THE DAY AFTER
The Day After - Il giorno dopo (The Day After) è stato un fenomeno culturale degli anni Ottanta, un istant movie capace di sfruttare le paure più concrete degli spettatori e di affrontarle col linguaggio diretto degli spettacoli catastrofici. Si tratta di un film televisivo trasmesso per la prima volta nel 1983 dal network ABC e racconta una futura guerra atomica. E’ stato realizzato con mezzi abbondanti rispetto a quelli che erano e sono gli standard dei prodotti destinati alla visione casalinga. Il regista Nicholas Meyer veniva dal cinema, aveva realizzato il delizioso L'uomo venuto dall'impossibile (Time After Time) e Star Trek 2 L’ira di Khan, era stato sceneggiatore anche di Sherlock Holmes: soluzione sette per cento (The Seven-Per-Cent Solution). Gli attori coinvolti erano professionisti magari non tutti di primissimo piano, però con carriere ben avviate alle spalle e lunghi curriculum.
All’apice della Guerra Fredda l’argomento di un’ipotetica guerra combattuta con ordigni nucleari era di scottante attualità e quindi in Europa The Day After venne distribuito nei cinema dalla Titanus, come se fosse un film nato per le sale invece di una produzione televisiva. L’uscita venne accompagnata da una pubblicità martellante a base di slogan come "Ha scioccato 125 milioni di spettatori", "Mai un film aveva suscitato tanto clamore e paura" ripetuti nei trailer televisivi e radiofonici. In effetti la propaganda funzionò oltre ogni aspettativa, e il film divenne popolarissimo, con file al botteghino e proiezioni anche nelle scuole.
La pellicola prende in esame la vita di tante famiglie americane di Lawrence, paesino del Kansas, coinvolte loro malgrado nell’apocalisse atomica. Al culmine di un’escalation tra USA e URSS, un lancio di testate nucleari rade al suolo metropoli e paesi, la radioattività contamina aria e terra, la gente inizia a morire anche a distanza di giorni dalle detonazioni. Chi sopravvive fa i conti con un mondo devastato, un Medioevo prossimo venturo dove la vita è precaria.
La vicenda diretta da Nicholas Meyer ha tutte le caratteristiche dei più classici disaster movie degli anni Ottanta, opere corali con tanti personaggi che intrecciano le loro vicende e fanno fronte alle emergenze, soccombendo o sopravvivendo in modo più o meno prevedibile. Anche per The Day After c’è la presentazione di diversi gruppi familiari o lavorativi: gli Oakes, i Dahlbergs, il personale di un ospedale, e tanti singoli cittadini, tutti chiaramente impreparati a fronteggiare la catastrofe nucleare. La gente che popola Lawrence, una tranquilla cittadina di provincia, è tanta, troppa per avere il tempo di caratterizzarsi in modo indimenticabile. Tutti seguono più o meno i cliché attribuiti agli americani del ceto medio di quegli anni, con famiglie di tipo tradizionale, mestieri modesti, vite qualsiasi alle prese con piccoli e grandi problemi quotidiani. Non sono rappresentati poveri o homeless, così come mancano all’appello spiriti alternativi, oppure persone ambiziose pronte a rischiare tutto pur di diventare i nuovi Alpha in un ambiente regredito alla barbarie. Il film è calibrato su aspirazioni, bisogni e figure del ceto medio, persone che restano ai margini del sogno edonistico reaganiano ma sono necessarie a far grande l’America. Obbediscono a quanto viene comunicato loro dai media, nessuno si ribella davvero o se lo fa, è sempre in nome della famiglia e mai per altri valori quali la libertà personale o la propria aspirazione a realizzarsi. Quella povera gente del Kansas è tecnologicamente indifesa rispetto al pericolo atomico, e si comporta con ingenuità come ad esempio la famiglia che lascia il cane a morire fuori della cantina anti tornado. Agisce così perché cibo e acqua non basterebbero, e poi fa entrare un perfetto sconosciuto che bussa alla loro porta. Potrebbe essere un perfetto assassino pronto ad appropriarsi dei loro pochi beni in un mondo privo di leggi che punisce quanti si fanno scrupoli morali.
Non c’è nessun vero trasgressivo, o forse c’è, ma in questa narrazione deve soccombere in silenzio, mentre lo spettatore disincantato assiste a scelte di vita che difficilmente condividerebbe.
Tutti i personaggi sono interpretati in modo dignitoso da un cast di solido mestiere; spiccano su tutti Jason Robards che interpreta dottor Oakes e l’allora molto famoso Steve Guttenberg nel ruolo di Stephen Klein. I personaggi vengono sviluppati in modo sommario nella prima parte del film, che è anche quella più interessante e riuscita meglio in quanto riserva un minimo di introspezione a creature spesso destinate ad attraversare lo schermo nello spazio di poche battute.
La sceneggiatura divide la narrazione in due parti, quella precedente alle deflagrazioni atomiche e quella che segue il disastro. A separare le due metà, qualche goffa ricostruzione del fungo letale, ovviamente inscenata ricorrendo a trucchi artigianali che oggi appaiono proprio superati. Viene usato anche footage filmato a Hiroshima e spezzoni di pellicola scartata dal più costoso film Meteor.
Il vero disastro, come narrazione, si ha dopo questo spartiacque.
Rispetto ad altri film basati sul terrore atomico, The Day After è visivamente esplicito e brutale, mostra sangue e piaghe, capelli e denti che se ne vanno, cataste di cadaveri di uomini e di animali e i pochi sopravvissuti che arrancano sotto il fallout attendendo una morte dolorosa o una vita priva di qualsiasi minimo comfort o libertà. Per quanto risulti assai cruda, probabilmente è una rappresentazione molto edulcorata di quelle che sarebbero le reali conseguenze di un’esplosione atomica. L’effetto melodrammatico è ricercato apertamente, il dolore viene esibito in modo diretto e spettacolarizzato spesso in modo fine a sé stesso, in quanto non serve per far crescere o cambiare i personaggi. E’ un atto fine a sé stesso, esplicito come un coito in un film hard.
Lo spettatore che si sente rappresentato da quei personaggi partecipa del loro dramma, gli altri magari si dispiacciono per la loro sorte e notano quanto ci sia di poco artistico in questa scelta narrativa.
Ci sono stati altri film dedicati al dopo bomba, alcuni hanno creato l’action postatomico dando vita a un immaginario fatto di nuovi barbari, guerrieri della strada, avventurieri coperti di cuoio e borchie. Altri hanno cercato di rappresentare il dramma umano dei sopravvissuti in modo crepuscolare, come il pregevole film televisivo Testament o il raffinato L’ultima spiaggia, o anche lo struggente When the wind blows. The Day after invece fa una scelta nazional popolare, facile ed esplicita. Rinuncia a una rappresentazione dei fatti mediata e sublimata, da opera d’arte, per assumere il ruolo di film pedagogico che deve mostrare alla gente spesso ignorante i pericoli concreta della guerra nucleare. Mostra tanto se non tutto, mostra troppo e lascia poco all’immaginazione perché deve essere uno spauracchio. Il risultato oscilla tra un simil documentario che racconta il pericolo con un linguaggio visivo ed emotivo accessibile alle masse, e un classico disaster movie.
Purtroppo l’insieme è molto pesante, anche per i tempi dilatati. Doveva inizialmente essere una miniserie in due o tre puntate, poi condensata in 126 minuti pur di arrivare al cinema. Oggi siamo abituati a spettacoli anche di due ore e mezzo, tuttavia sono film in cui l’intreccio è molto complesso, magari ci sono battaglie o sequenze altamente spettacolari e quanto accade ai personaggi secondari ha sempre a che fare con quanto accade ai protagonisti. In The Day After, a parte l’attimo della detonazione, c’è una lunga serie di eventi che preparano l’attacco. Viene raccontato cosa accade a tanti personaggi secondari e sono eventi che non trasformano la vita o le scelte dei protagonisti. Le loro sequenze in molti casi potrebbero venire tagliate e nessuno si accorgerebbe della modifica. Questa scelta rende la narrazione prolissa, rendendo pesante uno spettacolo già grave per l’argomento.
Anche l’epilogo è in linea con questo tipo di sensibilità, perché ci sono dei sopravvissuti animati dalla voglia di costruire la pace e risorgere dalle macerie. Nessuno ci svela se riusciranno o se verranno uccisi dalle radiazioni, se davvero sceglieranno la non violenza o se invece vincerà la legge della giungla.
Quanto ci viene mostrato lascia spazio all’immaginazione, e anche in questo senso The Day After è il più commerciale tra i tanti titoli che trattano l’apocalisse nucleare.
Rivisto oggi, la delusione è dietro l’angolo.
Cuccussette vi ringrazia della lettura.
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