TRIA - DEL SENTIMENTO DEL TRADIRE
In una Roma distopica alle famiglie Romanì è garantita una casa, un lavoro, e la possibilità di crescere fino a tre figli. Se arriva una nuova nascita, viene accolta ma uno dei tre figli viene ucciso, con precedenza alle femmine. E’ quanto accade nel cortometraggio Tria - Del Sentimento del Tradire (2022), di Giulia Grandinetti. La regista porta in scena il dramma delle tre sorelle Zoe, Iris e Clio, costrette a bere veleno dall’assistente sociale quando la madre partorisce un fratellino.
‘’Ispirata al modello greco, Tria è una storia tragica, che indaga le ragioni del tradimento e le conseguenze del sentirsi traditi. All’interno di una società governata da uomini che giocano a fare le leggi, credendo di potersi sostituire a Dio, qual è il prezzo che siamo disposti a pagare oggi pur di ritagliarci un posto nel mondo?’’ Con queste parole la regista presenta il suo cortometraggio. La vicenda è narrata come una tragedia greca, tanto che è recitata in Greco e ha i sottotitoli, ed ha musiche corali tradizionali che spesso sovrastano l’azione, proprio come avveniva con il Coro del teatro greco antico.
Il mondo in cui la tragedia si svolge è un tempo distopico della nostra modernità, i fatti potrebbero avvenire oggi stesso così come in un passato recente o in un futuro dove le premesse del benessere sociale non si sono realizzate del tutto o non sono comunque un diritto per tutti. Gli unici ambienti che fanno da scena sono la casa della famiglia romanì e i parchi di una periferia degradata dove i giovani si ritrovano a ballare e amoreggiare. Manca qualsiasi tentativo di avere un world building coerente, in quanto la regista è del tutto disinteressata a creare una storia di fantascienza di stampo classico. E’ pur vero che con soli diciassette minuti sarebbe stato difficile dare un volto a una realtà futuribile. Il soggetto ci illude di avere qualcosa di analogo al Racconto dell’ancella o a Hunger Games, la regia sfrutta qualche spunto e poi migra verso la tragedia classica, lasciando da parte ogni what if immaginabile e anche ogni pretesa di impegno sociale a favore delle minoranze viene sminuita dai parallelismi con i drammi antichi.
Il tradimento che viene perpetrato è molteplice, non solo quello verso l’eventuale appassionato di cinema di genere che s’aspettava una storia distopica e invece trova un dramma classico. Le tre protagoniste vengono tradite a partire dal venire al mondo a quelle condizioni. La stessa famiglia tradisce la sua storia di popolo nomade esperto nell’artigianato e nell’intrattenimento, accettando di sottostare a leggi crudeli in cambio di un modesto appartamento in una periferia degradata e di un non ben specificato lavoro. Il tradimento infine sfiora le tre ragazze.
La mancanza di un world building ben delineato rende meno facile capire quali alternative abbia la famiglia. Non sappiamo se sottostanno a leggi tanto crudeli in quanto ormai il mondo è globalizzato e ovunque subirebbero la stessa sorte, oppure se accettano perché credono che sia il primo passo per inserirsi e un domani poter dire la propria. Si ignora se potrebbero fuggire, se potrebbero abortire o farsi sterilizzare dopo il terzo nato, nascondere le gravidanze o ribellarsi in altra maniera. Di certo c’è che la famiglia, pur di inserirsi in quel mondo, accetta il sacrificio, tra la vergogna, l’ipocrisia, l’incapacità di ribellarsi. Ritualizza anche la condanna, con le ragazze che mettono in scena i loro talenti per venire scelte e risparmiate dai genitori e l’ultima cena preparata con cura, come se fosse una festa.
La storia può avere dei buchi logici dovuti alla necessità di concentrare la vicenda in un tempo troppo limitato, tuttavia è narrata con mano sicura, con immagini curatissime che da sole valgono la visione. Non è un caso se questo cortometraggio è stato presentato nella sezione Orizzonti della 79° Mostra del Cinema di Venezia.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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