda è indimenticabile e sembra divertirsi nel far morire e ricattare pur di ottenere della buona musica.
La vicenda alterna il registro del dramma caro alla televisione nazional popolare alla lezione del glorioso horror degli anni Settanta, agli echi felliniani dei personaggi che attraversano la vita di Carlo. In questo senso il titolo Il Paese del Melodramma è stato preferito al più esplicativo La morte nel paese del melodramma. L’ambiguità giova al film perché il melodramma allude sia alla lirica, sia ai soggetti particolarmente lacrimosi che di tanto in tanto riempiono i palinsesti televisivi. Il regista non si contrappone esplicitamente a questo tipo di narrazione popolare tipica del nostro presente, sospesa tra intento pedagogico, analisi sociale, necessità di creare tanti prodotti in poco tempo spendendo il meno possibile. Indirettamente sembra prenderne le distanze contrapponendo al dramma umano situazioni esagerate, perturbanti. Il ritratto del cantante ridotto a relitto alcolizzato è allo stesso tempo grottesco, verosimile e crudele, poiché rivisita stereotipi da cinema socialmente impegnato filtrandoli in una lente deformante e quasi satirica. Carlo è un disgraziato che si autodistrugge, e ben pochi sono disposti a credere in lui, a partire dagli spettatori stessi. Anche gli Alcolisti Anonimi in fondo pretendono che si accetti come uomo comunque sconfitto, che non sarà più quello di prima nemmeno se si impegna e dovrà accontentarsi delle briciole. L’insegnante di canto è l’unica a dargli qualche possibilità, ma le occasioni per rialzarsi vengono sprecate per l’atteggiamento autolesionista del cantante. Forse potrebbe sbocciare l’amore, ma c’è il rivale che vuole annientarlo prendendogli la parte e soprattutto c’è un uomo che non può concedersi ad altri affetti che non siano la bottiglia. Attorno a Carlo c’è un mondo estraneo alla modernità, popolato da macchiette ridicole e crudeli, come la coppia con la ragazza grassa melomane e il compagno minuscolo, come il tracotante rivale pronto a attaccare briga o il sovrintendente che non vede l’ora di liberarsi di lui.
Quello che purtroppo neppure la mano felice di Barilli riesce a rimediare sono quelle parti del film che richiedono effetti speciali elaborati. Può darsi che il regista e sceneggiatore, classe 1943, sia poco abituato agli espedienti contemporanei e quindi la sua mano funziona fino a quando può sfruttare tecniche di cui è pienamente padrone. Più probabilmente, gli effetti speciali di oggi sono credibili solamente se si può pagare profumatamente un intero team di professionisti che dispone di software all’avanguardia e li sa usare. Altrimenti il rischio è quello di avere un’estetica kitsch, involontariamente ridicola, ed è quanto accade in alcune situazioni del Paese del Melodramma. La natura stessa del soggetto obbliga ad avere eventi sovrannaturali rappresentati direttamente: la Morte segue il protagonista e il sovrannaturale non può restare fuori inquadratura o venir sempre suggerito all’immaginazione dello spettatore. In qualche caso un accorto montaggio e un uso consapevole degli spazi teatrali nascondono i mezzi limitati, consentendo cambi di luce e effetti visivi, come avviene nel concitato finale. In altri casi la resa della cgi è modesta ma dignitosa, come quando il volto della Morte si fa teschio o la realtà percepita da Carlo ha come filtro il fondo di un bicchiere colmo di ambrato whiskey. In altri casi il risultato sembra amatoriale e contrasta con il resto delle riprese, come quando le foto della lapide si animano. Non è colpa del regista, è conseguenza dei pochi mezzi, però disturba.
Barilli è riuscito a creare un horror sui generis, con toni grotteschi e onirici che rivisitano le parti più drammatiche. Non è un film perfetto, ma è un film coraggioso, capace di momenti di grande originalità: doti queste che purtroppo spesso latitano in un panorama di pellicole fabbricate per un ipotetico spettatore internazionale.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
Questa recensione è stata edita su questo sito. Se la volete ospitare, contattatemi. Florian Capaldi su Facebook
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