IL CANTO DEL CIGNO

La fantascienza al cinema è troppo spesso sinonimo di soggetti triti illuminati da scene spettacolari, sceneggiature sostenute dall’uso massiccio di effetti speciali, personaggi stereotipati recitati in modo (in)decoroso. E’ un pregiudizio: basta cercare titoli fuori dalle produzioni mainstream, e si possono avere sorprese davvero piacevoli, con film che escono dal coro e sanno parlare di sentimenti autentici in un’era tecnologicamente diversa dalla nostra attuale, talvolta disegnando un futuro destinato a concretizzarsi.
E’ questo il caso di Il canto del cigno, produzione realizzata nel 2021 per la Apple Tv e purtroppo confinata al piccolo schermo quando avrebbe potuto entrare a testa alta nel circuito cinematografico per qualità narrativa e per originalità del soggetto.
Cameron Turner vive in un futuro non troppo lontano, con lenti a contatto che filmano e registrano video, con robot interattivi impiegati per vendere snack sui treni, con automobili che si guidano da sole e tanti altri gadget che indubbiamente migliorano la qualità della vita. La scienza ha ancora grossi limiti, è incapace di guarire ogni malattia e Cameron, nonostante sia un artista di successo, sia sposato con la bellissima Poppy e viva con lei e il vispo figlioletto Cory in una casa di design, è condannato a morte da una male ormai all’ultimo stadio. Prima di lasciare il mondo Cameron può scegliere se ammettere la verità ai familiari e far vivere la perdita, oppure ricorrere in gran segreto al laboratorio sperimentale a Vancouver, l'Arra Labs. E’ un centro di ricerca situato in un paesaggio incontaminato e lì la dottoressa Scott e lo psicologo Dalton offrono una soluzione alle mancate elaborazioni dei lutti. Non possono salvare i malati, però possono crearne cloni senzienti dotati delle stesse capacità, ricordi, caratteristiche fisiche e comportamentali. I cloni appositamente istruiti incamerano ricordi e sensazioni vissute dalle persone malate, infine vengono sostituiti. Le famiglie sono ignare dello scambio e i malati finiscono i loro giorni all’interno del centro, che offre servizi di hospice.
La pellicola diretta da Benjamin Cleary rifugge da facili toni da melodramma piagnucoloso e va dritta al cuore della vicenda, sollevando dilemmi di grande attualità, e universali. La clonazione è infatti oggi possibile, benché si tratti di un procedimento limitato per legge ai soli animali, e duplichi solo l’aspetto esteriore e le caratteristiche innate. Sono in corso studi per immagazzinare dati in chip minuscoli, con l’idea di poter un giorno conservare i ricordi e quindi consentire la trasmigrazione della coscienza individuale in corpi biomeccanici o artificiali. Quanto si vede nel film è quindi impossibile in questo momento storico, però potrebbe essere una realtà nel giro di qualche decennio.
Cleary evita le lezioni morali puritane e retrograde così come rifugge dall’esaltare le conquiste della scienza in modo acritico. Nel futuro da lui immaginato la tecnica per assecondare desideri e capricci c’è: si può fare!, si potrebbe gridare con entusiasmo, come novelli dottor Frankenstein. Il fatto che la scienza possa permettere un miracolo di quel genere non significa però che si debba fare, o che attuare una simile soluzione sia qualcosa di per sé condannabile. Cameron ama così tanto la sua famiglia da voler evitare di dare un dolore, anche se è consapevole che dovrà vivere gli ultimi giorni lontano dai suoi cari. Il clone geneticamente modificato in modo da essere immune alla malattia viene sostituito prima che l’originale mostri chiari segni di decadimento. Il dilemma di Cameron è tra il fare la cosa moralmente giusta confessando d’essere un malato terminale, oppure proteggere la famiglia, in particolar modo la moglie che ha già superato a fatica la perdita del fratello morto in un incidente con la moto e ora aspetta una seconda creatura. Un’altra persona magari avrebbe compiuto scelte differenti, e avrebbe lo stesso fatto la cosa giusta. Il bello di come è trattato l’argomento è l’assenza di giudizi moraleggianti o di scelte da imporre in nome di qualche ideologia. Qualsiasi scelta può avere le sue ragioni ed essere giusta; per qualcuno Jack, quel doppio che guarda smarrito il suo modello Cameron, è solo il frutto di una brutale clonazione e per altri è una rigenerazione. Al massimo può essere discutibile il modo in cui è percepita la morte, e come esso spinga all’applicazione delle tecnologie mediche. L’esigenza dei cloni addestrati a sostituire persone malate terminali nasce dal fatto che il fine vita è rimasto un tabù, qualcosa da nascondere ad ogni costo soprattutto se la persona deceduta è giovane. E’ un atteggiamento culturale proprio della società del futuro, e quanti si trovano a vivere in quel mondo devono fare i conti con questo peculiare modo di pensare: celebrare la nascita come un miracolo, occultare la morte e la malattia come qualcosa di vergognoso. Non si discute quindi se Cameron faccia bene o male a fare le sue scelte, il poveretto finisce con ripensarci più volte, voler tornare sui suoi passi e scoprire che cambiare idea è impossibile e comunque avrà un costo. Si indaga invece la sua emotività, il rapporto di sincera amicizia che stabilisce con una ragazza che attende la fine dopo essere stata clonata, la rabbia e la gelosia che nutre verso il suo doppio, l’accettare progressivamente il suo destino e congedarsi dalla vita comunque grato di quanto ha avuto.  
L’introspezione è il punto di forza della pellicola, sostenuta dalla superba interpretazione di Mahershala Ali, che si sdoppia sulla scena e partecipa al film sia come produttore che come attore protagonista. Il suo Cameron è un personaggio umanissimo, caratterizzato da reazioni emotive verosimili, capace di amore e di odio verso quel clone che gli porterà via tutto. Gran parte della scena è occupata da Cameron e dal suo clone Jack, e anche gli altri interpreti si dimostrano all’altezza. E’ un piccolo manipolo di professionisti capace di risultare credibile nonostante le premesse siano così lontane dal nostro mondo, con la bellissima Naomie Harris, Glenn Close e Awkwafina. Anche il bambino conquista i cuori degli spettatori, in quanto non è il solito marmocchio strillante che deve essere salvato, protetto, presenza imposta da leggi di mercato che vorrebbero coinvolgere anche i più piccoli. Glenn Close è volutamente ambigua in quanto la dottoressa deve essere empatica ma anche severa sull’imporre regole chiare a quanti si rivolgono a lei. I malati non possono rivelare quanto sta accadendo ai loro cari, nemmeno ad una persona per loro speciale, pena la cessazione del contratto. Se la sostituzione ha successo c’è una procedura che cancella nel clone i ricordi di quanto è avvenuto nel centro medico. Si ignora quale sia il costo della procedura, forse coperto in gran segreto dalla persona clonata, o forse inesistente, in quanto è un esperimento e i malati sono le prime cavie di un processo che prima o poi diverrà qualcosa di abituale, e magari a quel punto lucroso. Ci viene taciuto questo aspetto del procedimento, in quanto è qualcosa di ininfluente e prosaico. Cameron sembra essere davvero ricco e di successo, la ragazza invece lavorava da dipendente in un’agenzia immobiliare, ma il dibattito è filosofico e la verosimiglianza è affidata ai sentimenti e ad alcuni meccanismi esplicitati solo in quanto influiscono direttamente sui comportamenti di Cameron.
Per poter narrare il percorso emotivo del protagonista, per far riflettere sulla sua scelta, il film ha un ritmo lento, abbastanza lontano dai toni action cari al genere anche nelle sue migliori espressioni, quelle che non sacrificano la riflessione all’azione. Quanto viene raccontato nel Canto del Cigno invece è un ripetersi ciclico di scelte e ripensamenti, inframmezzati da flashback che ci mostrano come Cameron ha conosciuto la moglie, alcuni momenti di vita familiare, la perdita del fratello di Poppy, i primi segnali della malattia, la scoperta di diventar di nuovo padre, l’aggravarsi… Sono tappe che potevano venir condensate risparmiando almeno un quarto d’ora di proiezione, però la vicenda ha bisogno di tempi rilassati, proprio in quanto è fantascienza di tipo intimista, centrata sull’Uomo, sul senso della vita.
In un simile scenario l’estetica potrebbe passare in secondo piano, poiché in fondo quello che fa la differenza sono i primi piani del protagonista, del team di scienziati, della famiglia e dell’amica. Anche se l’interpretazione e i dialoghi sono quanto davvero fa la differenza, c’è una buona cura formale, con una fotografia che descrive il mondo futuro in tutta la sua eleganza minimalista, e usa il colore per raccontare le emozioni più vive.
Gli effetti speciali sono anche essi essenziali, finalizzati a farci capire che i fatti si svolgono in un domani non troppo lontano, o forse stanno già avvenendo, lontani dalle pagine dei quotidiani e nel silenzio della scienza ufficiale.
Il canto del cigno è quindi una pellicola lontana dalle mode, capace di far riflettere ed emozionare in modo genuino.

 

Cuccussette vi ringrazia della lettura.

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